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Roderigo
La scommessa Edwards

Trasfusione di carisma

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Edwards, Dean e Kerry
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di VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - Non erano passati dieci minuti dalla notizia che Edwards era stato scelto da Kerry per la rincorsa alla Casa Bianca, che gli studi delle network e le redazioni dei giornali venivano bombardati dai fax e dai messaggi elettronici spediti dal quartier generale di Bush per stroncare subito il 51enne avvocato e senatore della North Carolina.

Digiuno di politica e strategia internazionale, da appena quattro anni senatore al primo mandato, spietato cacciatore di ambulanze arricchito da querele miliardarie contro medici e assicurazioni nel nome di pazienti mal curati, clintoniano e populista, tutto ciuffo e niente sostanza, questi erano i "talking points", le accuse che gli agit prop della Casa Bianca avrebbero dovuto diffondere via antenne e via internet. Ottimo segnale, dunque, per i democratici, perché la immediatezza e la virulenza della offensiva contro la accoppiata degli omonimi, John e John, dimostrano che la scelta fatta da John Kerry è stata giusta. Che John Edwards fa paura.

Nella storia delle candidature vice- presidenziali, degli uomini di pelle bianca (e una sola donna in 220 anni, la Ferraro) scelti per affiancare e aiutare il capocordata nel tentativo di scalata al vertice, le ragioni delle preferenze variano da opportunismi regionalistici a motivi di equilibrio interno tra le correnti, secondo un "manuale Cencelli" made in Usa. Ma la preferenza storicamente un po' anomala accordata a Edwards, troppo giovane e troppo fresco di politica per avere un carnet di cambiali da incassare, non porterà a Kerry né blocchi di voti né benevolenza di capicorrente, né le simpatie di quella Hillary Clinton che ora rischia di trovarsi davanti un concorrente più giovane di lei, per le presidenze di domani. Gli porterà in compenso qualcosa di cui il nuovo JFK senza il fascino del vecchio JFK aveva grandemente bisogno, una trasfusione di carisma. Una iniezione di quel calore umano, di quello "charme" sudista e morbido del quale il frigido senatore di Boston allevato nelle università del New England puritano aveva forte anemia.

John Reid Edwards, che era stato l'ultimo avversario ad arrendersi a Kerry nelle primarie, è stato imposto dalla "vox populi", dalla voce della base democratica, che al 72%, secondo i sondaggi interni, preferiva lui agli altri possibili nomi nel "ticket", nell'accoppiata. Il messaggio arrivato dagli elettori di tendenza democratica, e dai media che amano sempre i volti nuovi, era stato troppo sonoro per restare inascoltato da un politico di lungo corso come Kerry. Diceva che gli iscritti avevano alla fine scelto Kerry nelle loro primarie come la giovane donna che sposa "il ragazzo con la testa sulla spalle" raccomandato da mamma, ma conserva il rimpianto di un amore più rischioso ed eccitante. Con la riunione dei due John nello stesso "biglietto", nello stesso ticket, ora gli elettori - e soprattutto le cruciali elettrici - avranno insieme marito e amante. E questo fa paura alla coppia opposta, Bush e Cheney.

La buona scelta di un vice presidente, di quella persona che nel governo ha soltanto il compito costituzionale di "restare vivo e reperibile", può spostare al massimo l'uno per cento dei voti, calcolano gli studiosi di statistiche elettorali. Se l'uno per cento sembra poco, si ricordi che il margine teorico di vittoria di George W su Al Gore fu misurato in millesimi di punto, non in centesimi. Nelle elezioni del prossimo due novembre lo "charme" di Edwards, la sua novità, la freschezza da ragazzo che in TV dimostra vent'anni meno potrebbero spostare quelle poche migliaia di voti incerti che ormai, in quasi tutte le democrazia mature, determinano l'esito finale.

Soprattutto se reggerà al dibattito in diretta con il proprio antagonista istituzionale, il ringhioso, torvo ma formidabile vicepresidente di guerra, Cheney.

Il timore dei comandi repubblicani è che l'assunzione di Edwards voluta dalle pressioni popolari, produca lo scenario che può provocare il licenziamento della squadra al potere oggi, vale a dire una affluenza ai seggi che oltrepassi la stanca soglia del solito 49%. Il compito che attende Edwards, e il motivo per il quale è stato preferito ad altri e più stanchi cavalli della scuderia democratica (la Clinton non è mai stata una ipotesi seria, altro che per i tabloid e i talk show televisivi) è esattamente quello di portare più gente a votare, e non più soltanto contro Bush, ma per qualcuno e qualcosa. Di convincere, con la oratoria cantilenante e morbida dell'avvocato che sapeva sedurre le giurie civili fino a farlo diventare ricchissimo, che la sua storia personale di figlio di nessuno che si paga la laurea pulendo le condotte dell'aria condizionata nella fabbrica dove suo padre era operaio, è il vero sogno americano da rinverdire per ricomporre le "due Americhe" tagliate dal privilegio di nascita e di censo e dalla globalizzazione. Si autodefinisce "il figlio di nessuno contro il figlio di un Presidente" e si vanta di avere scalato, con un figlio, il Kilimangiaro.

