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Ali
Pakistan: gli ebrei di Karachi

KARACHI-La comunità ebraica di Karachi contava nel 1948 una popolazione di 2.500 persone,quasi tutte provenienti dall’India e dall’Iran.Tra la fine degli anni ’50 e i primi
anni ’60,dopo una serie di scontri con gli islamici che li accusavano di sostenere la causa palestinese,molti lasciarono il Pakistan per andare a vivere nella Terra Promessa.Solo le famiglie più ricche preferirono tornare in India,dove avevano ancora parenti e contatti di lavoro nello Stato meridionale del Kerala.Pochissimi decisero di rimanere nella maggiore città portuale pakistana.Tra questi c’è ancora oggi Rachel Joseph che,nonostante gli ottantatre anni,continua la sua battaglia contro lo Stato e contro l’intolleranza.L’ottuagenaria ex-insegnante è determinata a sfidare anche la mafia edilizia e gli integralisti islamici pur di vedere rispettato il patto siglato con le autorità locali.La controversia risale alla fine degli anni ’80, quando il comune decise di demolire la Magain Shalom,l’ultima sinagoga della città, per costruire al suo posto un orrendo palazzone in cemento.L’accordo era che Rachel sarebbe andata ad abitare in un appartamento del nuovo complesso edilizio e la comunità ebraica avrebbe costruito un tempio più piccolo in un altro quartiere. Ma non è andata così.Anzi,se il tribunale non accetterà il ricorso della battagliera signora,presto scomparirà anche l’ultimo caposaldo dell’ebraismo di Karachi:il ‘Bani Israel Kaburstan’(il cimitero del popolo d’Israele),situato nel vecchio sobborgo di Mewa Shah.La scusa avanzata dalle autorità per commettere questo ultimo atto di irriverenza, sostiene l’anziana Rachele,è che a Karachi non ci sono più ebrei.Invece c’è ancora una piccola comunità che ha rinunciato ad andare nella Terra Promessa
ma è terrorizzata dalla crescente intolleranza religiosa che dilaga nel paese.I pochi rimasti preferiscono infatti farsi passare per parsi(gli zoroastriani di origine persiana) pur di non incappare nella temuta‘blasphemy law’musulmana:una legge che dà dei
poteri quasi illimitati alle forze dell’ordine e che permette di arrestare e condannare–spesso con prove costruite-chiunque sia sospettato di aver recato offesa all'Islam. E le minoranze ebraiche e cristiane ne sanno qualcosa.La stessa Rachele,sulla porticina del tugurio in cui è costretta a vivere in totale povertà,ha fatto scrivere in rosso solamente ‘Anti’(storpiatura dell’inglese ‘aunt’,zia).E’ con questo nome che la conoscono nel Chappal Mandi,l’antico quartiere dei calzolai dove oggi si vendono pneumatici.Per trovarla sono occorsi tre giorni di ricerche nel labirinto di viuzze del bazar.Solo un vecchio panwala,che vende betel in un bugigattolo del mercato,si ricorda che un’infedele chiamata Joseph potrebbe ancora vivere a qualche km da li', dietro una friggitoria del pesce."Sempre che non sia già morta",precisa.Invece è viva e lucida,anche se malandata.
"Scusate se non ho aperto subito la porta,ma ho il femore rotto e la sedia a rotelle non funziona bene",dice con voce tremula.Ma poi cambia tono.Ha paura:"Chi ti ha detto di me e di dove stavo?Perché sei venuto a cercarmi?".Una volta tanto,però,la parola ‘giornalista’ non suscita repulsione.Anti si rilassa e si sfoga:"Mi hanno tradito tutti,lasciandomi qui a morire di fame".Le si obietta che un po’ di soldi dovrebbe averli perché,a quanto ci hanno detto,il suo avvocato è riuscito a ottenere che i costruttori del nuovo edificio le riconoscessero almeno l’affitto del minuscolo appartamento in cui sarebbe andata a vivere,se i patti fossero stati rispettati."Ah,
