Il MFE, che da sempre ha per scopo la realizzazione della Federazione Europea, dibatte, ovviamente, quale strategia adottare per ottimizzare l’azione delle sue scarse forze nell’attuale contesto politico che vede l’UE, nella delicata fase tra gli esiti d’una timida Convenzione e l’adozione d’una Carta Costituzionale, impegnata in una nuova CIG (Conferenza Intergovernativa), sotto la presidenza d’una Italia governata dal governo che sappiamo.
Nell’ambito di questo dibattito, merita particolare attenzione il contributo del prof. Luigi Virginio Majocchi, (Gino, per gli amici), che vanta mezzo secolo di militanza politica nel MFE e nella UEF.
Col suo previo consenso, rendo pubblico il testo del documento da lui scritto in vista del prossimo Comitato Centrale del MFE.
Buona lettura!
The Federalist
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Il nemico da battere
Una proposta d'azione strategica formulata in vista del Comitato centrale del Mfe
"...questo dilagare di volgarità e incultura, simboleggiato da quel ghigno che campeggia sui muri d'Italia, con manifesti pieni di bestialità e promesse impossibili da mantenere. Quel sorriso falso, tipico di chi non crede in nulla se non nel denaro che ha accumulato. Fa paura un paese disposto a farsi turlupinare un'altra volta da un uomo così spaventosamente mediocre".
Condivido del tutto queste parole di Galante Garrone. Ma la denuncia morale non basta. E, sul terreno politico nazionale, se si prescinde da un improbabile lacerazione della Casa delle Libertà, si perde. E ne perde anche la possibilità di costruire la federazione europea, perché - ormai è chiaro - Berlusconi è un ostacolo. Si tratta, dunque, d'individuare altri terreni di lotta.
Il limite dell'opposizione nazionale a Berlusconi sta nel fatto che il nemico da battere non è a Roma, bensì a Washington. A Roma ci sta un gauleiter, come ci sta un gauleiter a Madrid, uno a Varsavia, uno a Londra, etc.
Mazzini, al tempo dei moti guarentisti imputava un analogo errore d'analisi a Ciro Menotti che ingenuamente individuava in Francesco IV d'Absburgo-Este l'avversario senza accorgersi che l'ostacolo al costituzionalismo non stava a Modena, ma a Vienna. Mazzini affermava come i diversi congressi della Santa Alleanza che promossero questo e quell' intervento militare a sostegno dei sovrani restaurati fossero evidenti prove della correttezza del suo giudizio.
Oggi - è evidente - non è in vista nessuna azione militare da parte di chicchessia per difendere Berlusconi. Ma, come allora il governo del mondo era nelle mani della Santa Alleanza, oggi, dopo il collasso dell'Unione Sovietica, esso è saldamente nelle mani degli Stati Uniti. Ed è sempre il governo del mondo che sostiene i poteri ausiliari, detta le regole del gioco, costituisce modello di comportamenti, impone dottrine, disegna assetti geo-politici, stabilisce interessi da premiare e ceti da punire, etc. Forse che, nel secondo dopoguerra, i cechi hanno avuto il regime della proprietà collettiva e gli italiani una costituzione liberal-democratica perché quelli erano comunisti e questi allievi di Montesquieu e Rousseau? Non è forse vero che i primi stavano nell'orbita dell'Urss e questi in quella degli Usa?
