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Roderigo
27-09-2011, 11:45
La Cina non salva, compra
Michelangelo Cocco
PECHINO Meglio partecipazioni che titoli di stato. E detta le condizioni al vecchio continente
http://img847.imageshack.us/img847/3087/110114213113medium.jpg L'Europa «salvata» dalla Cina, che fa incetta di titoli di Stato, da Atene a Roma passando per Madrid, forte di un portafoglio gonfio di 3,2 miliardi di dollari di riserve valutarie? Un'ipotesi tornata attuale nei giorni scorsi, assieme alle notizie di contatti tra il governo Berlusconi e Pechino, con l'Italia che avrebbe chiesto a due dei maggiori fondi sovrani del mondo, il China investment corp (Cic) e lo State administration of foreign exchange (Safe), di comprare dosi massicce di Btp.
Ma il vice presidente del Cic, Gao Xiqing, nel corso della riunione del Fondo monetario internazionale (Fmi) dello scorso fine settimana si è schermito: il suo fondo non può essere considerato un «salvatore» di altri paesi, perché «noi abbiamo le nostre politiche e i nostri problemi». E il capo della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, è sembrato dettare sempre a Washington delle condizioni quando ha suggerito di adottare «misure di consolidamento fiscale energiche e credibili», perché la crisi «deve essere risolta subito per stabilizzare i mercati».
Secondo quanto riportato dal China Daily, in un incontro a porte chiuse del direttivo del Fmi, Zhou ha detto che «elemento essenziale di cooperazione è che ogni paese prenda in mano la situazione, vari misure ben mirate e metta ordine in casa propria». La Cina - dove il Partito comunista (Pcc) pianifica la politica economica e la mette in atto sostanzialmente senza ostacoli - chiede che l'Europa tagli strutturalmente la spesa pubblica e che smetta di «vivere al di sopra delle proprie possibilità».
Solo a quel punto la Repubblica popolare sarebbe disposta a spingere il suo soccorso oltre i buoni del tesoro di Stati europei già acquistati nei mesi scorsi. Per questo motivo, ha spiegato Zhou, «è troppo presto» per vedere se la Cina potrà concedere un ulteriore aiuto.
Insomma, come ha detto ieri a Tgcom Samih Sawiris, imprenditore edile e fratello del più noto Naguib (azionista di Wind), «Pechino non è Babbo Natale». E infatti ha già pronte le contropartite «politiche» da chiedere all'Unione europea, anche se il Quotidiano del popolo respinge al mittente l'accusa di «amichevole ricatto». Pechino vuole che l'Unione europea riconosca la Cina come economia di mercato - richiesta ricordata dal premier Wen Jiabao all'ultimo forum di Davos - il che garantirebbe alle merci cinesi maggiore accesso al mercato europeo.
Con la Grecia che rischia un default incontrollato che causerebbe fallimenti a catena di banche (elleniche, tedesche, britanniche e francesi anzitutto), è improbabile che l'aiuto di Pechino prenda la forma di acquisti massicci di buoni che potrebbero diventare presto carta straccia. Wang Weihua, del dipartimento affari internazionali della Shanghai International Studies University, ha spiegato a China Daily: «Ritengo che un forte aumento degli investimenti nelle attività europee da parte dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ndr) sarebbe più efficace - per aumentare la fiducia e creare posti di lavoro - dell'investimento diretto nei bond».
Già all'inizio di quest'anno la Cina ha siglato accordi con la Spagna per investirvi 7.3miliardi di dollari in progetti che vanno dal settore energetico a quello bancario al petrolio. Per non parlare della Grecia, dove, appena è esplosa la crisi, la società Cosco ha rilevato la gestione di alcuni terminal del porto del Pireo.
L'Europa, che ne assorbe circa il 20 per cento delle esportazioni, è uno dei principali partner commerciali della Cina, la quale a sua volta è diventata il mercato più attraente per i beni di lusso francesi, italiani e per le auto di grossa cilindrata tedesche.
