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daniela la notturna
L'ultimo raid israeliano, un invito alla vendetta

ZVI SCHULDINER da GERUSALEMME

Gerusalemme. In tempi normali questi erano i giorni di Purim, una specie di carnevale ebraico in cui sostanzialmente si festeggia la mitologica regina Ester che salvò gli ebrei dal massacro ordito da Aman, il perverso consigliere del re Assuero. Ma sono ormai dieci anni che Purim si è convertita, qui in Israele, nella nervosa attesa dell'attacco terrorista di turno. Dal momento che sono molti ad avere una memoria molto fragile, va ricordato che il primo terrorista di vaglia dopo la firma degli accordi di Oslo del `93, fu un medico israeliano, noto per i suoi grandi sentimenti umanitari e petriottici, che era un colono di Kiriat Arba, un insediamento israeliano vicino alla città palestinese di Hebron. Nella festa di Purim del `93, Baruch Goldstein entrò nella moschea che si trova in un luogo sacro per ebrei e musulmani a Hebron (la grotta di Macpela dove fu sepolta Sara, moglie di Abramo) e massacrò 29 palestinesi prima di essere ucciso dai musulmani che stavano pregando in quel luogo. Il massacro per mano di Goldstein, il primo vero kamikaze dopo Oslo, fu il segnale per l'avvio di una serie di gravi incidenti in cui persero la vita altri dieci palestinesi negli scontri successivi con l'esercito israeliano. Il suo obiettivo era politico: mettere fine al processo di pace iniziato con quegli accordi. Il risultato politico si accompagnò alla prevedibile sequela di vendette e rappresaglie con cui il terrorismo islamico rispose a quella strage e con cui il terrorismo di Stato israeliano rispose al terrorismo palestinese.

Negli anni successivi, sanguinosi attacchi durante il Purim furono la risposta palestinese al sanguinoso crimine di Goldstein del '94. Purim è oggi l'occasione per blindare i territori occupati ancor più del solito e la tensione aumenta su tutti i fronti con sempre più poliziotti e soldati e con un'atmosfera esasperata dalla catena di sangue e vendette che da allora prese il via.

Ora tuttavia ci troviamo nella fase che alcuni inguaribili ottimisti pensano sia quella precedente al ritiro unilaterale israeliano da Gaza annunciato da Sharon. E' necessario sottolineare che «unilaterale» è una parola propagandistica buona per un governo che vuole dettare ai palestinesi tutti i termini di un accordo che implica in realtà il prosieguo dell'occupazione anche se sotto altre forme. Con un presidente americano impantanato nel sangue iracheno e ansioso di essere rieletto, i freni imposti dagli Usa a Israele sono più che blandi mentre gli europei continuano con la loro politica di apatia diretta a non fare arrabbiare ancor di più lo Zio Sam.

A questo ritiro unilaterale da Gaza - che per il momento è puramente virtuale - la destra israeliana si oppone come anche alcuni settori militari che lo considerano come «un premio al terrorismo analogo al ritiro unilaterale dal Libano». Che si può fare per frenare questo processo o per annientare ancor più a fondo quel che resta delle istituzioni palestinesi?

Neppure quegli analisti che sono soliti plaudire con poco spirito critico l'esercito israeliano sono in grado di spiegare per bene cosa significhi il nuovo attacco di domenica al campo profughi di al Bureij che ha lasciato un bilancio di 15 palestinesi morti, di cui 10 o 11 sarebbero potenziali terroristi e altri 5 o 6 sono bambini o ragazzi.

Il posto di quei potenziali kamikaze sarà preso in un futuro molto vicino da quanti vorranno vendicare quei bambini e gli altri morti. E' difficile pensare che i testimoni dell'odio e delle devastazioni seminati domenica dalla brutale azione dell'esercito israeliano diverranno dei simpatizzanti del sionismo o accetteranno di buon grado la vita miserabile che vivono sotto i rigori dell'occupazione.

Il ritiro unilaterale annunciato da Sharon non è per il momento nient'altro che un nuovo fuoco d'artificio sparato nel teatro dell'immobilismo che scuote la regione. Bisogna ripeterlo: quel che appare tranquillo visto da fuori, quando le voci si zittiscono o non si registra qualche attacco contro obiettivi israeliani, quando le iniziative politiche sono paralizzate, non può far dimenticare che giorno dopo giorno il sangue scorre su terre distrutte dall'occupazione.

In queste ore le forze di occupazione israeliana sparano contro manifestanti israeliani e palestinesi che protestano contro il Muro dell'odio che si sta costruendo e che avanza. Il Muro - la «barriera difensiva» propagandata dai bugiardi - non separa solo i palestinesi dagli israeliani ma chiude i palestinesi in piccole enclaves, separandoli da altri palestinesi, dai loro campi, le lore scuole, i loro luoghi di lavoro, i loro ospedali.

Sia il Muro dell'odio che le azioni militari dell'esercito israeliano mirano a un evidente risultato: cercare di rendere impossibile qualsiasi dialogo politico che consenta di arrivare alla pace. Questa linea porta all'annessione dei territori occupati nel `67 e alla possibilità di espellere una gran quantità dei loro abitanti palestinesi.

http://www.ilmanifesto.it 9 marzo 2004

E il mondo continua a tacere... sad.gif


daniela la notturna
Le immagini...

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