di Jennifer Loewenstein

La Striscia di Gaza e' più di una prigione. Basta solo trascorrere un po' di tempo a Khan Yunis o Burej, Jabalia o Nuseirat, Gaza City o Beit Hanun per capire l'impostura dell'analogia con la prigione. A Gaza sei più che un detenuto di un gigantesco penitenziario. Sei un obiettivo umano che cammina, pedinato da killer in affitto che possono distruggere te e ciò che ti circonda a loro piacimento. La tua casa appartiene ai bulldozer ed alla dinamite, le tue città ed i campi profughi agli F-16 ed agli elicotteri da guerra. A Gaza i tuoi mezzi di sussistenza diminuiscono ogni giorno a causa di un impoverimento che e' deliberato quanto spietato. Non vi e' né fuga dalla disperazione né rifugio dal terrore. In nessun luogo ciò e' più evidente che a Rafah.
Rafah, una città con una popolazione di 120.000 individui (più piccola di Ramallah, Nablus, Gaza City ed Hebron), ha perso più abitanti che qualsiasi altra città dei Territori palestinesi occupati, nel corso della seconda Intifada. E' la più povera tra le città palestinesi, ed il suo distretto di Sahura e' la sezione più povera di Rafah. Lì, intere famiglie vivono assieme in baracche di una stanza fatte di ferro contorto con pavimenti sporchi e tetti di lame di metallo, cartone e incerate. I bambini corrono scalzi per strada, mal vestiti e malnutriti. In nessun luogo della Palestina si troveranno condizioni miserabili quanto quelle di Rafah, l'80% della cui popolazione e' costituita da profughi resi tali due o tre volte.

Dal 29 settembre 2000, l'esercito israeliano ha ucciso a Rafah 275 persone, più di tre dozzine delle quali dall'ottobre 2003. Settantasei di queste erano bambini. Ha distrutto un totale di 1.759 case, 430 delle quali dall'ottobre 2003, rendendo nuovamente profughi un totale di 12.643 residenti, 2.894 dallo scorso ottobre. La disoccupazione raggiunge il 70% a Rafah, con un tasso di povertà dell'83,4%. La malnutrizione affligge gran parte dei bambini di Rafah, così come il cosiddetto Disordine da Stress Post-traumatico. Dei parlamentari britannici in visita in Israele e nei territori Occupati hanno dichiarato: "Nei Territori di Gaza e della Cisgiordania abbiamo riscontrato tassi di malnutrizione simili a quelli dell'Africa sub-sahariana". L'economia palestinese e' collassata.
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Said Zoroub guida un camioncino bianco con le parole "Municipalità di Rafah" dipinte in arabo ed inglese sulla portiera del guidatore, dono della Norvegia. Meno di un'ora dopo il mio arrivo a Rafah, Zoroub, il sindaco, riceve una chiamata urgente sul suo telefono mobile. Un bulldozer israeliano ha colpito una sorgente d'acqua sotterranea mentre demoliva delle case lungo il confine con l'Egitto. Mezza città e' senza rifornimenti idrici. Dal lato passeggeri del camioncino municipale, osservo l'ultimo danno.
Esteriormente imperturbabile, Zoroub pronuncia parole che smentiscono la sua calma: "Viviamo tutti i giorni in stato d'emergenza". Dall'altro lato della strada, le case e le costruzioni di Rafah sono tempestate di pallottole, come se soffrissero di una malattia contagiosa. Più ci avviciniamo, più devastate esse appaiono - sbriciolate, con veri e propri crateri laddove sono state colpite dai tanks in piena notte. Panni stesi ad asciugare pendono dalle finestre, mentre sui muri si rincorrono graffiti politici e poster di martiri. Il paesaggio della città e' caratterizzato da miseria e rovina. Il limite della città e' una terra di nessuno costituita da detriti calpestati mille volte dalle ruote dei cingolati che dominano questo luogo.
