Pues lo bailado nadie me lo quita
"De mi tengo mucho y poco que contarte, trabajo, y estoy bién, de salud y de espiritu, hago una vida tranquila y no pienso en otra cosa que en guardar un mango, ya que la suerte ha querido que todavia esté á tiempo de recuperar algo del tiempo perdido, que yo no lamento, pues lo bailado nadie me lo quita."
(Carlos Gardel a Ernesto Laurent, 8 dicembre 1934)
Da New York, dove per la prima volta aveva cantato per uno dei più grandi network radiofonici americani, Carlos Gardel scriveva queste righe all'amico Ernesto, nel dicembre del '34.
Sei mesi dopo aver scritto questa lettera, Carlos Gardel si schiantava col suo aereo a Medellin, in Colombia, dove la sua tourneé faceva tappa.
Era già un mito assoluto in Argentina per quel suo modo autentico di porgere il tango e per la sua presenza fotogenica e carismatica. Dopo la tragica somparsa al culmine del successo, diventò per gli argentini quello che più tardi sarebbe stato Elvis Presley per gli americani, con pellegrinaggi continui e fiori sempre freschi sulla tomba.
Carlitos era dunque un filosofo e sapeva come prendere la vita; nè avrà avuto rimpianti, come invece i suoi fans,
"quando anche il cielo di sopra è crollato, quando la vita è fuggita".Certamente era più filosofo del sommo Dante che invece di consolare Paolo e Francesca con un verso simile:
"Ed ella a me: nessun potrà privare
noi del felice tempo ormai passato"
ci manda tutti in depressione con il citatissimo:
"Ed ella a me: nessun maggior dolore,
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria"
(posso perdonarlo però: in fondo, il suo verso è meglio del mio

)
Va notato infine che il proverbio - nella sua forma più popolaresca ed echeggiante la fame atavica del popolo - spesso aggiunge al "bailado" anche il "comìdo":
"Lo comido y lo bailado no me lo quita nadie..."; che così contiene, in aggiunta gratuita, un'altra saggia massima filosofica, direttamente dalla latinità:
"primum vivere, deinde philosophare"