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Roderigo
02-02-2011, 12:31
Il dizionario dei luoghi comuni
di Barbara Spinelli
http://img593.imageshack.us/img593/1077/113241681a38051a14a8949.jpgAncora non sappiamo quale sarà l´esito delle rivoluzioni arabe, in Tunisia ma soprattutto in Egitto. E se davvero sfoceranno in democrazie costituzionali. Ma fin da ora quel che sta accadendo costringe gli occidentali a guardare da vicino questa regione, cosa che non hanno mai fatto sul serio né dopo l´ultima guerra mondiale, né dopo la decolonizzazione, né quando il Medio Oriente ha cessato di essere un luogo quasi astratto di accaparramento e di scontro fra Urss e democrazie liberali.
Questo sguardo da vicino giunge terribilmente tardi, e sono le popolazioni stesse a trasformare il luogo da astratto in concreto: sono quelle piazze arabe i cui cuori e le cui menti si volevano conquistare, dopo l´11 settembre, con il ferro e il fuoco, esportando democrazia come fosse un foglio appiccicato da fuori sui popoli. Guardarli da vicino significa non solo provare a decifrare i loro tumulti, ma cominciare da noi: da una rivoluzione nelle nostre teste, nelle nostre parole, nei dizionari di luoghi comuni ereditati dall´epoca coloniale e all´origine di politiche contraddittorie, sostenitrici di autocrazie che erano amiche nostre ma non dei loro popoli. Le guerre da noi lanciate hanno rigonfiato in questi paesi la corruzione, l´immobilità, lo sfruttamento della persona. I tumulti sono partiti da alcuni suicidi. A differenza del kamikaze, il suicida colpisce se stesso, non l´altro. È un inizio del tutto nuovo.
Il primo luogo comune nei nostri dizionari è la suddivisione amici moderati-nemici radicali. È la gara per l´accaparramento che continua, come nella guerra fredda, con la differenza che il discrimine è il rapporto con America e Israele e la lotta al terrorismo. Gli amici non sono necessariamente i filo-occidentali, e ancor meno chi vuole le basi Usa. Una persona come Omar Suleiman, il capo dei servizi segreti nominato vicepresidente e indicato come possibile successore di Mubarak a noi «amico», è conosciuto in Egitto come torturatore, complice delle deportazioni (extraordinary rendition) di sospetti di terrorismo nei paesi dove la tortura è normale (in Italia, collaborò con la Cia per la deportazione in Egitto di Abu Omar, nel 2003).
Tutti gli attributi cui ricorriamo (moderati, fautori di nostri valori) franano d´un colpo come accade alle bugie. I regimi a Tunisi o al Cairo, o quelli giordano e saudita, non diventano moderati per il mero fatto che avversano l´Islam radicale e non Israele. Prima o poi, se si è democratici come si pretende, deve entrare nel calcolo il favore che gli autocrati godono presso i popoli, e questo è mancato. È un atteggiamento coloniale che gli arabi non accettano più. Non è da escludere che le prime mosse dei nuovi regimi, democratici o no, non saranno filo-americane ma anticoloniali.
Il secondo luogo comune concerne l´Islam. Lo stereotipo dice: l´Islam è da sempre incompatibile con la democrazia, e saranno gli estremisti a prevalere. Anche qui, l´ignoranza si mescola a conveniente malafede: l´anti-islamismo è la colla che ha legato l´Ovest a regimi esecrati dai popoli. Non è in nome di Allah che gli egiziani hanno riempito le piazze, ieri, e che anche i giordani manifestano. Sono spinti, spesso, dal primordiale bisogno di pane quotidiano. Dai tempi delle guerre contadine nel ´500 e dalla rivoluzione francese sappiamo che il pane implica una profonda idea di pace. Oggi implica una domanda possente di democrazia, di legalità, di giustizia sociale. L´Islam radicale, compresi i Fratelli musulmani, ha organizzazioni più capillari assistenza ai poveri, ai disastrati ma anche se si metteranno alla testa dalle rivoluzione non ne sono i veri iniziatori e lo sanno.
Inoltre, siamo di fronte a un falso storico. Primo, perché il 75 per cento dell´Islam ha democrazie elettive, dall´Indonesia alla Turchia. Secondo, perché molti paesi hanno sperimentato la democrazia, senza riuscirci. L´interventismo occidentale ha più volte congelato tali esperimenti. Un esempio: il complotto anglo-americano del ´51-53 per eliminare il premier Mossadeq pur di salvare, sconsideratamente, l´amico scià di Persia.
