Troppe coccole per fare il leader
di Massimo Gramellini
SIGNORI dell'Uefa, non scrivo per difendere l'imputato SpuTotti Francesco, reo di aver rinfrescato di saliva le guance del danese Poulsen (il quale, sia detto per inciso, gli aveva appena conficcato un gomito nei fianchi). E non solo perché a Lisbona sta già volando in sella alla sua scopa Giulia Bongiorno, l'avvocato che salvò Andreotti dall'accusa di bacio e tenterà ora di scagionare un altro romanista da quella di sputo. E' che Totti è proprio indifendibile. Nel calcio moderno, un consesso di galantuomini, la mancanza di fair-play viene considerata un peccato mortale, specie quando si manifesta al cospetto di Madonna Telecamera. E Totti ha peccato, non vi è dubbio. Sputare addosso a un avversario carogna, ma soprattutto farsi sorprendere mentre lo si fa, è qualcosa di lontanissimo dalla morale cavalleresca degli italiani, che in queste ore si stanno scagliando a testa bassa contro il loro ex idolo, con esclusione della zona di Roma, arrivando addirittura a chiederne il rimpatrio per manifesta indegnità. Una massima del coattume capitolino spiega chiaramente quale comportamento debba tenere in circostanze simili un vero supercafone: «Nun te sputo in faccia, sennò te profumerei». Invece Totti ha sputato. Segno che un vero supercafone non è.
Semmai un pupo di mamma, incapace di reggere alle pressioni di quel ruolo da «star» a cui è stato issato più dal talento che dal carattere. Ingozzato di coccole, nella vita ha sofferto troppo poco per essere un leader, al punto che ogni volta che è chiamato a diventarlo, sbraca. Suicidando il suo e il nostro Europeo, ha finito per offrire un altro alibi, dopo il Moreno coreano, al bollitissimo Trapattoni. Non fosse che per questo, merita la pena più atroce: essere rapato a zero e rinchiuso in una gabbia insieme all'uccellino di Del Piero e all'opera omnia delle proprie barzellette, senz'altra via di fuga che un sentiero di scuse da percorrere con gli scarpini ristretti dello sponsor. La salvezza, per lui, sarebbe capitare in una squadra che giochi ad almeno mille chilometri dalle sottane della sua Roma. Perché solo lontano da quell'amore che non lo fa crescere potrà diventare adulto e aiutarci a vincere, fra due anni, i Mondiali. Signori dell'Uefa, non abbiate pietà di SpuTotti. Ma un po' di noi, sì: evitate di calcare troppo la mano, facendone un mostro. O, peggio ancora, un martire.
La Stampa 17 giugno 2004
http://www.lastampa.it