SISTEMI PENSIONISTICI
La «riforma» Maroni è pessima, ma la Dini non era meglio
False teorie A priori non si può definire un limite di spesa «accettabile». Tutto dipende dall'occupazione e dal pil per occupato
Verso la povertà La strategia di Maroni è chiara, ma anche la riforma Dini era incapace di garantire un limite minimo al tasso di sostituzione
ALDO BARBA E MASSIMO PIVETTI
La discussione internazionale su quale sia la migliore riforma capace di rendere i sistemi pensionistici pubblici «sostenibili» nel tempo è incentrata sull'alternativa innalzamento dell'età pensionabile versus minore «generosità» della pensione, ovvero sua progressiva riduzione in rapporto all'ultima retribuzione, il cosiddetto«tasso di sostituzione». La prima soluzione raccoglie oggi il favore degli organismi internazionali che indirizzano gli orientamenti di politica economica, e ad essa si ispirano gli interventi che, con più o meno successo e intensità, gli esecutivi dei paesi europei stanno attuando. Ma, nel caso dell'Italia, l'innalzamento dell'età pensionabile ora in discussione in Parlamento andrebbe ad aggiungersi alle misure che nel corso dell'ultimo decennio, attraverso tre interventi di riforma ad opera dei governi Amato (1992), Dini (1995) e Prodi (1998), hanno già ridotto consistentemente la spesa pensionistica operando sia sull'età pensionabile che sulle prestazioni. I requisiti di accesso al pensionamento sia per l'età che per l'anzianità contributiva minima richiesta sono stati inaspriti; il periodo di vita attiva usato per definire il salario al quale riferire il calcolo della pensione è stato allungato; l'indicizzazione delle pensioni alla dinamica salariale è stata abbandonata a favore della loro indicizzazione ai soli prezzi; infine, si è passati gradualmente dal sistema retributivo di calcolo delle pensioni a quello contributivo (ossia da pensioni commisurate ai salari percepiti negli ultimi anni di attività a pensioni commisurate ai contributi versati nel corso dell'intera vita attiva del lavoratore). Com'è noto quest'ultima riforma ottenne a suo tempo l'appoggio dei sindacati ed è fortemente sostenuta anche dall'attuale opposizione che, in alcune sue componenti, ne auspica un'accelerazione. Essa è destinata in prospettiva ad abbassare drasticamente il tasso di sostituzione (dal 77% dell'ultima retribuzione, prima del `92, a poco più del 50% per un dipendente privato assunto nel `96 con 40 anni di contribuzione piena e continuativa); inoltre, per il blocco del potere d'acquisto delle pensioni liquidate, il rapporto tra la pensione e salario correntemente corrisposto verrà progressivamente a ridursi, generando un ulteriore impoverimento relativo del pensionato. Proprio in vista di queste caratteristiche del sistema riformato, i suoi sostenitori favoriscono lo sviluppo di una previdenza privata integrativa a capitalizzazione, con trasferimento ai fondi pensione del flusso ora destinato al Tfr e conseguente progressiva eliminazione di quest'ultimo.