Pozzanghere, pietre e vetri rotti adornano il sentiero che costeggia le case del perimetro cittadino trasformate dall'esercito in caverne grigie ed aperte, troppo infide per vagarci a lungo. Sempre più bambini appaiono dai vicoli alla nostra sinistra e ci seguono con curiosità fino alla fine della strada. Uomini e donne escono per salutare il sindaco, mentre sentiamo il cigolio di un carro armato che si avvicina a noi, le mitragliette puntate contro. Un bulldozer spinge via mucchi di macerie e di spazzatura: altre case demolite e niente acqua a Rafah ovest fino a che le autorità israeliane non diano il permesso agli operai di riparare il danno senza il rischio che vengano sparati a vista. Un ragazzo indica un buco nel muro da cui posso scattare foto senza essere subito interrogata. Dallo stesso vantaggioso punto d'osservazione, i bambini guardano le demolizioni mentre procedono. Ho fatto solo due foto quando il sindaco mi dice di "andarcene via, e' pericoloso". E' giovedì pomeriggio, 15 gennaio 2004.
Vi sono alte torrette di controllo dell'esercito lungo il confine egiziano ed israeliano con Rafah e tra Rafah e l'insediamento di Gush Katif sulla sponda sud-orientale del Mar Mediterraneo. Le spiagge di Rafah sono off-limits per gli abitanti della città dall'esplosione della seconda Intifada, privati dell'unico sollievo che possiedono per evadere dall'insopportabile squallore della Striscia. Presso il bordo del distretto di Tel al-Sultan, un'area esposta alle torrette di controllo della colonia, il sindaco prende velocità, sottolieando quanto, in quel momento, siamo vulnerabili. Molta gente e' morta qui, colpita da pallottole sparate a casaccio dai soldati delle torrette. I ragazzini locali, tuttavia, cercano ancora di usare l'area come campo di calcio improvvisato, nei giorni di "quiete".
Più in là, Zoroub indica un orfanotrofio e nuove case prefabbricate costruite dall'UNRWA dopo le incursioni israeliane dello scorso ottobre, che hanno lasciato 1.780 senzatetto, 15 morti e dozzine di feriti. C'e' gente ancora accampata in tende, mentre le costruzioni pubbliche sono state trasformate in rifugi d'emergenza. A nord-ovest della città ci sono due nuove sorgenti d'acqua ricostruite con fondi provenienti dalla Norvegia, dopo che l'IDF le distrusse nel gennaio del 2003. Un custode ci mostra fori di proiettile freschi sui muri del suo appartamentino e sulla grande targa blu appuntata al recinto esterno e che annuncia il dono di una nuova fonte idrica.
Il giorno prima, a Gerusalemme, un certo Roger di Save The Children mi aveva detto di non andare a Rafah, perché non era un luogo sicuro. "Sono stato lì proprio due settimane e lavoravo ad un progetto idrico. Stavo parlando ad un uomo che maneggiava una pompa d'acqua. Indossava un elmetto ed una divisa che lo identificavano come un operatore cittadino ma era così esposto, capisci - in piena vista delle torrette di controllo. Due giorni dopo fu ammazzato".
Sulla strada di ritorno per la casa del sindaco, attraversiamo campi di garofani multicolore e ci fermiamo ad una primitiva fattoria per la coltivazione di fiori. I fiori sono tagliati e legati assieme per essere esportati in Olanda - se le autorità portuali israeliane lo permetteranno. Se non decideranno entro pochi giorni, essi seccheranno e moriranno persino se messi in camion refrigerati. Un operaio della fattoria mi offre un mazzetto di garofani rossi. Al ritorno, Zoroub mi indica i campi con la mano: "Volevo che lei vedesse qualcosa di romantico a Rafah".
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Sono partita per Rafah l'11 gennaio 2004, come parte di una delegazione di tre persone in rappresentanza del Madison-Rafah Sister City Project, un'organizzazione fondata nel febbraio 2003 per creare legami di amicizia personali tra le nostre due comunità.
