«L'hanno detto alla Tv»
«Un tempo ogni informazione data dalla televisione veniva presa per oro colato. Ma se la tv ha fatto la sua parte, noi non abbiamo fatto la nostra». Parla Massimo Fichera, primo direttore di Rai 2 ed ex vice direttore generale Rai. «Destra e sinistra hanno sempre pensato che la tv fosse solo un mezzo, una merce di scambio»
DONATELLA DELLA RATTA
Massimo Fichera, primo direttore di Rai 2, ex vice direttore generale Rai, ex presidente e direttore generale della rete di informazione Euronews, è un uomo che ha attraversato la storia della televisione italiana ed europea, da sempre dimostrando grande sensibilità ed attenzione verso i mutamenti del sistema televisivo. A lui abbiamo chiesto dei cinquant'anni dell'elettrodomestico più amato e odiato.
La televisione compie cinquant'anni e, come in ogni occasione, ci scappa «il discorso». Cosa si può dire oggi della tv?
Dopo cinquant'anni penso si possa dire: la televisione ha fatto la sua parte, ma noi non abbiamo fatto la nostra. La tv ha fatto quello che doveva fare un mezzo di comunicazione di massa: ha informato, divertito ed educato nel bene; nel male ha omogeneizzato, impoverito, reso molte questioni superficiali, tanto per ripetere tutti i capi d'accusa che banalmente le vengono imputati. Ha cioè dispiegato in pieno la sua natura di mezzo di comunicazione di massa. Chi invece doveva costruire un sistema di regole entro le quali farla funzionare, non ne ha compreso le peculiarità e il risultato è stata l'oscillazione fra l'adesione acritica e il diprezzo nei confronti della televisione. Sia da destra che da sinistra è stato fatto l'errore di pensarla come mezzo per giungere ad altri obiettivi, trasformandola in propaganda o in merce di scambio.
La tv non è mai stata pensata come fine, e di conseguenza non le si sono date regole che attenessero alla sua natura complessa ma, piuttosto, obiettivi esterni ad essa. Il fenomeno televisivo, nel nostro paese, è maturato in questo fraintendimento, fino ad arrivare alle «contraddizioni» odierne.
Rispetto ai generi televisivi, cioè al linguaggio, allo specifico della tv, questo atteggiamento si traduceva nel «disprezzo» di alcuni a favore di altri?
Esattamente. L'atteggiamento, diffuso specialmente nella sinistra, di considerare il varietà e l'intrattenimento come linguaggi «bassi», mentre l'attenzione si concentrava su informazione e programmi educativi, dimostra l'incapacità di comprendere che la declinazione della cultura diventa un'altra cosa nella società di massa, rispetto a ciò che era stata in precedenza. In questo senso, l'opera di Abruzzese è stata preziosa nel mostrare il non senso della ripartizione in cultura «alta» e «bassa». La linea editoriale della Rai, del resto, è sempre passata nelle cronache sportive più che in qualsiasi altro programma televisivo.
Quando lei è arrivato alla direzione di Rai 2, nel 1975, com'era il servizio pubblico e quale la linea editoriale che lei concepì per la neonata seconda rete?
La Rai di quei tempi era soprattutto tecnicamente preparata, ad un livello molto alto di professionalità. Ma era una televisione «monocorde», dove tutto era finalizzato ad un progetto di costruzione di cultura «moderata». Ogni cosa veniva programmata, anche le fuoriuscite da questo disegno: che, se estemporanee, come nel caso Fo-Rame, venivano allontanate. Il problema in fondo era che in Italia si continuava a sentire «l'ha detto la tv», come se fosse un'entità autoritaria che si piazzava al centro della vita culturale e sociale del paese.
Da neodirettore di Rai 2 maturai una linea editoriale in relazione a questi problemi. Le linee editoriali sono fatti «laici», non scelte valide una volta per tutte. Non so se oggi la riproporrei, ma a quel tempo la Rai aveva bisogno di apertura, di articolarsi al suo interno. La gente doveva capire che la tv era lo strumento attraverso cui uomini, donne, gruppi, realtà sociali e culturali di diverse categorie si esprimevano, e che quindi potevano manifestarsi contraddizioni. Ho concepito una linea editoriale di «controllata trasgressione» per invitare a riflettere sul fatto che la tv era uno strumento di cui servirsi e non da cui farsi guidare.
Se cambiava il carattere di severa pedagogia della Rai, dovevano mutare i linguaggi, i formati, i limiti di libertà. I programmi della neonata Rai 2 - L'altra domenica, per esempio, per citare uno dei più noti- tradussero questa scelta, che poi era inserita in un progetto «riformista»: un canale moderato e tradizionale, orientato alla famiglia da una parte, e una rete votata alla ricerca e all'innovazione, diretta ai più giovani, dall'altra. Questa filosofia non fu mai apprezzata nè da destra nè da sinistra, dove si preferì sempre declinare la programmazione e le reti in termini di rappresentanza politica.
La Rai 2 da lei diretta sperimentò formati e linguaggi rivoluzionari per quell'epoca, per esempio il «reality show» ante litteram...
E' vero, anche se questo termine non mi piace. Comunque la cosa più interessante non furono tanto i singoli formati, quanto il complessivo progetto editoriale, uno dei tentativi più sofisticati ed avanzati di articolare il monopolio. Naturalmente c'era un limite a tutto questo, il nostro più grande errore: non avevamo avvertito l'avvento della rivoluzione tecnologica.
Il fenomeno delle tv commerciali è la conseguenza più tangibile di questa rivoluzione: il sistema basato sulla rigida spartizione delle frequenze di terra non reggeva più. Non siamo riusciti a capire che la tecnologia avrebbe portato alla liberalizzazione come necessità propria del sistema.
Oggi che ci troviamo di fronte ad un'altra importante transizione tecnologica, quella verso il digitale terrestre, che ne sarà del servizio pubblico?
Innanzitutto, difendo in linea di principio il sistema misto canone-pubblicità come metodo di finanziamento delle reti. Quando in Italia si dice «privatizzazione del servizio pubblico» si parla di una cosa che non esiste in Europa se non in Lussemburgo. Il sistema misto ha un suo senso anche nel nuovo scenario, dentro il quale il servizio pubblico è chiamato a ricoprire un ruolo in più rispetto al passato: quello dell'innovazione. Il sistema televisivo - come tutti i sistemi a forte presenza commerciale oltre che industriale- è tendenzialmente conservatore.
Il rischio dell'innovazione deve essere preso in carica dal servizio pubblico, che però è utile solo nella misura in cui è «allargato», cioè se considera di pubblica utilità non solo le tribune parlamentari, ma il complesso dei generi televisivi.
Se dovessi aggiungere una funzione del servizio pubblico oltre a quelle della famosa triade della Bbc -informare, intrattenere, educare-, direi: innovare. Dove per innovazione intendo tecnologia, programmi, organizzazione dei metodi produttivi.
il manifesto 3 gennaio 2004
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