«Energia, tecnologia, oppure alcuni marchi famosi o risorse naturali. Se le società italiane accettano - ha dichiarato ad AgiChina24 He Jun, capo analista della società Anbound Services, che collabora con il governo di Pechino -, la Cina potrebbe investire in questi settori».
Yao Ling, a ricercatore presso la Chinese Academy of International Trade and Economic Cooperation del ministero del commercio, ha parlato esplicitamente di terreno fertile, pronto a essere sfruttato. Se in passato molti europei vedevano con sospetto gli industriali cinesi, ora - ha concluso Yao - «ci vogliono lì».
il manifesto 27 settembre 2011
http://www.ilmanifesto.it
Annibale
27-09-2011, 11:59
Non c'era da avere dubbi.
Figuriamoci se i cinesi regalano i loro soldi che si sono sudati.
Perchè c'è qualcuno che salva? :))
http://www.kensan.it/articoli/La_Cina_compra_l_Occidente.php
Il quotidiano La nacion elenca le probabili aree di intervento cinese: infrastruttura energetica, treno ad alta velocità Buenos Aires-Rosario-Cordoba, costruzione di 350.000 case in 5 anni, progetti di viabilità nazionale, ingresso nelle telecomunicazioni e definizione dell'Argentina come paese turistico per i cinesi.
Altra nazione a cui sono destinati i finanziamenti cinesi è il Brasile. In tutto il continente si parla di 100 miliardi di dollari di investimenti in 10 anni. Liberazione analizza il fatto in profondità da un punto di vista politico e di equilibri mondiali.
Il passare in mani comuniste da parte di importanti nazioni sudamericane rappresenta uno spostamento di potere dagli USA alla Cina, dall'occidente all'oriente che non è il caso di trascurare.
In diversi casi i cinesi comprano paesi in svendita per via dei bassi prezzi e per diversificare il loro portafoglio. Diversi acquisti hanno riguardato l'Africa e l'America Latina, adesso è la volta dell'Europa con la Grecia e con un po' d'Italia.
Annibale
27-09-2011, 16:26
Per me è preoccupante che un grande paese autoritario compri pezzi della nostra economia. Questo potrebbe indebolire la democrazia anche da noi.
http://lumerinnovato.blogspot.com/2010/02/lascesa-della-cina-e-il-declino-degli.html
domenica 14 febbraio 2010
L'ascesa della Cina e il declino degli Stati Uniti
"Crash Proof" di Peter Schiff, economista e gestore di fondi di investimento, uno dei pochi economisti che avevano denunciato la bolla immobiliare e predetto la recente depressione.
Le tesi più salienti del libro sono che: 1) nei prossimi anni il dollaro crollerà e lo yuan salirà; 2) il motivo per cui ciò avverrà è che il debito pubblico degli USA verso le altre nazioni, e in particolare verso la Cina, è così grande che gli USA non saranno mai in grado di ripagarlo, in quanto hanno perso le strutture produttive necessarie per farlo; 3) poco dopo il dollaro crollerà anche l'euro; 4) quando ciò avverrà, il potere d'acquisto dei cittadini statunitensi ed europei crollerà e quello dei cinesi salirà; i ruoli attuali si invertiranno: i cinesi cominceranno a consumare e noi occidentali a produrre; 5) i soli tra di noi a conservare il potere d'acquisto precedente saranno quelli che avranno investito in Asia e in particolare in Cina, Giappone, Hong Kong e Singapore. Morale: se dovete investire dei soldi, o se possedete già degli asset denominati in euro o dollari e non in yuan, è importante che leggiate questo libro.
Il brano su cui mi concentro oggi contiene un'analisi dell'economia cinese e risponde a due domande interessanti: i cinesi sono comunisti? C'è un nesso tra il boom economico e il fatto che la Cina non è una democrazia?
La parola a Peter Schiff.