‘quello’ non viene a trovarmi da settimane e,quando mi lascia una manciata di rupie devo anche firmargli una ricevuta!",dice sconsolata zia Rachele.Ma non fa in tempo a terminare la frase che ‘quello’ piomba nella sporca stanzetta.Le spie del quartiere devono averlo avvertito.Per l’avvocato,invece, la parola ‘giornalista’ vuol dire ‘soldi’. Destinati a lui, ovviamente. "Sono stato in Italia,e so che voi fate pagare a noi stranieri anche l’aria che respiriamo!",grida l’avido avvoltoio,"e adesso tu vorresti continuare l’intervista e casomai fare anche delle foto senza che nessun altro ci guadagni?".E poi aggiunge:"Fammi vedere il passaporto e il tesserino!".Gli si ricorda gentilmente che lui non è il capo della polizia e,meno gentilmente,che può andare là dove merita di andare.Tanto la povera Rachele non riceverebbe neanche una briciola.Lui,invece,fa ogni mese il suo bel guadagno.Anzi qualcuno del quartiere sospetta che,tra le tante ‘ricevute’ firmate dall’ignara vecchietta,possa esserci anche stato un bel testamento in favore del suo difensore al quale basterà volteggiare sul quartiere e aspettare la dipartita dell’ingenua Anti.Ma rimarrà posto per seppellirla assieme ai suoi correligionari?
Infatti,anche il Bani Israel Kaburstan è da tempo al centro di una lunga battaglia legale.Nel 1921,il comune di Karachi aveva già destinato una parte del cimitero alla sepoltura dei membri della comunità Katchi Memon,musulmani provenienti dall’odierno Katch:la zona desertica del confinante Gujarat indiano.Dopo l’indipendenza del Pakistan,una sentenza del tribunale assegnava–per motivi di crescita demografica–quasi tutto il cimitero ai Memon che giungevano numerosi dall’India i seguito alla ‘partition’ tra le due nuove nazioni.Da una decina d’anni a questa parte,con la scomparsa di un pio quanto misterioso anziano che veniva ogni tanto da Israele a prendersi cura dei suoi correligionari,anche il guardiano è un musulmano.E’ lui che ci fa scoprire il minuscolo appezzamento dove riposano, dimenticati da tutti,gli antenati e gli amici di zia Rachele.Un muro li separa dai defunti di origine gujarati,come a voler dimostrare che anche nell’al di là si rimane diversi.Scavalcando la recinzione,dato che non ci sono più porte di accesso perché la parte frontale è occupata dalle case abusive,lo spettacolo è un po’ deprimente. Dei vecchi tempi è rimasta solo un’antica stele grigia sulla quale campeggia la Stella di David e un gruppo di lapidi invase da rovi ed erbacce.Le scritte in ebraico,hindi e inglese ricordano una lunga diaspora.In fondo,nascosta da un albero,c’è una costruzione a forma di casa.Il guardiano apre la porticina e mostra due sepolcri,ma non ne conosce l’importanza.All’interno ci sono due tombe in marmo.Una porta la data del 31 marzo 1902 e una scritta:"Il famoso e rispettatissimo Solomon David cercò sempre il benessere della comunità ebraica,ed è per la sua generosità che eresse a proprie spese la sinagoga Magain Shalom e venne eletto presidente della comunità di Karachi".Alla sua destra riposa la moglie Shegoolabai,che lo raggiunse il 27 aprile dell’anno seguente.La gente del posto,però,racconta che a un certo punto lo spirito di Solomon si risvegliò e cominciò a vagare furioso per il cimitero, terrorizzando tutti.Tanto è vero che il consiglio dei teologi locali decise di sigillare la tomba legandola con delle catene fissate per terra e alle pareti della stanza funeraria..Ancora oggi è possibile vedere i ganci conficcati nei muri,ma le catene non ci sono più e qualcuno teme che l’anima di Solomon David torni a vendicarsi per gli affronti subiti dalla Bani Israel.E forse lo sta già facendo,con l’aiuto e la fede della vecchia Rachel.Sempre che l’avvocato avvoltoio non riesca nei suoi intenti.
"Questa era una città tollerante dove islamici,ebrei,cristiani e hindu convivevano pacificamente",spiega il ginecologo pakistano Shair Shah Syed.Pur essendo musulmano,il medico ha da sempre seguito con passione le sorti delle minoranze.Ha anche scritto una raccolta di racconti brevi su come era piacevole passare il tempo in compagnia di persone diverse ma uguali.Il suo canto d’amore a Karachi si intitola ‘Gisko Dil khete te’:il luogo conosciuto con il nome di Cuore."Poco tempo fa ho incontrato nell’aeroporto londinese di Heathrow un concittadino ebreo che da anni vive a Gerusalemme",racconta Shair,"e mi ha subito chiesto se di fronte alla sinagoga Magain Shalom,a Jamila street,passa ancora il tram".Ma il mite dottore non ha avuto il coraggio di dirgli che di quei ricordi è rimasta solo la strada,e gli ha risposto di sì.