Scalare l'apatia dell'elettorato e la retorica della "guerra al terrorismo" dietro la quale si arrocca Bush, sarà più difficile. Ma la gara per raggiungere la vetta, da ieri, si è fatta più divertente.

Repubblica 7 luglio 2004
http://www.repubblica.it
tom harvey
*Digiuno di politica e strategia internazionale....*

E a cosa serve essere ferrato in strategia internazionale quando c'e' gia' http://www.newamericancentury.org che pensa a dettare la "grande strategia del nuovo secolo americano". smile.gif
Roderigo
... e poi non è il primo. Bush junior quando venne eletto aveva persino il passaporto scaduto. Pare, in vita sua si fosse recato all'estero solo due volte. Clinton era anch'esso ritenuto poco esperto in politica estera e la sua prima campagna elettorale, tutta concentrata sulla politica economica, sembrava inaugurare una nuova stagione isolazionista.

Però, si spera che il ticket democratico, pur senza particolari illusioni, sia almeno immune dalle teorie dei neocons, di cui fa parte The Project for the New American Century da te linkata.
Roderigo
Un vice in pannolini

MARCO D'ERAMO

Così alla fine il candidato democratico alla presidenza si è scelto come potenziale vicepresidente uno che «quando io andavo a combattere in Vietnam, non sono sicuro che si fosse già tolto i pannolini»: tale fu infatti la tagliente battuta pronunciata da John Kerry sul senatore della North Carolina John Edwards quando i due si fronteggiavano nelle primarie. Naturalmente i repubblicani sono subito saltati sul «vicepresidente in pannolini», sulla sua inesperienza militare e internazionale (Edwards, 50 anni, è al suo primo mandato senatoriale). Soprattutto hanno subito sparato su Edwards come «seconda scelta», dopo il rifiuto da parte di John McCain, anticonformista senatore repubblicano dell'Arizona che nelle primarie repubblicane del 2000 era stato il più pericoloso rivale di George Bush jr.

Infatti se Kerry è stato tanto incerto su Edwards, è non solo per gli scontri avuti nelle primarie e per il gelo che vige tra loro, ma soprattutto per l'inesperienza politica di Edwards che costituisce un facile bersaglio rispetto allo sperimentatissimo (fin troppo) attuale vicepresidente Dick Cheney (che, quando Kerry era in Vietnam, già maneggiava nel governo).

Il problema è che Kerry non aveva grandi scelte. Il suo primo, categorico imperativo è di avere un partner meridionale: sono infatti 40 anni che non viene eletto un presidente originario del Nord, e tanto meno dell'«aristocratica» Nuova Inghilterra (l'ultimo fu Kennedy, del Massachusetts, nel 1960): texani Johnson, Bush padre (d'adozione) e Bush figlio, californiani Nixon e Reagan, georgiano Jimmy Carter georgiano, dell'Arkansas Clinton. Invece parla fluente francese Kerry, patrizio bostoniano (discende per parte di madre dai banchieri Forbes) sposato a una miliardaria portoghese.

Per lo meno Kerry ha avuto il buon senso di scartare uno dei boss dell'apparato democratico, Dick Gephardt, perdente nato. Ben più consistente la candidatura del capace e potente senatore della Florida Bob Graham, che per di più avrebbe portato in dote stato governato dal fratello del presidente, Jeb Bush che nel 2000 aveva scippato la vittoria ad Al Gore: anche questo novembre la Florida sarà in bilico.

Telegenico, assai apprezzato dalle elettrici, per la sua forte comunicativa Edward è stato paragonato a Bill Clinton (in questo insuperabile). Nelle primarie aveva colpito il suo insistere sulla frattura tra le due Americhe, quella dei ricchi e quella della «classe media» (che, nella tassonomia sociale americana, comprende anche la classe operaia). Per di più Edwards dice di voler rinegoziare il Trattato di libero commercio nordamericano (Nafta) per impedire che tanti posti di lavoro emigrino verso il Messico dei salari straccianti: può perciò portare come dote non solo la sua «terronità», ma anche un più convinto appoggio dei sindacati che non sono mai andati pazzi per Kerry e vedono il Nafta come fumo negli occhi.

Oltre alla retorica populista (uno degli slogan della campagna di Clinton nel 2002 era «Il popolo in primo luogo» People First), Edwards è clintoniano in quanto «Nuovo democratico», (come il New Labour di Tony Blair): è un centrista che ha votato per il Patriot Act nel 2001 e per i poteri militari a Bush in Iraq nel 2002, un politico contrario ai matrimoni tra i gay ma favorevole ad accrescere i benefici per le coppie conviventi di omosessuali. Il ticket democratico è non solo il primo da decenni a essere composto da due senatori, ma è caratterizzato dall'anguillesca sfuggevolezza politica che accomuna Kerry ed Edwards, pannoloni a parte.

il manifesto 7 luglio 2004
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