di M. Shahid Alam
Lo stupro/assassinio impunito di una ragazzina beduina del Negev, avvenuto nell'agosto del 1949, rappresenta l'agghiacciante allegoria dello stupro della Palestina, svuotata della sua storia, dei suoi luoghi, dei suoi abitanti e privata della possibilità di una narrativa indipendente, mentre il pugnale conficcato nel suo cuore da ottant'anni sta per spezzarlo, nell'indifferenza generale.
"La Palestina appartiene agli arabi allo stesso modo in cui l'Inghilterra appartiene agli inglesi o la Francia ai francesi"- Gandhi [1]
"La Palestina sarà ebraica quanto l'Inghilterra e' inglese"- Chaim Weizman [2]
Il 29 ottobre 2003, un importante quotidiano israeliano, Ha'aretz, ha riportato un caso di stupro-assassinio avvenuto oltre 50 anni fa all'avamposto militare israeliano di Nirim, nel Negev. La vittima era una ragazza palestinese, appena adolescente o più giovane; i perpetratori di questo crimine erano membri dell'esercito israeliano [3]. Sei giorni dopo, il Guardian riportò anch'esso questo crimine, ma i giornali americani non ritennero la notizia degna di essere pubblicata [4]. Negli USA, la stampa preferisce proteggere Israele dalle notizie avverse.
Qual e' il significato di un singolo stupro/assassinio nella lunga e tortuosa storia di un popolo espropriato da un altro popolo? Nessuna espropriazione ha un'immagine piacevole. Per di più, la storia del dispossesso palestinese e' fuori dell'ordinario. E' fuori dell'ordinario perché essa ha comportato lo svuotamento completo di un popolo: la Palestina doveva essere svuotata della sua antica popolazione palestinese per fare posto agli ebrei. E' fuori dell'ordinario perché gran parte di questo svuotamento fu condensato in pochi mesi (del 1948) e non in decenni o secoli. E' fuori dell'ordinario perché lo stesso popolo che infliggeva lo svuotamento era stato a sua volta svuotato dei suoi spazi in Europa, quegli spazi che con il suo talento aveva contribuito a creare.
E' fuori dell'ordinario perché lo svuotamento, e la violenza che esso richiese, fu attentamente pianificato, orchestrato, giustificato, spiegato, scusato e, dopo il suo successo, celebrato e glorificato nei media israeliani ed occidentali.
Qual e' il significato di un singolo stupro/assassinio - mi chiedo ancora - nel mezzo dello svuotamento della Palestina, realizzato attraverso l'inganno delle dichiarazioni e la farsa delle leggi internazionali; attraverso guerre continue e opprimenti repressioni; attraverso il sostegno delle grandi potenze ed il supporto dell'ebraismo mondiale organizzato; attraverso le pulizie etniche, i massacri ed i villaggi cancellati; attraverso i bombardamenti di appartamenti, ospedali, scuole ed officine ridotti in cenere; attraverso gli insediamenti armati costruiti sulle cime delle colline; attraverso la demolizione delle case, i coprifuoco, gli assedi, le trincee e le strade by-pass che dividono le comunità; attraverso un milione di umiliazioni quotidiane a migliaia di checkpoint; ed ora, attraverso un gigantesco muro, serpeggiante, avanzante, sinistro, che sogna di succhiare l'ultima goccia di sangue dalle assediate comunità palestinesi della West Bank?
Forse questo singolo stupro/assassinio e' significativo. Lo svuotamento di un popolo significa necessariamente infliggere sofferenze su scala monumentale. I sionisti costruirono il loro stato ebraico distruggendo le vite di milioni di palestinesi di tre generazioni. La dimensione di questa sofferenza e' stata documentata nei rapporti e nelle statistiche dei villaggi distrutti, delle case demolite, delle donne, bambini ed uomini scacciati dalle loro case, derubati, incarcerati, bombardati, sparati, torturati ed uccisi. Tuttavia, le statistiche non raccontano le storie, non convogliano al lettore la sofferenza delle vittime. Così come l'Olocausto rivela il suo intento infernale attraverso immagini e racconti, così la narrativa palestinese deve essere trasmessa con immagini, metafore ed allegorie, ciascuna delle quali contiene in miniatura, nell'essenza, la grande sofferenza che i palestinesi sopportano da più di ottant'anni.