(reportage a cura di Sergio Trippodo,www.Repubblica.it)
Ali
Gli ultimi ebrei dell'India meridionale.Alla scoperta di un ebraismo fatto di caste e non di comunità.

A differenza di altre comunità ebraiche,quella indiana non ha un'origine(particolare avvenimento storico),né una motivazione(commercio) ben precisa che ci fornisca una spiegazione e giustificazione per la presenza di ebrei all'interno del vastissimo territorio indiano.Comunque,a dispetto di questa nostra occidentale "dimenticanza", gli ebrei sono vissuti in India per secoli e sempre,tranne qualche sporadico episodio, in pace e armonia con le altre comunità religiose.La tolleranza nei confronti di usi e costumi differenti,da sempre propria della cultura induista,ha facilitato,nel corso dei secoli,l'inserimento degli ebrei all'interno delle trame della struttura sociale indiana.
Questa pace ed armonia hanno evitato di portare l'attenzione di noi "occidentali"su questa presenza ebraica che lentamente ha assunto sempre di più i connotati di una non-esistenza,al punto in cui,al giorno d'oggi gran parte degli ebrei sparsi per il mondo é arrivata ad ignorare la presenza di ebrei "indiani".Una delle comunità ebraiche più antiche e sicuramente la più affascinante è quella di Cochin,nella regione del Kerala.Come l'India in generale,Cochin,situata nella punta sud-occidentale del subcontinente indiano,gode di un clima(metereologico e culturale)mite che è stato amico e ha protetto gli ebrei per secoli.La provincia di Cochin comprende isole, lagune,città e foreste tenute assieme e la cui vista è resa armonica da una caratteristica multiculturalità che si presenta agli occhi dei turisti attraverso la vista di sinagoghe ebraiche accanto a chiese portoghesi,esempi di architettura olandese,moschee,templi indiani e città dall'aspetto tipicamente inglese.Anche religiosamente il panorama sembra essere altrettanto variegato:sebbene la maggioranza della popolazione sia induista sono presenti anche delle consistenti comunità cristiane e musulmane oltre a minoranze ebree e zoroastriane.
Le origini precise della presenza ebraica sono difficili da ritracciare sia nel tempo che nello spazio,comunque nella accezione comune si parla spesso di una comunità
"Antica quanto la Diaspora".Mentre da un lato ci sono testimonianze bibliche di insediamenti ebraici in India(1),dall'altra la tradizione locale parla di differenti ondate migratorie a partire dalle sconfitte della Giudea ad opera dei Assiri prima (722 a.e.v..) e dei Babilonesi poi (586 a.e.v.),attraverso le distruzioni del Tempio di Gerusalemme(70 a.e.v., 68 e.v.),fino ad arrivare alle persecuzioni portoghesi e spagnole.La traccia storica più antica della presenza ebraica in India è rappresentata da una coppia di piatti in rame(X sec. e.v.)con iscrizioni in Tamil (lingua locale)che dettagliano tutti i diritti e privilegi garantiti ad un certo rabbino Issupu(Giuseppe)Irappan dal governatore Bhaskara Ravi Varma.Nei secoli successivi le testimonianze ci parlano di una cosiddetta "Epoca d'Oro" per gli ebrei che,grazie alla protezione del sovrano,furono lasciati liberi e anzi incoraggiati a prosperare e a moltiplicarsi.Questo clima sereno e disteso è finito con le invasioni dei portoghesi e la loro successiva dominazione(1502/1663 e.v.)che rischiarono di annientare una volta per tutte la comunità ebraica che trovò nel Raja di Cochin il suo unico difensore e paladino.Per dimostrare gratitudine nei confronti del loro sovrano gli ebrei combatterono spesso al suo fianco seppure rifiutandosi di combattere durante lo Shabbat.Con la dominazione olandese(1663/ 1795 e.v.)gli ebrei ampliarono i loro commerci ma soprattutto i loro contatti con le più floride comunità ebraiche europee
(finalmente furono in grado di riprodurre le proprie copie delle Sacre Scritture).