Dalla morte di Rachel Corrie, Tom Hurndall e James Miller per mano dei militari israeliani a Rafah la primavera scorsa, entrare nella striscia di Gaza e' divenuto sempre più difficile. Mentre cercavo di ottenere il permesso per entrare nella striscia questo gennaio, mi e' parso subito chiaro che agli internazionali e' negato l'accesso per due motivi chiave: nascondere quanto più e' possibile ciò che avviene quotidianamente ed evitare ulteriori "incidenti" - ad esempio l'assassinio di internazionali che potrebbe generare nuovamente pubblicità non gradita.
Le forze militari israeliane uccidono quasi ogni giorno palestinesi in circostanze orribili e crudeli. Eppure quasi 3.000 morti palestinesi non hanno alcun effetto sulla maggioranza degli americani - gran parte dei quali non ha la più pallida idea di ciò che sta accadendo nei territori palestinesi occupati - sebbene il loro governo ne sia direttamente responsabile. Quando muore un internazionale, tuttavia, specie una giovane ragazza americana come Rachel Corrie il cui obiettivo a Rafah era quello di impegnarsi in una resistenza non violenta, diviene necessario controllare il danno - nonostante i concertati tentativi di qualcuno di dipingere Rachel come una "simpatizzante del terrorismo".
Il 4 gennaio 2004, Israele ha ideato una nuova serie di restrizioni per isolare ulteriormente il popolo palestinese ed impedire, per quanto possibile, un monitoraggio internazionale formale o informale della situazione nei territori. Alle persone che desiderino entrare a Gaza "e' richiesto di riempire una domanda d'ingresso formale e di presentarla all'Ufficio Relazioni Estere della Coordination & Liaison Administration della Striscia di Gaza, situato al valico di Eretz. La procedura di accoglienza delle richieste implica un'attesa minima di cinque giorni lavorativi, ma le richieste possono essere respinte a piacimento e spesso richiedono tentativi ripetuti e frustranti. Queste restrizioni seguono altre già emanate in precedenza, come l'obbligo da parte dei visitatori di Gaza di firmare un documento in cui si esonera Israele da qualsiasi responsabilità per uccisioni o ferimenti causati dai militari israeliani. Talvolta, ma non sempre, le organizzazioni umanitarie ed i giornalisti stranieri sono esonerati. Tuttavia, l'effetto a breve termine di tale politica e' stato quello di scoraggiare molti, tranne i più determinati, dall'andare a Gaza e a volte in Cisgiordania. L'effetto a lungo termine potrebbe essere molto più devastante.
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La notte in cui sono arrivata, le strade di Gaza City erano inondate dalle piogge torrenziali e dalle acque che sgorgavano dalle inutili grondaie danneggiate. Le auto erano ferme in mezzo alla strada a causa dell'acqua alta e gli uomini sistemavano assi di legno prese dai marciapiedi per aiutarle a venire fuori dalle aree meno profonde. L'elettricità era andata via in buona parte della città, rendendola, al buio, più che mai devastata. Il tassista mi fermò presso il Deira Hotel, augurandomi di trovare una stanza libera. In effetti, l'hotel era vuoto. Il receptionist mi spiegò che i giornalisti avevano disdetto le prenotazioni per quella sera a causa della chiusura del valico di Eretz. Con sua grande sorpresa, gli spiegai che venivo da Eretz. Ora, quel bellissimo hotel stile villa era tutto per me. La mattina seguente partii per Rafah ed attraversai il checkpoint di Deir al-Balah con relativa facilità: aspettammo solo 45 minuti prima di ottenere il permesso per proseguire - un'operazione che, di solito, richiede tra le due ore ed i quattro giorni di attesa.
