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kalandar
14-07-2011, 23:13
Cittadini modello

Così una vita migliore aiuta l´integrazione



L´anticipazione / In un saggio su "Reset" il filosofo propone una nuova politica di inclusione per gli immigrati
La retorica multiculturale in Europa riflette una profonda incomprensione
Se i sogni di chi emigra non si infrangono si crea un legame positivo con chi accoglie

di Charles Taylor

La retorica anti-multiculturale nel Vecchio Continente riflette una profonda incomprensione delle dinamiche dell´immigrazione nelle democrazie liberali dei paesi ricchi dell´Occidente. L´assunto fondamentale sembra essere che eccedendo nel riconoscimento positivo delle differenze culturali si favorisca la ghettizzazione e il rifiuto dell´etica politica della democrazia liberale stessa. Come se il ripiegamento su di sé fosse una scelta a priori degli immigrati stessi, dalla quale devono essere dissuasi con «benevola severità». In un certo senso, è comprensibile che i politici che non hanno molta esperienza delle dinamiche delle società di immigrazione incorrano in questo errore. All´inizio, infatti, gli immigrati tendono sempre ad aggregarsi a persone di origini e retroterra simili ai loro. Altrimenti come potrebbero trovare le reti di sostegno necessarie per sopravvivere e andare avanti in un ambiente completamente nuovo? (...)
La principale motivazione degli immigrati nei paesi ricchi e democratici, tuttavia, è la ricerca di nuove opportunità di lavoro, istruzione o espressione individuale, per se stessi e soprattutto per i loro figli. Se riescono a raggiungere questi obiettivi, gli immigrati – e ancor più i loro figli – sono ben contenti di integrarsi nella società. Solo se le loro speranze vengono deluse, se la via d´accesso all´istruzione e a un lavoro più remunerativo viene bloccata, può generarsi un senso di alienazione e ostilità nei confronti della nazione di accoglienza, o addirittura un rifiuto della società mainstream e dei suoi valori.
Di conseguenza, la campagna europea contro il «multiculturalismo» spesso sembra essere un classico caso di «falsa coscienza», in cui la colpa di determinati fenomeni di ghettizzazione e alienazione degli immigrati viene addossata a un´ideologia esterna, invece di riconoscere l´incapacità della politica nazionale di promuovere l´integrazione e combattere la discriminazione. (...)
Qual è l´obiettivo, dunque, delle politiche e dei programmi multiculturali? Essi nascono dalla consapevolezza che ogni società democratica abbia un modello di interazione sviluppatosi nel corso del tempo e generalmente condiviso. Con questa formula mi riferisco all´insieme delle modalità con cui i membri della società si relazionano in una pluralità di contesti: come concittadini di uno Stato, come membri di organizzazioni politiche o di altro tipo, come dipendenti o datori di lavoro all´interno di un´azienda, come commercianti o clienti, e via di seguito. È così che si sviluppa l´idea di come dovrebbe essere il cittadino, il dipendente o il membro di un´organizzazione modello, di ciò che ci si aspetta da lui o da lei, del tipo di relazioni che dovrebbe instaurare con gli altri, delle diverse forme di intimità o di distanza, dei presupposti che determinano il divario sociale, e così via. La sfida multiculturale si pone nel momento in cui questo modello di interazione definisce determinate categorie di individui come beneficiari dello status di cittadini, membri, attori economici, ecc. a tutti gli effetti, che godono del normale livello di intimità e di riconoscimento da parte degli altri, negando tale status al resto della popolazione. Questo fenomeno si verifica, per esempio, quando agli individui di una determinata discendenza genealogica viene accordato, in virtù delle origini storiche della società, lo status di cittadini o membri a pieno titolo, mentre tutti gli altri vengono considerati in modo diverso. (...)
Ma come si può attuare uno scenario interculturale? I leader e i membri della società maggioritaria o mainstream devono entrare in contatto con i leader e i membri delle minoranze, cercare insieme a questi ultimi nuove soluzioni per risolvere i conflitti e poi collaborare proficuamente per attuarle (è quanto ha fatto, per esempio, Job Cohen quando era sindaco di Amsterdam). L´insieme di queste iniziative improntate alla collaborazione favorisce la creazione di un modello di interazione più inclusivo.
Forse occorre una maggiore consapevolezza delle condizioni degli immigrati. La stragrande maggioranza degli immigrati nei paesi ricchi del Nord del mondo è spinta ad abbandonare la terra d´origine dalla speranza di una vita migliore per sé e per i propri figli. Milioni di persone aspirano a quell´obiettivo, e a volte rischiano la vita in mare, o stipate nei container, per avere anche solo una minima possibilità di arrivare a destinazione. Che cosa significa «una vita migliore»? Per alcuni è sinonimo di un paese che offra una relativa libertà, sicurezza e diritti umani. Per quasi tutti, però, significa nuove opportunità, e in particolare l´accesso a un posto di lavoro più gratificante e a un´istruzione che garantisca ai loro figli un futuro di maggiore sicurezza e benessere.
Se i loro tentativi sono coronati da successo, ecco che può crearsi un legame straordinariamente positivo con la società di accoglienza, un senso di gratitudine e di appartenenza simile a quello che spesso viene manifestato dagli immigrati negli Stati Uniti, e talvolta anche in Canada. E di solito accade proprio questo, a patto che la speranza non sia vanificata, che l´accesso all´agognato posto di lavoro non venga sistematicamente bloccato dalla discriminazione o da altri fattori strutturali, che la partecipazione ad altre strutture sociali non sia ostacolata dai pregiudizi e che gli immigrati non vengano stigmatizzati e bollati come estranei che rappresentano un pericolo per la società. In caso contrario, il rancore che ne risulta è direttamente proporzionale alla portata della speranza che l´aveva preceduto, e rischia di provocare un profondo senso di alienazione.
(Traduzione di Enrico Del Sero)