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Una volta l’America inondava il mondo di beni a basso costo e di alta qualità. Oggi, per contro, l’America è un produttore ad alto costo e con una reputazione di bassa qualità. Ma ciò che è significativo è che, quando l’America era quella che produceva a prezzo minore, i salari che pagava erano i più alti del mondo.
Oggi si crede erroneamente che il fattore principale che permette ai produttori di fare prezzi bassi siano i bassi salari. La realtà è che ci sono fattori molto più importanti: il basso costo del capitale e l’assenza di tassazione e di regolamentazione di Stato. Quando gli americani risparmiavano molto ad avevamo una moneta sana, i tassi di interesse reali erano naturalmente molto bassi. Questo significava basso costo del capitale, il che a sua volta permetteva la superiore produttività dei lavoratori. [In altre parole, i lavoratori in America erano più produttivi dei lavoratori di altre nazioni perché potevano servirsi di una quantità maggiore di capitale; NdM]. Avendo tasse molto basse e regolamentazioni minime, i produttori americani potevano pagare i salari più alti del mondo pur essendo coloro che producevano a minor prezzo nel mondo.
Oggi, invece, i produttori ad alta qualità e basso prezzo si trovano tutti in Asia. Alcuni Paesi come la Cina hanno salari più bassi di quelli negli USA, mentre altri, come il Giappone, hanno salari più alti. Ma la vera differenza è che il costo del capitale è più basso a causa dei tassi di risparmio più alti, delle minori tasse, e della minore quantità di regolamenti. Sembra sorprendente, ma nella “Cina comunista” gli imprenditori hanno maggiore libertà di quanta ne abbiano in America. È molto più facile aprire un’impresa in Cina che in America.
Pensate a tutte le regolamentazioni a cui gli imprenditori americani devono sottostare. Come possiamo competere con quei Paesi che non impongono quelle vessazioni eccessive [che fanno salire i costi di produzione, NdM] ? C’è qualcuno che crede che gli USA sarebbero potuti diventare una grande potenza con tutte le leggi, regolamentazioni, e tasse che esistono oggi? Avremmo potuto davvero colonizzare il West se i treni a vagone avessero dovuto fare i conti con tutti i regolamenti che sono in vigore oggi, avessero dovuto trattenere le tasse, ed avessero dovuto tener traccia delle proprie spese per pagare le proprie tasse sul reddito? continua
http://it.euronews.net/2011/10/04/guerra-sui-dazi-pechino-minaccia-washington/
Pechino minaccia la guerra commerciale contro Washington. Banca centrale cinese e Ministero del commercio condannano l’apertura statunitense a un sistema di dazi per controbilanciare la svalutazione dello Yuan. Politiche, che secondo Pechino rischierebbero di minare anche la ripresa globale.
All’origine della levata di scudi, il via libera del Senato americano al dibattito sulla possibile tassazione ad hoc dell’import da paesi che sottostimino la propria valuta. Schiacciante il consenso bipartisan che apre ora le porte all’esame del progetto di legge.
“Di volta in volta – ha detto in aula il senatore democratico Chuck Shumer -, la Cina si conferma mercantilista, prevedibile e ripetitiva nelle sue scelte. Cavalca le regole del libero mercato quando le fanno comodo e le viola quando ne ottiene un maggiore tornaconto”.
Interpretazioni a cui per primo ha replicato il Ministero degli esteri cinese, che ha parlato di decisione contraria agli accordi internazionali e volta a mascherare il fallimento delle politiche economiche statunitensi.
http://www.giornalettismo.com/archives/161657/la-cina-si-compra-il-debito-europeo/
26 ottobre 2011
La Welt: “Pechino però venga riconosciuta come economia di mercato”
La Cina è pronta ad aiutare l’Europa, ma in cambio di un rapido riconoscimento del suo status di economia di mercato. Secondo informazioni raccolte dalla Welt online questo riconoscimento potrebbe arrivare presto e non a caso oggi è stato dato l’annuncio di un viaggio del direttore del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf), Klaus Regling, venerdi’ in Cina “nel quadro della crisi dei debiti sovrani in Europa”.
