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Visualizza Versione Completa : Il mondo è diventato più sicuro senza l’Unione Sovietica?



Edric
31-12-2011, 20:40
By Edric on <abbr class="published" title="sabato, dicembre 31st, 2011, 8:33 pm">31 dicembre 2011</abbr>

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Articolo originale: Is the World Really Safer Without the Soviet Union? (http://www.thenation.com/article/165317/world-really-safer-without-soviet-union?page=0,0) , The Nation, edizione Gennaio 2012


di Mikhail Gorbachev



Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, vent’anni fa, i commentatori occidentali hanno festeggiato la scomparsa dell’Unione Sovietica come se quella scomparsa dalla dalla scena del mondo nel dicembre 1991 fosse l’URSS di Stalin e di Breznev, piuttosto che l’Unione Sovietica riformata dalla perestroika. Inoltre, la discussione su quali sarebbero state le conseguenze si focalizzo principalmente sulla piega che avrebbe preso la Russia. Tuttavia furono altrettanto importanti i cambiamenti nelle relazioni internazionali, in particolare l’opportunità (mancata) che si era aperta con la fine della guerra fredda di creare veramente un ordine mondiale veramente nuovo.

Dopo la mia elezione a segretario generale del Partito comunista nel marzo 1985, la dirigenza sovietica aveva formulato una nuova agenda di politica estera. Una delle idee chiave della nostra riforma, la perestroika, aveva dato luogo alla nascita di un pensiero politico che si basava sul riconoscimento delle interconnessioni e delle interdipendenze a livello mondiale.L’obiettivo principale era scongiurare la minaccia di una guerra nucleare. I nostri obiettivi internazionali immediati includevano la fine della corsa agli armamenti nucleari, la riduzione delle forze armate convenzionali, che avevano dato luogo a numerosi conflitti regionali tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, e la trasformazione della divisione del continente europeo in campi avversi in quella che chiamai ‘la casa comune europea’.

Avevamo capito che questo avremmo potuto realizzarlo solo collaborando con gli Stati Uniti. Insieme a loro possedevamo il 95% degli arsenali mondiali di ordigni nucleari. Ebbe quindi un enorme importanza il primo vertice che si tenne a Ginevra nel 1985 con Ronald Reagan, nel quale affermammo che “una guerra nucleare non poteva essere vinta e non si sarebbe mai dovuta combattere”. Convenimmo anche che l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti non avrebbero dovuto continuare a perseguire reciprocamente una supremazia militare.

Nel vertice successivo, a Reykjavik nel 1986, insieme a Reagan discutemmo di come realizzare un mondo senza armi nucleari.

Vennero fatti in seguito dei passi concreti in questa direzione. Nel dicembre 1987, io e il presidente Reagan firmammo a Washington il trattato INF, il primo e tuttora ancora l’unico accordo per l’eliminazione di due classi di armi di distruzione di massa: i missili a medio e a corto raggio.

Nel 1991, io e il presidente George HW Bush fimammo a Mosca il primo trattato START, per la riduzione della metà delle armi nucleari strategiche, e poi, nell’autunno dello stesso anno decidemmo di eliminare su entrambi i lati un numero più consistente di armi nucleari tattiche. La strada per questi accordi fu una strada difficile ma il risultato fu la fiducia reciproca che permise a me e al presidente Bush, nel vertice di Malta del 1989, di affermare che le nostre nazioni non si riconoscevano più reciprocamente come ‘il nemico’. Ciò significava che la Guerra Fredda era finita, e che veniva aperta la strada della cooperazione per porre fine ai conflitti regionali che avevano imperversato per decenni in varie parti del mondo. Respingemmo l’aggressione di Saddam Hussein nel 1990 contro il Kuwait ma, fatto più importante, ciò portò ai cambiamenti pacifici in Europa centrale e orientale del 1989-91, basati sulla possibilità di scegliere delle loro genti. Questo processo è culminato con l’unificazione della Germania. Erano presenti tutte le condizioni per rilanciare le Nazioni Unite quale principale strumento per la prevenzione e la risoluzione dei conflitti internazionali.

Cosa è successo dopo la fine dell’Unione Sovietica nel 1991? Perchè è stata sprecata l’opportunità di costruire quello che Papa Giovanni Paolo II definì un ordine mondiale più stabile, più giusto e più umano? Per rispondere a questa domanda abbiamo bisogno di tornare indietro, agli eventi associati al crollo dell’Unione Sovietica e a quale fu la reazione dell’Occidente.

Il crollo dell’Unione Sovietica interruppe la perestrojka, il tentativo effettuato dal 1985 al 1991 di fare fare un passaggio evolutivo dal totalitarismo alla democrazia in un paese immenso. Le conquiste della perestrojka erano solo reali ma molto di più. Ha portato la libertà, compresa la libertà di parola, di riunione, di religione e di movimento, così come il pluralismo politico e libere elezioni. Abbiamo iniziato una transizione verso l’economia di mercato. Ma abbiamo iniziato troppo tardi a riformare dall’interno il Partito Comunista e nel trasformare l’Unione Sovietica in un’unione decentralizzata di repubbliche sovrane.