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Appartengo alla generazione che, alla sconfitta del nazifascismo, ha vissuto appassionatamente il mito del mondo anglosassone e, specialmente, di quello americano. Sono diventato federalista alla lezione di A. Hamilton; ho ammirato la maestà dello Stato di diritto quando Sacco e Vanzetti finirono sulla sedia elettrica dopo anni di battaglie giudiziarie che lacerarono l'intera opinione pubblica del Paese mentre, da questo lato dell'Atlantico, si ammazzavano Matteotti e Gobetti senza che alcun processo venisse celebrato e ci s'apprestava al massacro della guerra civile spagnola, dei poveri etiopi e di sei milioni di ebrei, anche in questi casi senza che alcun processo venisse celebrato. Conosco l'azione di Will Clayton per promuovere l'unità europea al tempo del Piano Marshall e non ho dimenticato quando Eisenhower rese visita alla sede del Mfe. Ho studiato per un anno negli Stati Uniti; vi ho insegnato; ho partecipato, insieme a molti yankees bianchi, a manifestazioni dei black muslims, a quelle contro la guerra del Vietnam al seguito del senatore Morse; ho vissuto direttamente il travaglio della new left nella Harvard intrisa delle medesime aspre contraddizioni della politica kennedyana ((i]peace corps[/i] e grand design da un canto, sabotaggio dell'unità europea con Mlf, Atlantic Community, ingresso dello UK nella Comunità, dall'altro); ho plaudito al coraggio della stampa ai tempi del Watergate; ho là ancor oggi tanti amici che condividono i valori per i quali mi batto e ritengono, con me, che un otro mundo es posible.
"Heu quam haec Niobe Niobe distabat ab illa", sentenziava Ovidio nelle sue Metamorfosi riferendosi alla povera Niobe tramutata in sasso. Non può dirsi lo stesso di questa America? Quest'America che non mi piace più. Mi fa paura. L'America di oggi è quella che bombarda i poveri del Mondo, siano essi quelli di Belgrado, dell'Afghanistan o dell'Irak. E' quella della Arthur Andersen che certifica bilanci che essa stessa ha contribuito a rendere bugiardi. E' quella dei chief executives che percepiscono stipendi da capogiro e praticano con sfacciata disinvoltura l'insider trading truffando milioni di pensionati. E' quella di Kyoto e Cancun. E', infine, quella dello scandalo Enron e di un'intera amministrazione che ne è più o meno direttamente coinvolta. Chi desidera maggiori dati circa questa Caporetto etico-politica non ha che da sfogliare il volume di Marco Vitale America. Punto e a capo.
Se questo è il governo del mondo, come stupirsi che proconsoli, prefetti, legati, governatori delle province, laquais, servitori, schiavi, sparpagliati in questa o quella regione del mondo siano inclini a seguire le regole del padrone? Berlusconi, Schifani, Bondi, Taormina, Castelli e via seguitando non appaiono essere altro che scialbe comparse a fronte dei Joe Costello e dei pistoleros professionisti d'Oltreatlantico.
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Nessuno sa come i federalisti che la via della salvezza per l'Europa e il mondo passa per la federazione europea. Il problema è farla. Ora, conclusa la Convenzione, vi è chi sostiene la difesa, con qualche ritocco migliorativo, del testo prodotto dalla medesima in seno a una conferenza intergovernativa impegnata a interpretare il consueto copione. «Danze diplomatiche. Un passo avanti e due indietro», scriveva Spinelli ai tempi della conferenza incaricata di varare lo Statuto della Comunità politica elaborato dall'Assemblea ad hoc. E', a dir poco, una strada che, come allora, non conduce lontano. Né, almeno nell'immediato, conduce lontano l' appello ai sei Paesi fondatori, se è vero che tra questi c'è l'Italia di Berlusconi e la Germania di un Fisher che sembra aver dimenticato quanto detto alla Humboldt Universität. Questi atteggiamenti sono destinati a rimanere soltanto atti di testimonianza. Volendo utilizzare ancora una volta la terminologia di Machiavelli, per vincere occorre calare la virtù nella main stream della fortuna, il corso delle vicende in una data situazione di potere.
Se s'effettuasse tale operazione, ci s'accorgerebbe senza soverchie difficoltà che il fronte decisivo della lotta tra conservazione e progresso è oggi quello che separa i servitori dell'unilateralismo americano da coloro che si battono per il multilateralismo. I primi hanno dalla loro il potenziale militare americano. I secondi dispongono di meno vistose, ma forse ben più forti munizioni: l'impressionante decadenza della potenza egemonica, sempre più arrogante e prepotente in un mondo che, dopo il risveglio storico del Terzo Mondo e il collasso dell'Urss, è divenuto troppo grande per una sola superpotenza; il pantano afghano e irakeno; un consenso sempre più debole a chi ha scritto il suo nome sul libro-paga del padrone, e, infine, la possibilità di opporre all'arbitrio del principe il principio delle decisioni collettive da parte dell'Onu.