Dobbiamo dunque leggere la scoperta dello stupro/assassinio nel Negev fatta da Ha'aretz come un'allegoria del destino imposto dalle semi-divinità sioniste alla popolazione araba inferiore. Letto con comprensione, il rapporto rivela l'oscurità del cuore del progetto sionista, il suo razzismo, la sua ottusità morale, la sua cecità di fronte alla grave ingiustizia fatta ai palestinesi. Lo stupro/assassinio di un'ignota ragazza palestinese - una minorenne - da parte dei militari israeliani espone graficamente il contesto diseguale tra sionisti e palestinesi, con i sionisti decisi a scacciare i palestinesi dalla terra in cui intendevano restaurare uno stato ebraico morto da 1800 anni.
La sola documentazione scritta dello stupro/assassinio, prima dell'articolo di Ha'aretz, si trova nel diario di Davide Ben Gurion, il primo capo di governo israeliano. Egli fece un conciso ma espressivo riferimento all'episodio. "Fu deciso e portato a termine: la lavarono, le tagliarono i capelli, la stuprarono e l'uccisero" [5]. Ben Gurion sembrava descrivere un'operazione militare efficientemente portata a termine, secondo i piani, senza esitazioni e senza perdita di tempo. I verbi usati sono attivi: ci raccontano di uomini forti, determinati, fiduciosi del loro potere di decidere, eseguire, lavare, tagliare, stuprare ed uccidere. La fermezza e determinatezza delle loro azioni sono stupefacenti.
Il mattino del 12 agosto 1949, il comandante della pattuglia dell'avamposto militare di Nirim, nel Negev, il secondo tenente Moshe, organizzò una ronda assieme ad altri sei soldati. Durante il pattugliamento, spararono ed uccisero un palestinese che aveva lasciato cadere il suo fucile e stava correndo via. Più tardi, catturarono due palestinesi disarmati ed una ragazza. Gli uomini furono fatti andare via, dopo aver sparato al di sopra delle loro teste, mentre la ragazza fu portata all'avamposto di Nirim. La ronda aveva deciso che era "buona da f...". Sulla strada di ritorno a Nirim, la pattuglia sparò ed uccise sei cammelli, lasciandoli a decomporsi.
All'avamposto, mentre Moshe era via in un altro pattugliamento, il sergente del plotone, Michael, preparò la ragazza per lo stupro. Le tolse gli indumenti tradizionali, la costrinse a stare sotto un condotto d'acqua e la lavò con le sue mani, mentre gli altri guardavano. Dopo averla lavata, le fece indossare uno short ed un maglione e la portò in un capanno, dove la stuprò. Quando la ragazza raccontò a Moshe cosa era accaduto, questi ordinò ai suoi uomini di lavarla - ancora - "così che potesse essere pulita per essere f...".
I soldati le tagliarono i capelli, le lavarono la testa con del kerosene, la misero sotto la pompa dell'acqua e la riportarono nel capanno. Ora era pulita.
Più tardi, quello stesso giorno, i soldati dell'avamposto di Nirim si riunirono in una grande tenda per festeggiare la vigilia dello shabbath. Il comandante del plotone, Moshe, inaugurò lo shabbath benedicendo del vino, un soldato lesse un passo della Torah, e poi cantarono, mangiarono, bevvero e si divertirono. Prima che i festeggiamenti terminassero, Moshe chiese ai suoi uomini di decidere il destino della ragazza per votazione. Vi erano due opzioni: la prigioniera avrebbe potuto lavorare in cucina, o avrebbero potuto possederla. Il destino della giovane fu democraticamente deciso. I soldati cantarono: "Vogliamo f...". Il comandante Moshe approvò la scelta della maggioranza. Lui ed il suo segente entrarono per primi, lasciando la ragazza priva di sensi.