Contrariamente a quanto è stato affermato molte volte, il crollo dell’Unione Sovietica non avvenne per mano di una potenza straniera, ma fu il risultato di sviluppi interni. In primo luogo, nel mese di agosto del 1991, le forze conservatrici anti-perestrojka organizzarono un Colpo di Stato contro la mia leadership, che fallì ma indebolì la mia posizione. Poi, l’8 dicembre, sfidando la volontà del loro popolo che aveva sostenuto il rinnovo di un patto di unione nel corso di un referendum che si era svolto a marzo del 1991, i leader di tre repubbliche sovietiche, il presidente russo Boris Eltsin, il leader dell’ Ucraina e quello della Bielorussia, abolirono nel corso di un incontro segreto l’Unione.

Questo evento portò euforia e “il complesso del vincitore” all’interno dell’elite americana. Gli Stati Uniti non poterono resistere alla tentazione di dichiarare la “loro vittoria della Guerra Fredda”. L’unica potenza rimasta pretendeva il monopolio della leadership negli Affari mondiali. Tutto questo, insieme alla pretesa vittoria della guerra fredda, che in realtà era già finita due anni prima, ebbero conseguenze di vasta portata. In tutto ciò vi è la radice degli innumerevoli errori che hanno portato il mondo al suo stato di attuale travaglio.

Dicevo ai miei partner negoziali – Regan, Bush, e gli altri leader occidentali – che ognuno di noi aveva bisogno di cambiare il proprio modo di pensare, non solo in Unione Sovietica ma anche in Occidente, perchè i rapidi cambiamenti in atto nel mondo non ci lasciavano altra scelta. Ma fintatto l’Occidente continuava ad insistere sulla sua presunta vittoria nella Guerra Fredda, ciò stava a significare che non era cambiato nulla nel suo vecchio modo di pensare durante la Guerra Fredda, e che i vecchi metodi, come l’uso della forza militare e della pressione politica ed economica per imporre un modello uguale per tutti, potevano ancora essere utilizzati.

All’interno di questo schema, le Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza sono considerate sacrificabili o nella migliore delle ipotesi un impedimento, e il diritto internazionale una pesante eredità del passato. E questo è stato l’atteggiamento degli Stati Uniti e dei loro sostenitori nella ex Jugoslavia del 1990 e nell’Iraq del 2003. Gli esperti americani hanno cominciato a parlare degli USA come “una superpotenza in grado di creare un nuovo tipo di impero”.

Ai tempi attuali, pensare in questi termini è un illusione. Non c’è da stupirsi che il progetto imperiale sia fallito e che presto è diventato chiaro che si trattava di una missione impossibile anche per gli Stati Uniti. Gli interventi militari in Iraq e Afghanistan, basati sul presupposto del diritto del più forte, oltre a causare decine di migliaia di morti, hanno minato l’economia americana. Oggi molti in Occidente ammettono che si è trattato di una strada sbagliata, ma il tempo del tempo che si sarebbe potuto impiegare per costruire davvero un nuovo ordine mondiale.

L’interpretazione errata della fine della Guerra Fredda, la scomparsa di un forte partner mondiale con il suo punto di vista, la riforma dell’Unione Sovietica e l’indebolimento della Russia hanno avuto un impatto negativo sugli sviluppi europei. La Carta di Parigi per una Nuova Europa, firmato nel 1990 dalle nazioni europee, dagli Stati Uniti e dal Canada, un progetto per una nuova architettura della sicurezza all’interno della casa comune europea è caduto nell’oblio.

Gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno invece deciso di allargare la NATO verso est, portando l’alleanza militare più vicina ai confini con la Russia. , sostenendo per essa un ruolo pan-europeo o addirittura di polizia mondiale.

Mi viene in mente spesso la mia conversazione, nell’autunno del 1989, con Papa Giovanni Paolo II, un uomo con una visione profonda e completa del mondo, non determinata da euforia trionfalistica, che considerava la perestroika come un passo di vitale importanza per il progresso delle libertà e della democrazia così come un opportunità per costruire un Europa veramente unita. Parlando di Oriente e Occidente aveva affermato che “l’Europa deve respirare con due polmoni”. Ma dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica i leader occidentali hanno scelto un percorso diverso. Ciò ha sottratto funzioni alle Nazioni Unite e quindi l’hanno indebolite.

Di conseguenza il ruolo dell’Europa e il suo peso negli affari internazionali è stato di gran lunga inferiore al suo potenziale. Nuove linee di divisione sono apparse all’interno del nostro continente, ora molte più vicine ai confini con la Russia, e due volte, nella ex-Jugoslavia del 1990 e nella ex-repubblica sovietica della Georgia, hanno portato conflitti con spargimento di sangue.