Va innanzitutto contestata la tesi secondo cui riforme capaci di contenere la spesa per le pensioni sarebbero indispensabili alla sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico pubblico. Si sostiene che, a causa del crescente rapporto tra anziani e popolazione in età da lavoro, senza interventi restrittivi la crescita «eccessiva» nel corso dei prossimi 30 anni della spesa pensionistica in rapporto al pil finirebbe per tradursi in un onere inaccettabile per la collettività, rendendo in ultima analisi inevitabili drastici tagli di altri non meno importanti tipi di spesa pubblica (sanità, scuola, ecc.). Una prima osservazione critica è che non ha alcun senso cercare di definire a priori un limite «accettabile» al rapporto spesa pensionistica/PIL, rapporto che, di per sé, dice poco o niente. E', ad esempio, evidente che la collettività degli attivi starebbe molto meglio producendo un reddito complessivo uguale a 150 di cui 30 da trasferire agli anziani (ovvero con un rapporto pensioni/pil dell'ordine del 20%) che producendo un reddito complessivo pari a 100 di cui 10 da trasferire agli anziani (quindi con un rapporto dell'ordine del 10%). Una seconda osservazione è che, per un livello dato del reddito complessivo prodotto, la quota di esso attribuita agli anziani potrebbe crescere senza comprimere quella dei lavoratori attivi, incidendo invece sulla quota dei profitti e delle rendite. Se poi si scompongono i determinanti del rapporto in questione ci si rende facilmente conto che, dato il peso degli anziani sulla popolazione in età da lavoro e il livello medio delle pensioni, tutto dipende dall'andamento dell'occupazione e del prodotto per occupato, ossia dall'andamento del prodotto pro-capite della collettività. Ogni circostanza - prima tra tutte una politica di pieno impiego - capace di accrescere il prodotto pro-capite allevierà, per ogni dato livello medio delle pensioni, l'onere per la collettività degli attivi del loro pagamento. Si può sicuramente affermare che in una prospettiva di lungo periodo tutti i determinanti del rapporto spesa pensionistica/pil (compreso il peso degli anziani sulla popolazione in età da lavoro) dipendono dalla politica economica. Di modo che anche pensioni pubbliche molto generose (diciamo uguali alla retribuzione media dell'ultimo quinquennio di attività e agganciate ai salari) potrebbero essere perfettamente compatibili tra trent'anni con un rapporto tra spesa pensionistica e pilnon superiore ai livelli attuali; questo, per effetto di persistenti politiche di pieno impiego, quindi di condizioni di minore incertezza riguardo al futuro e della conseguente crescita del tasso di natalità.
Naturalmente i responsabili della politica economica possono invece scegliere di contenere la spesa per le pensioni in rapporto al pil riformando in un modo o nell'altro il sistema pensionistico, ossia contenendo la crescita della componente maggiore della spesa pubblica così da «liberare» risorse destinabili ad altri impieghi, in primo luogo alla riduzione degli oneri sociali a carico delle imprese e delle imposte sui redditi da capitale. Ritorniamo allora sulle due principali strade percorribili per contenere l'aumento della spesa pensionistica. E' generalmente riconosciuto che l'innalzamento dell'età pensionabile è politicamente più facile di una riduzione della spesa per le pensioni attuata attraverso l'abbassamento del tasso di sostituzione (non per niente questo secondo tipo di riforma si cerca di farlo fare, nella misura del possibile, a governi di sinistra o di centro-sinistra). Qui interessa sopratutto mettere in rilievo che, rispetto all'abbassamento del tasso di sostituzione, l'innalzamento dell'età pensionabile (a parità di prestazioni lavorative e a salario pieno) presenta almeno il vantaggio di comportare un più elevato tenore di vita per la popolazione anziana, sia attraverso i maggiori redditi percepiti restando più a lungo in attività che attraverso i più generosi trattamenti pensionistici una volta collocata a riposo. E' pur vero che, in assenza di politiche di pieno impiego, la più lunga permanenza in attività dei lavoratori più anziani si ripercuoterebbe negativamente sulle assunzioni di lavoratori più giovani; ma queste si accompagnano ormai a retribuzioni sempre più misere a causa delle riforme del mercato del lavoro e dei nuovi tipi di contratto. Ne consegue che, sempre rispetto all'abbassamento del tasso di sostituzione, l'innalzamento dell'età pensionabile tende a produrre maggiori livelli dei consumi e ad avere per questa via minori effetti depressivi sulla domanda aggregata e l'occupazione.
Quando si ragioni dunque in termini di alternativa tra innalzamento dell'età pensionabile e abbassamento del rapporto di sostituzione si può dire che è il secondo cambiamento quello che può essere considerato alla stregua del maggiore dei di due mali, tanto dal punto di vista del livello complessivo di vita del lavoro dipendente che da quello dell'andamento generale dell'economia. In considerazione di ciò, sarebbe normale aspettarsi che un sindacato non dotato della forza sufficiente per opporsi con efficacia ad ogni cambiamento del sistema previdenziale peggiorativo delle condizioni di vita dei lavoratori si adoprasse per impedire almeno l'impoverimento degli anziani, e, con esso, la rottura di regole cruciali di redistribuzione del reddito e solidarietà intergenerazionale tra i lavoratori. La riforma Dini è incapace di garantire un limite minimo al tasso di sostituzione, il quale potrebbe raggiungere livelli così bassi da portare un numero consistente di pensionati in prossimità o al di sotto della soglia di povertà. Non è mai troppo tardi per ritornare sui propri passi.
il manifesto 19 novembre 2003
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