(da La Repubblica)

http://spogli.blogspot.com/

kalandar
17-07-2011, 07:42
Diversità culturale? È la chance migliore che abbiamo per avere un futuro

Elisa Pierandrei

Al convegno internazionale “Ricomporre Babele: educare al cosmopolitismo”, organizzato da Fondazione Intercultura a Milano dal 7 al 9 aprile, 36 esperti (fra cui Fred Dallmayr, John Lupien, Giancarlo Bosetti, Marco Aime, e Ramin Jahanbegloo) hanno spiegato come gli avvenimenti sociali, politici ed economici del XX secolo, sino a quelli recentissimi delle ultime settimane in Maghreb e in Giappone, hanno quasi sempre natura internazionale e fanno ben comprendere l’impossibilità di vivere esclusivamente entro i confini politici e culturali del proprio Stato-Nazione.

“Tutti noi apparteniamo, per nascita, per formazione o per scelta professionale ad un qualche luogo, ma non dobbiamo farci ingabbiare da questa appartenenza. Dobbiamo superare le ossessioni indentitarie tenendo aperti gli occhi alle grandi opportunità che il mondo ci offre”. È così che si vince la sfida del cosmopolitismo, spiega Roberto Ruffino, Segretario Generale della Fondazione Intercultura, da anni impegnata sul fronte degli scambi internazionali. Si tratta di un destino che è già presente per molti giovani italiani impegnati sempre di più in esperienze di formazione all'estero per poter far fronte alle sfide della società globale. I dati Intercultura rivelano che quest'anno ben 1565 ragazzi della scuola superiore partiranno per un programma internazionale (oltre 100% in più rispetto a 10 anni fa), la metà dei quali studierà per un intero anno scolastico fuori dall'Italia, principalmente fra Stati Uniti (275), Germania (47) e Cina (45). È un mondo in cui i protagonisti devono essere cittadini del mondo e per i quali il concetto di identità non è più legato a una nazione ma piuttosto a un percorso di formazione culturale.