I proiettili ci piovevano addosso come chicchi di grandine, quando lasciammo la casa di Naila quella prima sera a Rafah. Per due ore sedetti insieme a Sumaya, la moglie del sindaco, le sue sorelle ed i loro bambini. Alcuni di essi cominciarono a litigare quando l'elettricità andò via e restammo al buio. Il bimbo più piccolo, Karim, lanciò un urlo e sua madre si precipitò a prendere una lampada a pile. L'elettricità, come l'acqua e le linee telefoniche, non e' mai data per scontata.
Decidemmo di uscire quando tornò la luce e Talal, l'amico del sindaco, ci venne a prendere. Dovemmo però aspettare all'interno a causa dei proiettili che continuavano a piovere contro di noi nella notte dalla torretta di controllo. Fossi stata sola, non sarei mai uscita, ma per gli altri la routine prevedeva un'attesa di qualche minuto, un salto in macchina e via, accoccolati al di sotto dell'altezza del finestrino. Per strada, due auto, protagoniste della stessa scena da noi recitata, avevano avuto una collisione. I guidatori, avviliti, erano fermi nel mezzo della strada, ispezionando i danni.
Tornata a casa del sindaco, ricevetti una telefonata di Laura Gordon, l'ultima attivista americana dell'ISM a Rafah. Sarei andata in ufficio ad incontrare i suoi amici? Stavano organizzando una manifestazione per venerdì. Avevo sentito che Tom Hurndall era morto? Dieci mesi in coma e, finalmente, la pace. Erano già stati stampati i poster col volto del nuovo martire, da incollare sui muri di Rafah assieme agli altri. I manifestanti, la mattina seguente, avrebbero marciato a Keer Street, nel luogo in cui Tom fu sparato in testa per aver tentato di proteggere due bambini dalla linea del fuoco.
I tanks rotolano per Keer Street quando ha inizio la grande invasione di Rafah. E' una strada "bidon-ville" che termina in un grande mucchio di terra, blocchi di pietra e macerie nella terra di nessuno tra essa e le postazioni dell'esercito israeliano. Venerdì mattina stetti in piedi su quel mucchio di terra, osservando l'altra fortezza che ospita le guardie israeliane. Non riuscii a vederle ma sentii i loro occhi puntati verso di noi. I manifestanti, quasi tutti bambini, indossavano bersagli sulle magliette e portavano striscioni: "Palestinesi ed internazionali sono obiettivo dell'esercito israeliano". Una bambina mi indicò un piccolo foro sul muro di una costruzione alla fine di Keer Street, il segno di una pallottola: quella, mi fu detto, che aveva ucciso Tom Hurndall.
Ho sentito molti dire che la Striscia di Gaza e' una prigione a cielo aperto. I suoi abitanti vivono circondati da recinzioni elettriche, censori mobili, filo spinato e barriere metalliche, eccetto che lungo la costa, controllata di continuo da navi da guerra israeliane. Israele impedisce agli abitanti di Gaza di lasciare il territorio e persino di viaggiare liberamente entro il suo perimetro, dal momento che esso e' controllato da numerosi checkpoints che possono trasformare un viaggio di mezz'ora in un incubo lungo quattro giorni. I militari possono decidere di isolare intere sezioni di Gaza a loro piacimento, mentre gli abitanti di 17 colonie illegali, che si spartiscono oltre un quarto di questo minuscolo territorio, posono viaggiare avanti e indietro in Israele attraverso le strade per soli ebrei.
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Quando i tanks israeliani penetrarono rullando nelle strade di Rafah, lo scorso ottobre, i media occidentali riportarono che essi erano alla ricerca di tunnel che collegavano le case di Rafah all'Egitto per il passaggio delle armi. La leadership palestinese "era incapace di smantellare le infrastrutture del terrorismo", e quindi Israele doveva provvedere da sé. Queste dichiarazioni presuppongono l'idea che noi possiamo accettare senza battere ciglio che tali tunnel e tali armi possano rappresentare una seria minaccia al terrificante arsenale bellico di Israele, e che l'operazione di ricerca di tali tunnel preveda necessariamente la distruzione delle case e di tutti i possedimenti di circa 2000 persone.
