Israele ricorda Rabin. Ma chi e come?
L'uomo di Oslo fu ucciso otto anni fa, oggi né laburisti né Peace now condannano il muro
Kibbutz in crisi e senza più giovani, ma sempre chiuso agli arabi: «Altri non ebrei sì, palestinesi no» Viaggio nel kibbutz Metzer, in Galilea


MICHELE GIORGIO

GERUSALEMME

"Migliaia di israeliani si sono riuniti ieri sera a Tel Aviv per ricordare il premier Yitzhak Rabin assassinato da un ebreo estremista di destra il 4 novembre del 1995. Il raduno ha segnato il ritorno in strada del centrosinistra rimasto paralizzato in questi tre anni di Intifada o addirittura appiattitto, come nel caso dei laburisti di Shimon Peres, sulle posizioni della destra di Ariel Sharon. Si sono ascoltate ieri sera parole commoventi in ricordo di Rabin, diventato dopo la sua tragica fine l'«icona» del pacifismo buonista del periodo degli accordi di Oslo, dichiarazioni di intenti e critiche alla politica del governo di Ariel Sharon. Striscioni, canti, slogan, fiaccole, palloncini colorati. Non sono mancati anche quelli che, ad ogni buona occasione, hanno ripetuto «Shalom Haver» (Shalom amico), le ultime parole pronunciate dall'ex presidente Usa Bill Clinton al termine del suo discorso funebre sulla tomba di Rabin. Oggi «Shalom Haver» in Israele lo hanno dimenticato, si riesce ancora a leggerlo solo sui pochi adesivi sbiaditi rimasti attaccati su vecchie automobili prossime alla rottamazione. Il raduno pacifista di Tel Aviv, in cui si sono trasformate le commemorazioni del premier assassinato, ha tuttavia riconfermato le gravi difficoltà in cui si dibatte un centrosinistra israeliano ancora debole, senza idee, senza un programma concreto e, soprattutto, non in grado di fornire una alternativa ad una opinione pubblica schierata in buona parte con la soluzione militare all'Intifada portata avanti da Ariel Sharon. Un centrosinistra che in tre anni ha prodotto solo quella dichiarazione di principi nota come «accordo Ginevra» che ha lasciato indifferenti gran parte degli israeliani e della quale si parla quasi esclusivamente all'estero.
Yigal Bronner, docente all'università di Tel Aviv, refusenik storico e attivista del movimento arabo-ebraico «Taayush», ci diceva qualche giorno fa che buona parte della sinistra israeliana continua a non voler fare i conti con la storia e il diritto internazionale. «L'accordo di Ginevra contiene soluzioni interessanti ma allo stesso tempo è il risultato di una trattativa tra una parte più forte e una più debole. Ad animare i firmatari è stato lo spirito di Oslo, di un accordo a tappe fondato sulla rinuncia da parte palestinese del diritto al ritorno dei loro profughi. Non c'è dietro una reale volontà di voltare pagina, di scrivere un nuovo capitolo della storia dei rapporti tra israeliani e palestinesi. Anche i laburisti più illuminati non vanno oltre questo progetto politico che di fatto rappresenta una soluzione alla crescita demografica araba: i palestinesi, anche con l'accordo Ginevra, si ritroveranno chiusi in un loro Stato minuscolo e senza risorse, Israele invece conserverà per decenni la maggioranza ebraica. La realizzazione del piano di separazione prenderà definitivamente il posto della coesistenza nell'uguaglianza e nel rispetto del diritto internazionale».
Non è un caso che poco o nulla gli oratori che si sono alternati ieri sera sul palco abbiano detto a proposito della costruzione del «muro della segregazione» tra Israele e i Territori occupati e che pure rappresenta il progetto più grave messo in atto dal governo Sharon (ma iniziato da quello precedente di cui facevano parte i laburisti). Il centrosinistra israeliano, a cominciare da «Peace Now», considera quel muro un progetto di sicurezza e non di apartheid. Le finalità sono valide, si dice, è sul percorso della barriera che nascono le divergenze. «Tanta gente di sinistra deve ancora trovare un punto di equilibrio tra il timore degli attentati e la necessità di avviare un vero progetto di pace che realizzi i diritti dei palestinesi calpestati da decenni», afferma Rebecca Heyl, ebrea americana, giunta meno di due anni fa in Israele. A differenza di tanti suoi amici pacifisti che rimangono in attesa della rinascita del partito laburista agonizzante e senza proposte, Heyl ha scelto di unirsi a «Windows», un'associazione che promuove il dialogo tra bambini palestinesi e arabi. «Grazie a Windows ho avuto modo di conoscere la realtà dei Territori occupati. Ciò mi ha spinto ad aderire alle iniziative di altri movimenti che cercano di aiutare concretamente i palestinesi, i contadini, ad esempio, che vengono minacciati quotidianamente dai coloni israeliani», aggiunge la pacifista.

