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Forum di politica, cultura, società: 2003-2004

Roderigo
Dal crollo alla rinascita

di Giovanni De Luna

DOPO l’8 settembre lo Stato italiano si disintegrò. Sul nostro territorio violato e smembrato i centri della sovranità statuale si moltiplicarono di colpo: al Sud comandavano gli Alleati, al Nord i tedeschi; da una parte il Regno del Sud con Badoglio e Vittorio Emanuele III, dall'altra la Repubblica sociale di Mussolini. E poi il Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale. Tre governi, due occupazioni. E non bastava: l'esercito, il cuore dell'apparato della forza su cui si sono sempre retti gli stati nazionali, si era dissolto in un tragico intreccio di ignominia, atti di disperato eroismo, insipienza. Una disintegrazione così radicale è un'esperienza quasi unica per gli Stati moderni. Tra le tante letture storiografiche che sono state proposte, la più convincente sottolinea in quell'evento non solo l'epilogo di una disastrosa sconfitta militare, ma anche il fallimento di un’intera classe dirigente. Dopo venti anni di dittatura fascista, le nostre istituzioni erano come avvelenate, rose dal tarlo soffocante della mancanza di libertà. Il loro crollo ebbe conseguenze destinate a durare a lungo. Nello sfacelo degli apparati del regime, l'8 settembre selezionò infatti un potere reale, che affondava le radici direttamente nelle coscienze degli uomini e in un'organizzazione allenata da secoli ad affrontare emergenze e vicissitudini. La Chiesa fu allora, di fatto, l'unica istituzione a non conoscere soluzioni di continuità, impegnata in una vasta azione a carattere pastorale e sociale. Il messaggio di rassicurazione e fiducia che promanava dalle gerarchie ecclesiastiche spiega oggi molte delle radici materiali e psicologiche della successiva egemonia democristiana nell'Italia della ricostruzione. Anche il potere economico acquistò forza e autonomia trattando da pari a pari con tedeschi e alleati, scavalcando con disinvoltura i governi «fantoccio», abituandosi a far coincidere l'interesse nazionale con i propri interessi. Ma non fu solo questo. L'azzeramento della dimensione statuale della politica lasciò tutti soli con se stessi. Si smise di colpo di essere cittadini, di avere obblighi di obbedienza alle leggi e si fu chiamati a rispondere solo ai propri principi morali. In questo senso l'8 settembre fu uno di quegli eventi storici - come il Terrore, la Grande Paura - che non si lasciano imprigionare in una interpretazione esclusivamente politica attraversati come sono da emozioni di massa in grado di lasciare affiorare nitidamente le pulsioni più oscure e gli slanci più profondi sedimentatisi nell'identità collettiva di un popolo. È difficile districarsi all'interno del groviglio di sentimenti, paure, speranze che dilagarono allora nei cuori e nelle teste degli italiani. Dissoltasi la crosta della dittatura di Mussolini, fu come se fosse saltato il tappo di roccia di un vulcano a lungo spento; nel magma che prese a fluire liberamente c'era di tutto, meschinità e generosità, grettezza individualistica e protagonismo collettivo. E fu proprio nell'universo delle tensioni, delle convinzioni, degli atteggiamenti, delle scelte individuali che l'8 settembre agì con la sua carica più dirompente. Fu quello il momento della «scelta». Lo ha ricordato con forza Vittorio Foa. «Paion traversìe, sono opportunità» fu il motto vichiano che capovolse lo sgomento in voglia di azione, l'umiliazione in desiderio di riscatto. Tra le macerie dell'Italia fascista nasceva un nuovo senso di appartenenza nazionale, che rifiutava la «fedeltà all'alleato tedesco», che non si riconosceva nell'«onore» di essere schierati al fianco delle SS e delle ragioni dello sterminio razziale, che pensava a una nuova Italia fondata sul rifiuto morale e esistenziale di quelli che erano stati i valori del fascismo.

La Stampa 3 settembre 2003
http://www.lastampa.it
aldo
Dopo l'otto settembre c'erano forze che invece del senso di appartenenza nazionale sentivano di piu un senso di appartenenza all'internazionale stalinista, e qualcuno sentiva di appartenere di piu ad un internazionalismo al di la del tevere.......e quelli che credevano ai valori risorgimentali , quelli che fecero l'Italia furono piuttosto emarginati....per questo che l'Italia ha sempre avuto cosi poco nel suo popolo un orgoglio e un senso di appartenenza alla propia patria....
Marianna
Cacciare i nazisti non mi pare non avere il senso della Patria.... o no?
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