Metterle in dubbio metterebbe a rischio la logica di un'occupazione perdurante e della grande "guerra al terrorismo" che gli americani ed i loro alleati israeliani devono combattere assieme. Porterebbe alla verosimile conclusione che il livello di morte e distruzione inflitto da Israele a Rafah fa parte del piano israeliano di "ripulire" - a qualsiasi costo - una vasta area del confine tra Rafah ed Egitto per trasformarla in una zona militare inaccessibile sotto diretto controllo israeliano, terrorizzando ed intimidendo la popolazione palestinese. La creazione di una zona militare chiusa rimuoverebbe l'ultimo confine internazionale tra il territorio palestinese ed un paese che non sia Israele, garantendo la messa in quarantena perpetua della striscia di Gaza. Completerebbe inoltre la distruzione dell'economia di Gaza, dal momento che, per ragioni pratiche, cesserebbe il commercio con l'Egitto. Farebbe avanzare il processo di graduale spostamento interno dalle regioni del confine ai già traboccanti campi profughi e alle città interne. La devastazione e l'implosione di un'intera società sarebbe accelerata con il beneplacito degli Stati Uniti.
Subito dopo le incursioni di ottobre, Amnesty International emanò un comunicato, in cui definiva "crimini di guerra" le azioni di Israele e chiedeva che venisse bloccata l'estensiva demolizione delle case palestinesi. Due settimane di distruzioni, espropriazioni e morte, durante le quali Israele aveva trovato tre tunnel e nessuna arma.
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Le notti di Rafah sono scandite dal fuoco dei carri armati e delle mitragliatrici. Ho sentito le pallottole rimbombare per sei ore consecutive fuori della mia finestra. Ogni tanto un'esplosione non identificata interrompeva la sparatoria, una pausa silenziosa si insinuava fino al cielo, poi la routine ricominciava. Ma il silenzio non era assoluto: da lontano si sentiva il lavorio incessante delle macchine da guerra; bulldozer che divoravano i margini della città.
Il mattino del 17 gennaio, Arij Zoroub bussò alla mia porta per assicurarsi che stessi bene. Voleva sapere se avessi avuto paura. Le dissi che ero arrabbiata. Come potevo spiegare la sensazione di essere trasportata in un mondo da incubo, in cui si aspetta che la prossima esplosione ti farà saltare in aria il muro - e quasi lo desideri, per mettere fine al tuo impotente isolamento; che, nella tua mente, ti trovi nell'ombra di quelle case già esplose, in cui gli esausti partigiani rispondono al fuoco dell'esercito e preghi che colpiscano i loro bersagli?
Sul tetto della casa del sindaco, Arij osserva le case dietro di noi per ispezionare i danni subiti durante la notte. Il consueto paesaggio lunare si spalanca di fronte a me come gli occhi di un uomo morto. Altre case sono andate, e parte di una moschea e' stata distrutta. Altre dozzine di persone profughe. Un chiaro messaggio da parte di Israele: vi distruggeremo, se non in morte, in vita.
Nelle due settimane successive alla mia partenza da Rafah, altre 30 case sono svanite e quasi 600 persone "dislocate". Altri sette morti, incluso un bambino, ed altre due vittime degli "assassini mirati" di Israele. Entrambi erano disarmati allorché sono stati uccisi. Un foto-giornalista mi ha inviato le immagini dell'ultima violenza. Sono le immagini che meglio riassumono la vita a Rafah, il genere di immagini che ingombrano la mia memoria quando rievoco la mia breve sosta di gennaio, anche dopo le ore trascorse in visita alla municipalità, ai centri giovanili, alle organizzazioni femminili, ai ministeri della Sanità e dell'Istruzione, alle commissioni popolari dei rifugiati ed al centro di riabilitazione per sordi; dopo cioè giorni di conversazioni e di appunti presi, nel tentativo di costruire ponti tra le comunità.