IL MESSAGGIO – Il premier cinese Wen Jiabao aveva già mandato un messaggio chiaro dal Forum economico mondiale di Dalian: La Cina è pronta ad aiutare i paesi europei con problemi di debito, ma “in cambio gli Europei potrebbero riconoscere prima del previsto (2016, ndr)Pechino come economia di mercato”.
http://www.conoscenzaprogressiva.it/2011/09/15/crisi-economicala-cina-detta-le-condizioni/
La Cina, insomma, vuole porre fine alle guerre commerciali con l’Unione europea superando buona parte di quelle barriere protezionistiche erette dal continente contro i prezzi predatori delle merci provenienti da Oriente. Le contese hanno intasato gli organi giudicanti del Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, chiamata più volte a dirimere i contrasti tra Pechino e l’Occidente. Il riconoscimento del Paese come “economia di mercato”, ovviamente, costituirebbe una sensazionale vittoria per l’export cinese rendendo inapplicabili molte misure di protezione doganale in Europa. Un obiettivo che la Cina sente ora di poter conseguire più facilmente sfruttando un crescente potere negoziale nei confronti dell’Unione Europea. Scopertasi oramai in conclamata crisi di astinenza da liquidità estera.
http://youtu.be/McIacQfKcjs
http://www.corriereinformazione.it/2011112115345/libri-e-book/oneill-cina-presto-diventera-piu-potente-degli-usa.html
O'Neill: Cina presto diventerà più potente degli Usa.
Lunedì 21 Novembre 2011
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Jim O’Neill, una vita in mezzo alla banca e al mondo della finanza. L’attuale responsabile della Divisione Asset Management della Goldman Sachs, ha scritto e presentato di recente il suo libro, “Growth Map” ovvero la mappa della crescita e, in occasione di un’intervista rilasciata al Sunday Telegraph, lancia l’allarme rosso per le principali potenze economiche occidentali.
I vecchi anni di gloria e di dominio dei paesi occidentali sta per finire sul fronte economico: presto la Cina, si prevede entro il 2027 se non qualche anno prima, supererà economicamente gli Stati Uniti al quale strapperanno la leadership di prima potenza economica mondiale. Nell’arco degli ultimi dieci anni il Pil cinese è notevolmente cresciuto e occhio anche a Brasile e Russia, ormai non più economicamente paesi emergenti.
O’Neill dieci anni fa inventò il nome Bric (dai nomi di Brasile, Russia, India e Cina), un nome simbolo destinato a passare alla storia e che, mai come ora, è il segno di una premonizione destinata a stretto giro a diventare realtà. O’Neill è dell’idea che i paesi facenti parte di G7 e G8, dovrebbero ridimensionarsi e inviare solo un loro rappresentante tutte le volte che ci sono i vertici. L’importanza economica dell’Occidente non è più come un tempo e, anche un paese come l’Italia, rischia di non essere più rilevante. Il vento ha già cambiato direzione, un’era sta per finire e una nuova pagina della storia economica sta per essere riscritta.
http://www.asianews.it/notizie-it/Il-sogno-di-Monti-e-dell'Italia-per-gli-investimenti-cinesi-e-la-libert%C3%A0-religiosa-24373.html
Roma (AsiaNews) - Grande, probabilmente eccessivo, spazio hanno trovato sui giornali italiani le confidenze fatte da Hu Jintao al premier Mario Monti sulle sue intenzioni di dirigere investimenti cinesi verso l'Italia. Secondo i media, che l'avrebbero appreso dallo staff di Monti, Hu Jintao avrebbe "dato precise disposizioni ai vertici delle autorità finanziarie (compresi i fondi sovrani) e alla business community cinese di tornare ad investire nel nostro Paese".