Durante il dominio olandese troviamo per la prima volta documentazione relativa alla suddivisione in sottogruppi degli ebrei indiani sicuramente creata e favorita all'interno della società induista suddivisa in caste.Gli ebrei si erano suddivisi in Ebrei Neri(Malabar),Ebrei Bianchi o Stranieri (Pardesi) di tradizione Sefardita ed Ebrei Liberati(Meshuchrarim).Gli Ebrei Pardesi,da sempre possessori di maggiori possibilità economiche,non esitarono a porsi,anche sul piano spirituale,su un livello più alto rispetto alla popolazione "nera" adducendone come motivazione una presunta maggiore "Purezza Originaria" che trovava un appoggio nella società di casta e che riuscì a spingere gli Ebrei Meshuchrarim fino al fondo della scala sociale solamente per via del colore della propria pelle più scuro e simile a quello della popolazione induista che a quella di immigrazione europea.Gli Ebrei Liberati non erano neanche possessori di uno status religioso definito,passavano di proprietà di padrone in padrone,e non avevano neanche una loro sinagoga.Gli era persino proibito partecipare e/o assistere ad alcuna pratica religiosa con la sola esclusione Simchat Torah.Le altre due caste avevano sinagoghe differenti e non ammettevano l'esogamia(lo sposarsi al di fuori del proprio gruppo sociale)tra i due gruppi, praticando solamente matrimoni esclusivamente all'interno dello stesso gruppo di appartenenza.Tutti questi gruppi erano comunque accomunati dalla lingua ebraica e dall'uso della lingua locale(Malayalam)nonché da una predominanza di tradizioni sefardite unite a delle usanze prese in prestito da quelle della popolazione autoctona.Molte delle usanze delle comunità locali,infatti,sono molto più simili a quelle di altri indiani non ebrei che a quelle di altre comunità sparse per il mondo e tra di queste possiamo citarne solamente le più significative che sono:Lampade Multicolori appese all'interno delle sinagoghe (simili a quelle dei Templi induisti), l'usanza di entrare in sinagoga a piedi scalzi e,la più peculiare,la tradizione di odorare dei fiori di hardala e metterseli in tasca a significare la fine dello Shabbat.
Anche all'interno della comunità ebraica,come in quella induista,i matrimoni sono combinati e le nuove famiglie vanno a risiedere a casa della famiglia paterna dello sposo perpetuando una usanza vecchia di secoli e che è scomparsa dal "nostro" mondo solamente di recente.Il maggior luogo di culto della provincia di Cochin era, ovviamente,la Sinagoga Pardesi i cui membri potevano appartenere esclusivamente alla comunità bianca.Gli ebrei neri potevano,in caso di necessità usufruire delle strutture ma non era per loro possibile divenirne membri.
Contemporaneamente alla liberazione dell'India(1947)ci fu anche la fondazione dello Stato di Israele per cui molti indiani preferirono,per poter vivere fino in fondo il loro ebraismo,emigrare alla volta delle Americhe,del Regno Unito o del neonato stato di Israele.Al giorno d'oggi non sono rimasti molti ebrei all'interno della comunità di Cochin e c'è un solo rabbino(Samuel Hallegua),al quale probabilmente non si troverà nessun sostituto una volta giunto al pensionamento.Queste sono le parole che Samuel si sente di dedicare alla propria città che rappresenta per lui la sua storia, la sua cultura e la sua stessa vita:"Ho sentito di persone che si sono recate in Israele per la prima volta e hanno inspirato l'aria e detto che qualcosa era diverso. Per me questo posto è quello dove voglio vivere e [questa] è l'aria che voglio respirare.Un pesce non sopravviverà mai al di fuori dell'acqua ed io non posso sopravvivere al di fuori di Cochin(2)".
All'interno della comunità di Cochin tutti i giovani ebrei sono oggi emigrati alla ricerca di un posto dove la sopravvivenza stessa non sia messa in discussione ogni giorno per via delle ridotte possibilità di lavoro dovute ad una sovrabbondanza di manodopera a basso costo che viene sfruttata da noi "occidentali".

(a cura di Serena Piazza,22 luglio 2004)

NOTE
1 Nel libro di Ester si parla di ebrei dispersi da "Hodu a Kush";mentre Hodu è la parola ebraica per India,Kush quella per Etiopia.

2 Emily Kasriel, The Jerusalem Post (Daily Internet Edition), Gerusalemme, 1997

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