L’esperto iraniano Vahid V. Motlagh, membro della World Futures Studies Federation, e fondatore di VahidThinkTank.com, fa notare: «Alla domanda “Da dove vieni?” alcuni ragazzi oggi hanno difficoltà a rispondere perchè non sentono più di appartenere a una nazione specifica, cultura, lingua eccetera – sostiene Vahid – Oggi c'è un concetto postmoderno che è più interessante da esplorare: quello di “identità multiple”.» Ovvero di persone che hanno acquisito un alto livello di “fluidità” culturale. Ecco un esempio pratico costruito sul concetto di identità linguistica. Spiega Vahid: “I miei genitori mi hanno costretto ad imparare il persiano, l’impero americano mi ha costretto a imparare l'inglese, l'ayatollah Khomeini mi ha costretto a imparare l'arabo, ma nessuno mi ha costretto a imparare l'italiano. Questa è la mia libertà di scelta linguistica”.

Al convegno internazionale “Ricomporre Babele: educare al cosmopolitismo”, organizzato da Fondazione Intercultura a Milano dal 7 al 9 aprile, Motlagh insieme ad altri 36 esperti (fra cui Fred Dallmayr, John Lupien, Giancarlo Bosetti, Marco Aime, e Ramin Jahanbegloo) hanno spiegato come gli avvenimenti sociali, politici ed economici del XX secolo, sino a quelli recentissimi delle ultime settimane in Maghreb e in Giappone, hanno quasi sempre natura internazionale e fanno ben comprendere l’impossibilità di vivere entro i confini politici e culturali del proprio Stato-Nazione.

Per Francesco Cavalli Sforza, autore, regista, divulgatore scientifico, che al Convegno milanese ha discusso di “Scienza e Cosmopolitismo”, la diversità culturale rappresenta senza dubbio la chance migliore che abbiamo per avere un futuro. “Poiché ogni cultura è un approccio distinto all’interazione con l’ambiente – ha spiegato Cavalli Sforza – i modi di vita e di pensiero sviluppati da ciascuna delle 5000-6000 popolazioni che abitano oggi il mondo rappresentano altrettante alternative di interazione con gli ambienti planetari, ciascuna con elementi di successo. Nel loro complesso, sono come il magazzino degli strumenti disponibili all’umanità, in cui cercare quanto può servire per fare fronte alle sfide di un ambiente in continuo mutamento. Le società povere, che traggono la propria sussistenza dalla terra o dal mare con metodi per noi primitivi e con strumenti tradizionali che esse stesse hanno fabbricato, oggi sono in posizione di grande svantaggio rispetto alle società urbane del mondo sviluppato. Ove venisse a mancare l’energia che alimenta queste ultime la situazione potrebbe rovesciarsi e sarebbero magari molte culture più periferiche e per noi arretrate a trovarsi in posizione di vantaggio nel procurarsi la propria sopravvivenza”.

Il convegno ha cercato anche di dare una risposta alla domanda: Ma quanto gli italiani sono pronti a interiorizzare il confronto con altre culture e altre società? Un sondaggio effettuato da Ipsos rivela infatti un Paese spaccato in tre, quando viene chiesto il proprio atteggiamento verso un’Italia multiculturale in cui convivono pacificamente diverse etnie. Il 28,4% la teme e la guarda con sospetto e curiosità insieme, il 29,7% l'aspetta fiduciosa (in particolare la fascia più giovane della popolazione), mentre il 35% la ritiene inevitabile (lo dicono specialmente il nord est e il centro).

“Trovo piuttosto curioso che in Europa si siano ultimamente ascoltate voci (e voci autorevoli: ad esempio quella di Angela Merkel) che proclamavano il fallimento dell'Europa multiculturale”, è il commento di Roberto Toscano, Presidente della Fondazione Intercultura e già ambasciatore italiano a Teheran e a New Delhi. “Curioso perché l’Europa è ormai oggettivamente, e irreversibilmente, multiculturale, piaccia o non piaccia. Insomma, il multiculturalismo (o forse sarebbe meglio dire multiculturalità) è un fatto, non una opzione politico-ideologica. L’idea di Paesi europei omogenei è semplicemente un’utopia reazionaria”. E non si tratta solo del tempo presente. “Come è risultato chiaramente dal primo convegno della Fondazione Intercultura, quello sull'identità italiana, svoltosi a Siena nel dicembre 2008, la cultura italiana (come quella degli altri Paesi europei) è storicamente, etnicamente, linguisticamente multiculturale. Solo Mussolini poteva sostenere che gli italiani fossero diretti ed esclusivi discendenti degli antichi romani (dimenticando Greci, Arabi, Normanni, Longobardi, Visigoti, ecc.)”. “Così come Babele va vissuta non come una perdita, ma come un arricchimento. Purché siamo capaci di ricomporre una comunicazione universale basata sulla accettazione della diversità: la sconcertante, incomprensibile cacofonia della Babele biblica diventerà allora armonia, polifonia culturale e umana”.

