De Gasperi senza veri eredi

Pierluigi Battista
SI affollano molte anomalie nell’imminenza dell’anniversario della morte di Alcide De Gasperi. Diversamente dal passato, quando nel ricordo di De Gasperi il rito imponeva il raccoglimento dei maggiorenti democristiani nella liturgia di suffragio presso San Lorenzo fuori le mura, o il pellegrinaggio della dispersa famiglia scudocrociata nei luoghi degasperiani del Trentino, quest’anno la celebrazione di De Gasperi è forse destinata ad innescare inedite polemiche politico-storiografiche. Un altro segno dei tempi mutati. Nella coincidenza agostana degli anniversari della morte di De Gasperi e di Palmiro Togliatti, solitamente sul lascito del «Migliore» si accendevano veementi duelli e ripulse, mentre la discussione su De Gasperi appariva decisamente sotto tono. Quest’anno le parti si sono rovesciate.
Adesso il nome di Togliatti sembra appassionare soltanto gli esegeti esperti nella disputa accademico-filologica o la sempre più sparuta pattuglia dei nostalgici e dei seguaci fuori tempo massimo. Sulla figura di De Gasperi, invece, si accendono inopinatamente i riflettori e parte improvvisa una corsa all’eredità degasperiana. Si spiega così la bizzarra decisione dell’Unità di allegare al giornale una raccolta di scritti di De Gasperi sulla politica estera. E certamente suscita una qualche curiosità che a commemorare De Gasperi, in una solenne cerimonia prevista a Berlino per fine mese, sarà il presidente del Senato Marcello Pera, un liberale laico certamente estraneo alla vicenda storica della democrazia cristiana se non addirittura, in passato, tutt’altro che impermeabile alle pulsioni dell’anti-democristianità. Si aggiunga la rovente polemica suscitata dalla riluttanza della dirigenza polista della Rai ad elargire i finanziamenti per una fiction su De Gasperi curata da Liliana Cavani (presumibilmente una rilettura dello statista democristiano in salsa «ulivista») per constatare il fenomeno comune sotteso a questo revival degasperiano: la sempre più accentuata «de-democristianizzazione» del democristiano De Gasperi. La bulimia annessionistica della storia Dc da parte della sinistra, del resto, si era già rivelata in passato, almeno da quando è stata eretta in Puglia una statua di Aldo Moro improvvidamente munito di una copia dell’Unità sotto il braccio.
E sull’altro versante non è una novità, nel mondo politico-culturale di cui il presidente Pera è autorevole espressione, la rivendicazione di un legame con un De Gasperi anticomunista, paladino della scelta atlantica, ancorato alla politica dell’Occidente. Un De Gasperi da cui viene però espunto il tratto peculiarmente democristiano. Come a sancire una differenza irriducibile tra De Gasperi e la Dc a lui successiva, quella che su impulso soprattutto fanfaniano ha dato vita alla democrazia cristiana statalista della compenetrazione tra partito e Stato, dell’economia mista, della forte presenza pubblica nel panorama economico-sociale. Nulla di male. Se non fosse che a mancare all’appello di questo multiforme interesse per De Gasperi siano proprio i legittimi eredi della Dc. Come se l’assordante chiacchiericcio sulle presunte velleità di una rivincita politica democristiana avesse come contrappasso il silenzio dei democristiani sulla storia della Dc, la reticenza sulla propria memoria e l’imbarazzo nella rivendicazione delle proprie ascendenze. Un’anomalia, appunto, in un Paese dalle incerte paternità politico-culturali in cui, mentre sono i «laici» ad occuparsi delle grandi figure democristiane, è un legittimo erede di De Gasperi come il presidente Casini a commemorare meritoriamente Giovanni Spadolini e non il presidente del Senato, come sarebbe stato lecito attendersi, non foss’altro che per ragioni di affinità istituzionale (cosa di più intrinsecamente spadoliniano della presidenza del Senato?) e per comuni radici laiche. Un felice rimescolamento di culture e tradizioni, forse. O forse, purtroppo, l’incertezza di un Paese che ha difficoltà a fare i conti con la propria storia.
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