I federalisti sanno bene che l'Onu non dispone di un potere proprio. Quello che ha altro non è se non la diagonale delle forze. Oggi sul campo si manifesta de facto una sola forza, quella degli Usa. L'Onu normalmente si adegua e, se recalcitra, non dispone di alcun mezzo per condurre una politica alternativa. Eppure questa politica alternativa è più che mai necessaria. Occorre, dunque, organizzare una forza in grado di produrre una diagonale non semplicemente appiattita su un lato del parallelogramma.
Il terreno decisivo è quello militare. Non si tratta di prepararsi a un conflitto armato con gli Stati Uniti. Si tratta semplicemente di costruire, ove possibile, un contingente militare sufficientemente forte da mettere al servizio dell'Onu perché questo possa adottare credibili politiche alternative a quella imperiale. Al riguardo è sufficiente allestire una task force di professionisti e uno stuolo di medici, infermieri, insegnanti, agronomi, ingegneri, capomastri etc, tutti reclutati con il servizio civile. Con queste strutture il Paradiso d'ispirazione kantiana di cui parla Kagan diverrebbe reale e serio (e non più ingenuamente utopico e oggetto di malcelata derisione come lo è nello scritto di Kagan), mostrando al mondo che la Vecchia Europa ha anche i muscoli per opporsi al Potere (la terminologia è sempre quella di Kagan) e fermarlo, rinunziando però esplicitamente alla guerra e alle avventure dell'imperialismo.
Quando il Mfe prese l'iniziativa di una petizione al Parlamento europeo per il riconoscimento dello Stato palestinese, noi sostenemmo di essere gli ultimi veri amici d'Israele. I fatti ci hanno dato ampiamente ragione. Oggi dobbiamo dire forte e chiaro che chi cerca di sbarrare la strada agli Usa nella loro pericolosa involuzione è l'ultimo vero amico degli americani. Se ce la faremo, i fatti ci daranno ragione.
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Nelle notti più buie anche una lucciola dà speranza. La lucciola è il persistere dell'intesa franco-tedesca anche sul terreno - decisivo - del confronto con la potenza imperiale. La vicenda irakena conferma questo giudizio. Se ragioniamo in termini di pura logica di potere, oggi al mondo non si vede altro. L'incontro del 29 aprile scorso - che ha visto riuniti a Bruxelles Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo per dar vita a una forza militare europea al di fuori della Nato - è , per quanto flebile, il segnale che il mondo non è formato solo da proconsoli. La "brigata franco-tedesca" comincia a trovare rincalzi e, ciò che più importa, in una situazione di svolta della politica internazionale. Le analogie con il clima in cui è nato il progetto della Comunità europea di difesa sono forti. Si tratta, dunque, di un fatto di enorme rilievo. Se è estremamente difficile far vivere una moneta comune senza Stato, è impossibile se si tratta dell'esercito. Ma, dato il peso politico di Belgio e Lussemburgo, seppur mascherata, l'unione che potrebbe scaturire a seguito di quell'incontro non sarebbe altro che poco più della cosiddetta "Framania". Non è sufficiente. Quando Monnet, nel '50, voleva dar vita alla Comunità sapeva benissimo che il fatto risolutivo era la riconciliazione franco-tedesca, ma si rendeva conto che l'obiettivo sarebbe divenuto possibile soltanto con l'adesione, oltre che del Benelux, di un altro Stato di grandi dimensioni. Non potendosi far conto sull' adesione britannica (già allora!), non restava che l'Italia. Così l'Italia fu invitata ad aderire alla Dichiarazione Schuman e, cinque mesi dopo, alla Dichiarazione Pleven. L'Italia di De Gasperi non esitò un istante. Così nacque la Comunità che ci ha portato sino a Maastricht e all'odierno allargamento. Non basta. Grazie all'azione di Spinelli (che De Gasperi seppe ascoltare) l'Italia si batté - contro le incertezze di Schuman e l'opposizione di Stikker e Van Zeeland - per trasformare la Ced in una federazione, riuscendo a inserire nel testo del suo trattato istitutivo il ben noto articolo 38.