Ho avuto l'impressione che si stia parlando di un sogno continua
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/grubrica.asp?ID_blog=340&ID_articolo=26
Investimenti cinesi? L'Italia non è poi così attraente per i privati
Philip Law, della Union Apparel International Ltd., cinese ora insediato a Hong Kong, ha cominciato a lavorare nel tessile a 19 anni: oggi, 40 anni dopo, è uno dei principali fornitori di denim di alta gamma a marchi internazionali che vanno da Paul Smith a Burberry. Ha una passione per le auto italiane – possiede una Ferrari e una Maserati, e anche “una Cinquecento – nuovo modello però, non l'originale”. Ed ama l'Italia anche per tutti gli altri fiori all'occhiello del Bel Paese, dal caffè alla moda, dal vino alle bellezze architettoniche. Investirebbe nel nostro Paese? “No. No, assolutamente, per me non avrebbe senso: ho diverse fabbriche in Cina, nel Guangdong, facciamo tutto lì e per il tipo di prodotto con cui lavoro io l'Italia sarebbe davvero impossibile”, dice, senza la minima traccia di sentimentalità nella voce. “Troppo cara, troppo complicata, i lavoratori sono troppo costosi, tasse alte e permessi troppo laboriosi. La Cina è il principale esportatore di forza lavoro a basso costo al mondo, e gli unici cinesi che riescono a lavorare nel tessile in Italia mi sembra che siano quelli che impiegano manodopera cinese. Altrimenti, per un gruppo come il mio sarebbe del tutto impossibile”. Secco, di una franchezza brutale. Se Mario Monti, a Seul, ha strappato a Hu Jintao l'assicurazione che la Cina investirà in Italia, prima di stappare lo champagne bisogna guardare se e come siamo un Paese appetibile per gli imprenditori che fuoriescono dalla Cina. La risposta di Philip Law, per l'imprenditoria privata, di dimensioni magari di tutto rispetto ma senza essere colossale, è un risonante “no”. “La maggior parte delle persone nel mio settore condivide un uguale pensiero per quanto riguarda il futuro”, dice Law, “non siamo pronti ad investire in Italia, è un luogo a costi alti e burocrazia altissima”. Venire in Italia può aver senso per i grossi gruppi statali, per la necessità del fondo sovrano cinese di diversificare in quanti più Paesi e settori possibili, o per chi riesce ad avere fabbriche in Italia (spesso per l'appunto con lavoratori cinesi) per il mercato italiano, quindi senza aggiuntivi costi di trasporto, o per poter esportare verso la Cina con l'ambita etichetta “made in Italy”. “Per me”, continua Law, “l'Italia è indispensabile per studiare le tendenze di moda e per acquistare alcuni prodotti, dal tessile in poi, ma per chi ha le manifatture in Cina, in particolare per prodotti di un certo livello, anche se è vero che i costi cinesi stiano cominciando ad aumentare, resta che nulla è più competitivo del Guangdong. Invece, chi produce per il mercato di massa, come può essere chi fornisce per H&M ad esempio, la cosa si fa diversa, loro stanno cominciando a togliere la produzione dalla Cina per spostarla altrove in Asia o più vicino ai loro mercati, altrimenti la convenienza sfuma. Ma anche per tanti altri settori, con una forza lavoro come quella italiana, che invecchia rapidamente, che influenza negativamente sulla produttività, è chiaro che il luogo dove investire rimane l'Asia, e il Far East in particolare.” E ripete che tutto è una questione di low cost. Quindi, le manifatture è difficile che possano venire da noi. I gruppi statali, invece, sono un'altra cosa: la Huawei, che tanti problemi ha nel mondo per i suoi legami (passati, dice l'azienda) con l'Esercito cinese, riesce ad investire in Italia, così come avviene per alcune infrastrutture e per altri grossi gruppi – dall'energia ai trasporti – che possono contare su tutto l'appoggio del governo cinese. Può fare qualcosa, l'Italia, per rendersi più attraente? “Francamente, penso di no, a meno che non si possa diminuire la burocrazia, i costi, e le tasse”. Un cammino in salita, ma che potrebbe vedere nuovi acquisti di aziende italiane in difficoltà da parte del fondo sovrano, e un solidificarsi in Italia dei gruppi statali cinesi.