In poche parole, il mondo senza l’Unione Sovietica non è diventato più sicuro, più giusto e più stabile. Invece di un nuovo ordine mondiale, basato su una governance globale per evitare che gli affari internazionali diventino pericolosamente imprevedibili, abbiamo avuto turbolenze globali in un mondo alla deriva in acque inesplorate. La crisi economica scoppita nel 2008 ha reso tutto questo evidente.

L’Occidente deve fare una rivisitazione critica di tutto ciò che ha preceduto questa dolorosa crisi. Più che una crisi della finanza globale, è la crisi di un modello basato sulla competizione per ottenere super-profitti e sul consumo eccessivo delle risorse naturali. La crisi nasce dall’arrogante convizione collettiva dell’Occidente di possedere la ricetta per risolvere tutti i problemi e che non c’erano alternative al “Washington Consensun”, il quale sosteneva di lavorare per il bene di tutti i paesi.

La crisi, di cui non si vede la fine, sembra aver fatto smaltire la sbornia ad alcuni leader del mondo e ha spinto alla ricerca di azioni collettive. Ma i risultati sono stati fino ad adesso lievi. Gli organismi internazionali, paralizzati in particolare dall’uniteralismo degli Stati Uniti e della NATO, hanno balbettato e non sono stati capaci di svolgere attività di composizione dei conflitti internazionali. Il G-8 non è sufficientemente rappresentativo della comunità globale e il G-20 non è diventato uno strumento efficace.

L’azione politica e il pensiero politico sono ancora militarizzati. Ciò è particolarmente vero per gli Stati Uniti che non hanno rinunciato a metodi di pressione e intimidazione. Ogni volta che viene usata la minaccia della forza contro Stati non dotati di armi nucleari, come l’Iran, aumenta in loro la determinazione a dotarsi di ordigni nucleari.

Durante il primo decennio del XXI secolo il badget militare degli Stati Uniti ha rappresentato quasi la metà della spesa mondiale per le forze armate. Questa schiacciante superiorità militare di un solo paese farà si che non sia possibile raggiungere l’obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari. A giudicare dai programmio degli Stati Uniti e di alcuni altri paesi, si assisterà ad una nuova corsa agli armamenti.

Questo mi fa venire il dubbio che ogni qualvolta vi sarà una crisi o un conflitto, i leader cercheranno di risolverli ricorrendo alla forza militare. L’unico modo per spezzare questo circolo vizioso è quello di riaffermare il principio della sicurezza reciproca, che ha costituito il nucleo del nostro nuovo modo di pensare la politica venti anni fa.

Per finire, vi è la Russa post-sovietica e il suo ruolo nel mondo. Durante il periodo successivo alla disgregazione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti e l’Unione Europea ha mantenuto i rapporti con la Russia in uno stato di incertezza. Da un lato vi sono state numerose dichiarazioni di cooperazione e di parternariato strategico. Dall’altro lato, non è stato data sufficiente voce alla Russia post-sovietica nella risoluzione dei problemi chiave, e sono stati posti degli ostacoli alla sua integrazione nell’economia europea e mondiale. Sembra che dopo avergli dato occasionalmente due pacche sulla spalla, la Russia venga trattata come un estraneo, non come una forza seria e costruttiva negli affari mondiali.

Nello stesso modo il popolo russo si ricorda come nel 1990 l’Occidente consigliava e applaudiva la “terapia d’urto”, le riforme radicali che hanno portato al crollo dell’economia russa e immerso decine di milioni di russi nella povertà. Agli occhi dei russi ciò significa che l’Occidente non voleva una rinascita della Russia, ma che diventasse una fornitrice di risorse che sà qual’è “il suo posto”.

La Russia ha già attraversato nella sua storia periodi di debolezza che si sono rivelati temporanei. Recentemente la politica degli Stati Uniti e dell’Unione Europea verso la Russia sembra avere compreso questo fatto. Nonostante le difficoltà, la politica di ripartire da zero nelle relazioni con la Russia ha portato a dei risultati tangibili, come il nuovo trattato per la riduzione delle armi strategiche, firmato nel 2010. Anche se il “reset” ha avversari potenti a Washington (e a Mosca), esso rappresenta un importante riconoscimento da parte dell’America che la Russia rimane un importante giocatore responsabile della politica mondiale e che la sua partnership è indispensabile.

Sono convinto che sia necessario riprendere il cammino che abbiamo tracciato insieme quando abbiamo messo fine alla Guerra Fredda. Ancora una volta il mondo ha bisogno di un nuovo modo di pensare, non solo basato sul riconoscimento degli interessi universali e delle interdipendenze globali, ma anche di un fondamento morale. Diversamente, la politica diventa sporca e a somma zero, e tutti perdono in questo gioco se non ci sono delle regole morali. Questa è probabilmente la lezione più importante da trarre di questi ultimi due decenni.

Fonte: Guerre Contro (http://guerrecontro.altervista.org/blog/2011/12/31/il-mondo-e-diventato-piu-sicuro-senza-lunione-sovietica/)[URL="http://guerrecontro.altervista.org/blog/2011/12/31/il-mondo-e-diventato-piu-sicuro-senza-lunione-sovietica/"]