Quando cercai di lasciare Gaza attraverso il valico di Eretz, la sera del 17 gennaio, i soldati israeliani mi ordinarono di fermarmi prima di oltrepassare l'ultima barricata. Aspettai per oltre due ore al buio, circondata da blocchi di cemento armato. Sapevo che, se mi fossi mossa, sarei stata sparata. Urlai ripetutamente ai militari chiusi nel bunker del checkpoint di lasciarmi passare perché avevo un volo in partenza. Le mie urla erano salutate da commenti sarcastici e minacce: "Eretz e' chiusa, via da qui" e "ti abbiamo già sentita: ora, silenzio". Solo dopo aver gridato ripetutamente che ero una cittadina americana e che dovevo partire mi fu finalmente detto come procedere attraverso il cancello elettronico di sicurezza. Al finestrino del bunker, un soldatino con l'elmetto afferrò il mio passaporto e lo timbrò con stizza, dichiarando che non aveva potuto lasciarmi passare prima di aver ottenuto il permesso dall'autorità di grado più alto. Una voce dietro di lui echeggiò debolmente: "Siamo solo piccole viti di un grande ingranaggio". Che siano questi gli anni delle giustificazioni per gli orrori dell'occupazione israeliana?Ed ora un necessario inciso. E' stato detto molto a proposito del piano di Sharon per evacuare i 17 insediamenti colonici di Gaza. In realtà le colonie sono 23, come ha sottolineato Amira Hass in un meraviglioso articolo su Ha'aretz lo scorso 13 febbraio. Ciò che ha detto Sharon era: "Ho dato l'ordine di pianificare l'evacuazione di 17 insediamenti nella striscia di Gaza". L'ordine di pianificare l'evacuazione non e' l'ordine di evacuare, che e' ancora di là da venire. Nondimeno, molti sanno da anni che Israele non ha affatto "bisogno" di Gaza, e che la rinuncia ad alcuni insediamenti nella Striscia può fornire dei benefici strategici ad Israele, desideroso di annettere più terra palestinese in Cisgiordania con l'approvazione di Washington. Invero, c'e' chi dice che la Cisgiordania potrebbe essere la ricompensa che Sharon si aspetta per aver "rinunciato" a Gaza.
La mossa di Sharon e', inoltre, con tutta probabilità, uno stratagemma per apparire conciliatorio durante la sua prossima visita a Washington, per convogliare l'attenzione interna verso la crisi palestinese e distoglierla dagli scandali che stanno colpendo il governo Sharon, e, forse, un tentativo di esplorare un governo di unità con i laburisti. Potrebbe essere anche un nuovo tentativo di dividere ciò che resta della leadership palestinese entro le enclavi rimaste.
E' del tutto inverosimile la pretesa che l'evacuazione delle colonie di Gaza possa rendere più semplice la vita degli abitanti palestinesi, poiché Gaza era e resta circondata e controllata militarmente dall'esercito.
In realtà vi sono grosse probabilità che la situazione economica e sociale di Gaza continui a deteriorarsi e che cresca l'estremismo all'interno di tutte le fazioni politiche.
Jennifer Loewenstein e' una giornalista freelance ed attivista per i diritti umani. Ha lavorato al Mezan Center for Human Rights di Gaza per 5 mesi nel 2002. Nel febbraio 2003, Jennifer ha fondato il Progetto di Gemellaggio tra Madison e Rafah ed ha visitato Rafah nel gennaio 2004 con la prima delegazione in visita alla città. Insegna all'Università di Wisconsin-Madison.
traduzione a cura di www.arabcomint.com
da counterpunch.orghttp://www.arabcomint.com/viaggio_a_rafah_di_jennifer_loew.htm