La mattina dopo, poiché la ragazza si lamentava, il comandante del plotone minacciò di ucciderla. Ed, effettivamente, ordinò poco dopo al sergente Michael di giustiziarla. Prima dell'esecuzione la spogliarono. Qualcuno rivoleva indietro i suoi shorts. Il sergente, accompagnato da un medico e da due soldati, portò la ragazza nel deserto e le sparò alla testa mentre questa cercava di scappare. Sopraffatto dalla pietà, solo nel caso in cui fosse viva e sentisse dolore, un soldato esplose qualche pallottola nel corpo della ragazza. Pulita, coi capelli tagliati, ripetutamente stuprata, la prigioniera palestinese giaceva morta in una fossa poco profonda.
Il secondo tenente Moshe quella stessa sera andò in macchina a Be'er Sheba per guardare un film. Al teatro, incontrò il suo comandante di battaglione, il maggiore Yehuda Drexler, che aveva ordinato che la prigioniera palestinese fosse riportata nel posto in cui era stata trovata. Quando il maggiore chiese al suo subordinato se lo avesse fatto lui, Moshe rispose: "L' hanno uccisa, era una vergogna sprecare del gas". Una vita palestinese non valeva un gallone di gas.
Quando il capitano Uri, comandante della compagnia, chiese al secondo tenente Moshe di spiegargli cosa fosse accaduto alla ragazza palestinese, ecco cosa quest'ultimo scrisse nel suo rapporto:
"Durante un pattugliamento il 12.8.49, mi imbattei in alcuni palestinesi nel territorio sotto il mio controllo, uno dei quali armato. Uccisi sul posto l'arabo armato e presi la sua arma. Presi prigioniera la donna. Durante quella prima notte, i soldati abusarono di lei ed il giorno seguente trovai opportuno rimuoverla dal mondo (enfasi aggiunta)."
Fu tutto. Fu sprezzante nella sua concisione, quasi che non valesse il suo tempo discutere dello stupro/assassinio di una palestinese. Tuttavia, se proprio insisti nel volere una spiegazione, eccola: abbiamo trovato una ragazza araba, l'abbiamo violentata e poi "ho trovato opportuno rimuoverla dal mondo".
E' quest'ultima frase ad essere ossessionante, imperiale, biblica, persino divina. Essa riassume il carattere di un'intera epoca, un'epoca imperialistica che si faceva vanto della sua razza superiore e della sua missione civilizzatrice. Un'epoca in cui molte nazioni europee "trovarono opportuno" conquistare, colonizzare, schiavizzare, sterminare, dislocare, "liberare" o "educare" il resto dell'umanità, chiunque fosse diverso per razza, cultura o religione. Le ferite inflitte ai nativi furono senza dubbio buone per essi, dal momento che nient'altro che bene poteva fluire da tali esseri superiori. Il sionismo e la sua creatura, Israele, non sono altro che fioriture tardive di quell'età imperiale.
Al processo per lo stupro/assassinio, tenuto in segreto quello stesso anno, il secondo tenente Moshe negò di aver violentato la ragazza. "Moralmente parlando", si giustificò, "era impossibile dormire con una ragazza così sporca". Probabilmente sapeva che quest'argomentazione aveva il suo peso. E' la premessa basilare di ogni missione civilizzatrice. "Il nativo e' sempre sporco, i suoi vestiti lerci, i suoi modi rozzi". C'e' un'altra distorsione, qui. "Non e' immorale lo stupro di una ragazza beduina del Negev, ma il fatto che essa fosse sporca". La Corte assolse Moshe dal reato di stupro, ma fu condannato a 15 anni per omicidio.
Gli fu però offerta una seconda possibilità di difesa. Egli disse ripetutamente alla Corte che il capitano Uri, uno dei comandanti della compagnia nel battaglione, gli aveva detto in privato che - riguardo agli arabi - avrebbe dovuto "uccidere, massacrare". La Corte rigettò questa accusa utilizzando una sua psicoanalisi. Scrissero i giudici: "La Corte ritiene che i termini "uccidere, massacrare" hanno origine da una psicosi che sembra aver attecchito nel sangue dell'ufficiale, con l'effetto che gli arabi dovevano essere massacrati indiscriminatamente". La Corte scelse di non contro-interrogare il capitano Uri su questo punto.