La questione è, dunque, quale atteggiamento terrà oggi l'Italia di fronte alle prospettive che paiono delinearsi dopo la riunione di Bruxelles. A dispetto di non poche dichiarazioni ambigue del governo e di suoi autorevoli membri, a dispetto della deplorevole disattenzione dell'opposizione, non dobbiamo dimenticare che la stragrande maggioranza degli italiani non accetterebbe che il proprio Paese restasse fuori dell'avanguardia sul terreno dell'unificazione europea (basti ricordare, al riguardo, il referendum del 1989). Non dobbiamo dimenticare ancora che il nostro Capo dello Stato Ciampi è costantemente in prima linea nella lotta per la federazione europea. Non dobbiamo dimenticare infine che buoni europei si trovano - e numerosi - nelle file dei partiti d'opposizione così come in quelle dei partiti di governo, delle amministrazioni locali, delle forze sociali. Il compito di chi vuole la federazione europea è, dunque, quello di richiamare l'insieme di queste forze alle loro responsabilità ricordando che il tempo della scelta è venuto e, come succede per tutte le grandi occasioni storiche, quel tempo passa. E passa in fretta.
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Per i federalisti italiani si tratta di porre all'attenzione del dibattito politico la questione dell'adesione italiana e battersi perché il nostro Paese si schieri senza indugi a fianco dell'avanguardia. Non occorre inventare nulla. Basta proporre in termini netti l'alternativa tra conservazione dello statu quo (gli Usa, i loro vassalli, gli spettatori ignavi o impotenti, come la Russia di Putin) e una prospettiva positiva per l'intero mondo (multilateralismo e Onu sostenuto da un nocciolo di potere europeo e dal consenso di quanti non si riconoscono nella posizione imperiale); indicare in termini chiari il nostro modello di difesa europea (gli scritti di Pistone al riguardo restano decisivi), una difesa che farebbe dell'Europa una "grande potenza di pace"; condurre l'Italia a schierarsi a favore di una nuova Ced; rispolverare il noto memorandum di Spinelli a De Gasperi e puntare alla fondazione dello Stato federale da parte di quell'avanguardia auspicata da Fisher a Berlino e ripetutamente da Ciampi.
L'impresa è titanica, come tutte quelle che punteggiano la nostra storia. Ma è quella giusta. Ed è possibile, perché, finalmente, il fronte decisivo non è quello europeo dove, a cagione della storica e perdurante debolezza del federalismo organizzato, abbiamo potuto e possiamo solo predicare e auspicare, ma è quello italiano, un fronte sul quale abbiamo in passato raccolto ragguardevoli risultati. E su questo fronte si potrebbe stabilire una vitale connessione tra le forze disposte a battersi per un diverso assetto del potere nel mondo e quelle che vogliono contrastare la deriva farsesca del nostro regime.
Per farcela dobbiamo cominciare con il ricondurre alla lotta federalista quanti, per le più disparate ragioni, si sono allontanati. All'uopo, una convenzione sembra lo strumento adeguato per lanciare solennemente e con forze più consistenti una Campagna.
Gli altri passi - mobilitazione del federalismo organizzato, dell'europeismo organizzato, dell'europeismo diffuso (nei partiti di maggioranza e di opposizione, nelle forze sociali, etc.), del pacifismo, dei disobbedienti, del popolo di Seattle, del social forum, di quanti la pensano come Galante Garrone, etc. - verranno e saranno fatti al momento opportuno. La Convenzione dovrebbe, comunque, discutere e fornire le prime indicazioni circa la formula organizzativa della Campagna.
Il punto decisivo che dovrà affrontare il prossimo Comitato centrale - al quale non parteciperò perché non ne faccio parte - è, dunque, con l'individuazione di un obiettivo strategico che non può trovare dissenso in seno al Movimento, il superamento di una contrapposizione che ha avuto una giustificazione ieri, ma non ne ha più nella prospettiva di una lotta che, senza snaturare la nostra identità, può avvicinarci alla vittoria.
Gino Majocchi