Mi sembra che sia chiaro che la Cina non salva ma compra, e non ci si potrebbe aspettare neppure il contrario. Ovvero, si comporta come qualsiasi altro investitore nei confronti di un investimento in Italia
“La maggior parte delle persone nel mio settore condivide un uguale pensiero per quanto riguarda il futuro”, dice Law, “non siamo pronti ad investire in Italia, è un luogo a costi alti e burocrazia altissima”. Venire in Italia può aver senso per i grossi gruppi statali, per la necessità del fondo sovrano cinese di diversificare in quanti più Paesi e settori possibili, o per chi riesce ad avere fabbriche in Italia (spesso per l'appunto con lavoratori cinesi) per il mercato italiano, quindi senza aggiuntivi costi di trasporto, o per poter esportare verso la Cina con l'ambita etichetta “made in Italy”. “Per me”, continua Law, “l'Italia è indispensabile per studiare le tendenze di moda e per acquistare alcuni prodotti, dal tessile in poi, ma per chi ha le manifatture in Cina, in particolare per prodotti di un certo livello, anche se è vero che i costi cinesi stiano cominciando ad aumentare, resta che nulla è più competitivo del Guangdong. Invece, chi produce per il mercato di massa, come può essere chi fornisce per H&M ad esempio, la cosa si fa diversa, loro stanno cominciando a togliere la produzione dalla Cina per spostarla altrove in Asia o più vicino ai loro mercati, altrimenti la convenienza sfuma. Ma anche per tanti altri settori, con una forza lavoro come quella italiana, che invecchia rapidamente, che influenza negativamente sulla produttività, è chiaro che il luogo dove investire rimane l'Asia, e il Far East in particolare.” E ripete che tutto è una questione di low cost. Quindi, le manifatture è difficile che possano venire da noi.
http://www.linkiesta.it/italia-investimenti-esteri-diretti
L’Italia non seduce gli investitori esteri
Monti è in Oriente per cercare nuovi investimenti. Ma rispetto agli altri principali Stati Ue l’Italia è molto meno capace di attrarre investimenti esteri diretti. Se nel 2010 la sua economia valeva il 13% del Pil dell’Unione, il suo stock di investimenti in entrata era pari solo al 4,9% del totale Ue. E sono proprio i Paesi europei i principali investitori nel nostro Paese (85% del totale). Cina, Giappone e India sono ancora lontane
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http://www.lettera43.it/economia/macro/la-situazione-e-allo-sfascio-e-il-governo-la-peggiora_4367545756.htm
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Mario Monti è soddisfatto. Tornerà dalla sua missione a Pechino convinto che i cinesi investiranno in Italia. Per ora, al di là delle parole e della calorosa accoglienza, il suo è soltanto un auspicio.
L’unico dato vero è che i cinesi si sono liberati dei nostri titoli di Stato. Alla vigilia del suo arrivo, Bank of China ha annunciato di non detenere più titoli di debito italiani.
LA DIFFIDENZA DEL DRAGONE. Sarà, come dice il Prof, che sono stati sin qui assai diffidenti per colpa della rigidità del nostro mercato del lavoro. E che ora, con il venir meno dell’art.18 e con la libertà di licenziare, sbarcheranno in massa. A noi pare, per la verità, che più che dell’art.18 fossero preoccupati dall’iperbolico ammontare del nostro debito, altrimenti quei titoli se li sarebbero tenuti. Quel debito che proprio con Monti, anche se certo per una forza inerziale che prescinde da lui, ha toccato livelli record.
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