http://www.resetdoc.org/story/00000021565

kalandar
17-07-2011, 08:31
Marco Aime

Antropologo e scrittore italiano, insegna antropologia culturale presso l'Università di Genova. Ha partecipato alle edizioni 2007 e 2008 del Festival della Mente di Sarzana e alle edizioni 2004, 2007 e 2009 del Festivaletteratura di Mantova. Ha vinto il Premio Chatwin. Ha condotto ricerche in Africa occidentale e sulle Alpi. Oltre a numerosi articoli scientifici, ha pubblicato molti saggi antropologici.

Guiderà il workshop
Convivere con le diversità

Abstract

Parole come cultura, identità, etnia, razzismo riempiono sempre di più i discorsi dei politici, le colonne dei giornali, i dibattiti televisivi. Talvolta vengono usate in modo non corretto o peggio strumentalizzate a fini politici e spesso se ne abusa. La sempre maggiore enfasi posta sulle culture e sulle loro presunte radici conduce a una crescente attenzione verso il locale e i localismi, alcuni dei quali vengono poi impugnati da qualche élite dotata di sufficiente potere e caricati di aspirazioni globali. Molti dei cosiddetti «conflitti culturali» che sembrano caratterizzare la nostra epoca, spesso sotto la patina della cultura celano ben altre spinte, ben altri interessi.
A incontrarsi o a scontrarsi non sono “culture”, ma persone. Se pensate come un dato assoluto, un recinto invalicabile le culture rischiano di sostituire il vecchio concetto di razza nei processi di costruzione e discriminazione dell’altro. Ogni identità è fatta di memoria e oblio e piuttosto che nel passato, va cercata nel suo divenire presente.

http://www.ricomporrebabele.org/Relatori/



http://polser.wordpress.com/2011/04/12/marco-aime-antropologo-e-scrittore-conduce-il-seminario-sul-tema-convivere-con-le-diversita/


vivamente, vivamente consigliato.

kalandar
17-07-2011, 22:23
Laura Boella

Professore ordinario di Filosofia Morale presso L’Università degli Studi di Milano e membro del Comitato Etico. Nota al grande pubblico per le sue ricerche su Hannah Arendt. Le sue pubblicazioni riguardano innanzitutto il marxismo critico e la filosofia dell’utopia, visti nel contesto della filosofia classica tedesca, dello storicismo e delle scienze della cultura, nonché della fenomenologia e della filosofia dell’esistenza.

Guiderà il workshop

Educare all'empatia

Abstract

L'empatia é una capacità umana, le cui basi neurobiologiche sono attualmente oggetto di numerosi studi sperimentali. Educare all'empatia implica pertanto innanzitutto conoscere questa decisiva risorsa, di cui tutti siamo dotati, per poterla praticare. Ciò significa gestire attivamente e quindi esercitare una competenza relazionale che non può essere scambiata né con un automatismo cerebrale , tantomeno con un "sentimento" di partecipazione o condivisione. L'empatia mette in gioco il fatto che siamo originariamente in relazione con altri e altre. La nostra esperienza é relazionale, cioè vissuta alla presenza di altri, in un mondo comune. Educare all'empatia non può dunque voler dire acquisire una tecnica di comunicazione e magari di manipolazione della mente altrui o sviluppare sentimenti solidali o altruistici. Educare all'empatia implica acquisire il valore dell'altro, della sua presenza accanto a me sulla scena del mondo, come elemento essenziale della formazione della mia soggettività e come stimolo all'ampliamento della mia esperienza verso sentieri non battuti, altre possibilità d'essere. Verrà sviluppata la via che ritengo principale per educare all'empatia: l'immaginazione.

http://www.ricomporrebabele.org/Relatori/




http://www.youtube.com/watch?v=UxRL18Gm2oE