L'impegno a favore dei diritti dei palestinesi e contro il governo Sharon, resta perciò confinato alle attività di alcune centinaia di attivisti di vari gruppi (Taayush, Black Laundry, Gush Shalom) che, solo in rare occasioni, riescono a coinvolgere un numero maggiore di persone. Il resto del centrosinistra si consola ripensando con nostalgia all'era del presunto «splendore sionista» idealizzato da Avraham Burg in un suo articolo apparso di recente su vari giornali, oppure si limita a sopravvivere e fa di tutto per non tracciare quel nuovo percorso che pure potrebbe donargli l'energia della quale ha un bisogno disperato.

Il kibbutz Metzer, in bassa Galilea, a ridosso della linea verde, è probabilmente uno dei casi più significativi della sinistra israeliana che non riesce a rompere con il nazionalismo. Dov Avital, segretario di Metzer, è una persona molto piacevole. Un «compagno», si sarebbe detto qualche tempo fa senza alcun imbarazzo, che crede sinceramente nei diritti dei palestinesi e degli arabi. Il kibbutz, ci ha spiegato, appartiene al movimento Hartzi (legato ideologicamente allo scomparso partito marxista-sionista Mapam), e da sempre promuove la coesistenza con i villaggi palestinesi vicini. Forse, proprio per questo, un anno fa ha subito un attacco armato che fece quattro morti. Metzer ora lotta per sopravvivere.

Non si direbbe osservando le abitazioni ben tenute e i giardini fioriti. Invece scavando sotto questa bella immagine di piccolo paradiso, si scopre che i 500 abitanti hanno una età media di oltre 40 anni (negli altri 270 kibbutz è più di 50 anni) e che i giovani corrono verso le luci abbaglianti e l'edonismo sfrenato di Tel Aviv perché non condividono i valori sui quali si fonda la comunità. «Dobbiamo riuscire ad attirare i giovani, dobbiamo aumentare il numero degli abitanti, è questa l'unica strada che può garantirci il futuro. E dobbiamo riuscirci senza rinunciare ai principi nei quali abbiamo sempre creduto, non tanto in economia quanto nella vita, nella società, nella pace», spiega Avital in attesa di una delegazione di ebrei americani. La domanda sorge spontanea: «Se cercate giovani e nuove persone perché non aprite le porte del kibbutz ai palestinesi, agli arabi? Sarebbe la realizzazione degli ideali di convivenza che dite di portare avanti». Avital rimane per qualche attimo in silenzio, poi finalmente risponde. «Credo che per un arabo sia difficile vivere secondo i nostri principi». Incalziamo: «E se si dichiarasse pronto a farlo?». «Forse qui da noi potrebbe essere accettato ma solo dopo una lunga e complessa procedura, negli altri kibbutz lo escludo, non lo credo possibile». I kibbutz, simboli di quel sionismo socialista che tanto fascino esercitò sulla sinistra occidentale negli anni `50 e `60, sbarcati nel terzo millennio non accettano ancora soci arabi. «Altri non-ebrei sì ma arabi no», ha concluso Avital.


il manifesto 02 novembre 2003
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