OLANDA
Troppi poveri? Deportiamoli
Nuove proposte per impedire la nascita di quartieri-ghetto nelle città
LUCA TOMASSINI - AMSTERDAM
Come contrastare lo sviluppo di quartieri-ghetto abitati da poveri e disoccupati nelle grandi città olandesi? Semplice, basta impedire a poveri e disoccupati di stabilirvisi. Lo sostiene apertamente una larga maggioranza del parlamento dell'Aja; di più, per i partiti della coalizione di centrodestra al governo non è neanche da escludere la possibilità di costringere quelli che già ci abitano ad andarsene altrove. Insomma, se nel quartiere X ci sono già molti poveri, se ne deporta qualcuno altrove e si impedisce ad altri di piazzarsi lì. Tutto è cominciato verso la fine di agosto, proprio nella Rotterdam dalla quale il defunto Pim Fortuyn aveva lanciato la sua crociata contro gli immigrati. E' stato un certo Dominic Schrijer, consigliere circoscrizionale a Charloi (uno dei quartieri più difficili della città) a lanciare il primo allarme: «Bisogna stabilire quanti nuovi residenti poveri possiamo accettare». Le sue dichiarazioni innescano in breve tempo un acceso dibattito sui principali quotidiani del paese. Schrijer infatti non è un qualunque politico locale ma uno stretto collaboratore del leader del Partito socialdemocratico (PvdA, all'opposizione) Wouter Bos.
Il segnale è chiaro e viene immediatamente raccolto prima dal partito Leefbar Rotterdam (gli eredi di Fortuyn) che propone un limite al numero di nuovi immigrati, poi dal consiglio comunale. All'inizio di settembre, infine, il sindaco di destra Ivo Opstelten annuncia «alcune proposte concrete per uscire dall'emergenza» entro la metà di ottobre.
E' a questo punto che entra in scena la politica nazionale. Tutti uniti, i portavoce delle principali forze politiche respingono ogni accusa di razzismo. Poco importa che i poveri di cui si parla siano soprattutto immigrati: per noi, assicurano i politici, sono poveri e basta, «indipendentemente dal loro colore» (parola questa che si legge spesso sui giornali).
E mentre il segretario di D-66 («liberaldemocratici», al governo con i liberali del Vvd e i cristianodemocratici del Cda) parla di «politica del disagio, perché in alcuni quartieri ad alta densità di illegali i bambini non sanno neanche lavarsi i denti», il portavoce del gruppo parlamentare del PvdA precisa: «Sì, il flusso di poveri è in alcuni casi eccessivo. Ma non si tratta solo di immigrati». Per il Cda il fine è «la lotta alla segregazione», un punto sul quale persino la Sp (la «Rifondazione» olandese) si trova d'accordo. Contrari al progetto sono dunque solo i verdi dei GroenLinks, che ragionevolmente sottolineano come il clima nel paese non sia ideale per queste discussioni.
Le «soluzioni» proposte sono molte, ma la più accreditata prevede il coinvolgimento delle «Woningcorporaties», le compagnie che costruiscono e gestiscono gran parte degli appartamenti a basso costo. Basterebbe infatti qualche piccola modifica ai criteri di assegnazione - salvo naturalmente offrire agli sfortunati soluzioni alternative in altri luoghi.
L'unico ostacolo sembra essere la costituzione, e in particolare il famoso nuovo articolo 1 (approvato dal governo socialdemocratico nel 2002) che vieta ogni discriminazione. Ma per il deputato socialdemocratico Jeroen Dijsselbloem, «se è le nuove proposte sono contro la legge, bisogna discutere su come modificarla».
il manifesto 19 settembre 2003
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