Il sergente Michael dichiarò che aveva solo eseguito gli ordini, giustiziando la ragazza. La Corte non gli credette, ma Michael ottenne comunque una pena molto leggera a causa delle "circostanze attenuanti". "In quel periodo vi era un generale sentimento di disprezzo per la vita dei palestinesi in generale e degli infiltrati in particolare, e talvolta avvenivano crimini gratuiti in questa sfera. Tutto ciò contribuì a creare un'atmosfera di "va bene qualsiasi cosa". Siamo convinti che questa atmosfera era presente anche all'avamposto di Nirim".
Anche i giudici di Norimberga avrebbero potuto considerare le medesime circostanze attenuanti, quando giudicarono i criminali nazisti. Dopo tutto, anche i nazisti operavano in un clima generale di "disprezzo per la vita degli ebrei". Fortunatamente, i giudici di Norimberga non usarono quel metro di giudizio.
Inoltre, quando Moshe accusò il capitano Uri di spingere "al massacro, all'assassinio" degli arabi, i giudici dichiararono che tale accusa era stata partorita da una mente psicotica. Allo stesso tempo, per giustificare le pene ridotte, dichiararono che in quel tempo esisteva " un generale sentimento di disprezzo per la vita dei palestinesi in generale". Quei giudici erano forse schizofrenici? O forse proteggevano dei loro simili?
Coloro che hanno familiarità con la tragedia del popolo palestinese avranno letto - come ho fatto io - negli eventi del 12 e del 13 agosto 1949 accaduti all'avamposto militare di Nirim, nel Negev palestinese, un'allegoria di quella tragedia. In due giorni, questa ragazza senza nome, una minorenne, soffrì il degrado, la vergogna, l'abuso, la violenza e, per ultimo, la morte, destino - figurato e, in molti casi reale - dei palestinesi e della loro terra da più di ottant'anni.
Tra le due cruenti narrative possono essere tracciati molti paralleli agghiaccianti; li vediamo nel rapimento della ragazza da parte di un plotone di soldati; nella decisione del comandante di deciderne il destino attraverso una votazione; nel destino inflitto alla ragazza con quel voto [usarla come serva o schiava sessuale]; nel fatto di averle strappato gli abiti tradizionali, tagliato i capelli, stuprata, con gli ufficiali che entravano per primi; nell'ordine di giustiziarla quando lei cominciò a lamentarsi; nel processo segreto intentato; nel linguaggio dell'ufficiale ("Trovai opportuno ..."); nell'assoluzione degli stupratori; nelle sentenze irrisorie; e nell'uso, da parte dei giudici, delle "circostanze attenuanti".
Ed ora i paralleli vengono sospinti verso una convergenza finale - l'obliterazione definitiva dell'esistenza nazionale palestinese, con la costruzione del muro di strangolamento; con livelli di disoccupazione che hanno raggiunto il 70%; con la malnutrizione tra i bambini palestinesi che ha raggiunto livelli di fame; con l'accelerazione della pulizia etnica; con lo spudorato sostegno americano alla politica del criminale di guerra estremista, Ariel Sharon; e con la crescente richiesta dell'allontanamento di tutti i palestinesi dalla Palestina storica. Almeno, e' questo l'obiettivo dei neo-conservatori, dei cristiano-sionisti e dei Likudniks israeliani. E' un progetto a cui tutte le persone perbene - inclusi americani ed israeliani - devono opporsi prima che i guerrafondai americano-israeliani, con le dita sui pulsanti nucleari, spingano il mondo nel precipizio.
Note:
1. Mohandas K. Gandhi, Harijan, 74, 20 novembre 1938: 239-242.
2. Chaim Weizmann, Trial and Error (Greenwood: 1921/1972).
3. Aviv Lavie e Moshe Gorali, "I saw fit to remove her from the world," Ha'aretz, 29 ottobre 2003: http://www.haaretz.com/hasen/spages/ 355227.html
4. Chris McGreal, "Israel learns of a hidden shame in its early years," The Guardian, 4 novembre 2003:
http://www.guardian.co.uk/international/st...1077103,00.html
5. Lavie e Gorali, "I saw fit to remove her from the world."
M. Shahid Alam e' professore di economia alla Northeastern University. Il suo ultimo libro, Povertà dal benessere delle nazioni, e' stato pubblicato da Palgrave nel 2000. Può essere contattato a: m.alam@neu.edu.
Visita la sua webpage a: http://msalam.net.