Ma lo stereotipo cruciale riguarda Israele, e non stupisce che l´inquietudine maggiore si condensi qui. I movimenti arabi dovrebbero esser accolti con speranza da quella che viene chiamata la sola democrazia in Medio Oriente: è come li saluta un editoriale di Haaretz. Ma una rivoluzione mentale ancora non c´è, e per questo i timori si diffondono e sono anche fondati. La democrazia araba non gioca obbligatoriamente a favore di Netanyahu, ed è fonte di gravi pericoli se nulla cambia nella politica israeliana. In un mondo arabo assetato di libertà si vedranno più da vicino i difetti di una democrazia certo più avanzata Israele ha una stampa libera, una giustizia indipendente ma che occupando da 44 anni la Palestina controlla milioni di cittadini non democraticamente: declassandoli, assediandoli a Gaza, recludendoli in Cisgiordania.
Israele non cessa di essere uno Stato minacciato mortalmente, e la perdita dell´Egitto sarebbe un cataclisma. Ma anche qui l´autoesame s´impone. Gli arabi stanno abbandonando il vittimismo per entrare nell´età del potere su di sé: dalla cospirazione alla costruzione, dall´umiliazione all´azione, scrive Roger Cohen sul New York Times del 31 gennaio. La stessa emancipazione dovrà avvenire nelle teste israeliane. Il cataclisma può aiutare gli ex colonizzatori occidentali come Israele a ripensare il passato. Israele nasce nel 1948 come uno Stato etnico, nel momento in cui le democrazie europee scoprivano le catastrofi causate dagli Stati troppo omogenei fuorusciti dagli imperi asburgico e ottomano. Pur scappando dalla Shoah, gli ebrei non giunsero in Palestina come un «popolo senza terra in una terra senza popolo» (la definizione fu dello scrittore Zangwill, nel 1901). Piano piano, Israele ha dovuto vedere il desiderio palestinese di tornare nelle città da cui furono cacciati, e di costruirsi uno Stato. Ma grande è la fatica di guardare. Ancora il 30 agosto 2002, il capo di stato maggiore Moshe Yaalon dichiarava: «Bisogna fare in modo che i palestinesi capiscano nei più profondi anfratti della loro coscienza che sono un popolo sconfitto». Convinto dell´immaturità araba, Israele ha potuto negare la realtà, dire che non esistevano interlocutori palestinesi con cui fare la pace. Anche per lui sta giungendo l´ora in cui dal vittimismo tocca passare all´esercizio del potere non solo sugli altri, ma su di sé.
La democrazia araba è desiderata ormai anche da Obama. Ma più essa avanza, più cresceranno le spinte su Israele perché cessi l´occupazione dei territori, perché le colonie siano smantellate. Chiunque guardi la mappa della Palestina (il sito è Facts on the Ground American for peace now)» vedrà una terra talmente costellata di colonie che nessuno Stato, tantomeno democratico, è concepibile.
Israele ha tutte le ragioni di preferire Suleiman a El Baradei al Cairo: perché la democrazia araba sconvolge ovunque le comodità dello status quo. È travolto lo status quo in America: Obama sarà costretto a riesumare il tema dell´occupazione. Il rischio, per Israele, è che la rivolta lambisca i palestinesi. Già si è visto quel che produce il voto democratico quando c´è stasi: vincono Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano. La democrazia può indurre i palestinesi a rinunciare a uno Stato separato; a chiedere uno Stato binazionale, senza omogeneità etnico-religiose: tutto questo, in nome della democrazia e del principio, sacralizzato proprio in America, dell´one man-one vote, «ogni uomo un voto». Un principio che in uno Stato binazionale darebbe agli arabi la maggioranza, in poco tempo. Sarà difficilissimo per Israele, a quel punto, restare immobile, guadagnar tempo, e evitare che l´America non appoggi un principio che è indiscutibile in democrazia.
Repubblica 2 febbraio 2011
gladiatore78rm
02-02-2011, 12:39
articolo strepitoso.
ha centrato tutti i punti.
Annibale
02-02-2011, 13:31
Però che il 75% dell'Islam abbia democrazie elettive è una sciocchezza.
Però che il 75% dell'Islam abbia democrazie elettive è una sciocchezza.
Forse ci sfugge il numero dei paesi a maggiranza islamica.
Roderigo
02-02-2011, 15:52
Probabilmente si riferisce al 75% degli islamici, che vivono in democrazie elettive.
Forse ci sfugge il numero dei paesi a maggiranza islamica.
facciamo il conto
direi che sicuramente i 56 paesi che aderiscono alla conferenza islamica sono a maggioranza musulmana
ecco l'elenco:
Posizione Stato Anno di adesione
1 Afghanistan 1969
2 Algeria 1969
3 Azerbaigian 1991
4 Bahrain 1970
5 Bangladesh 1974
6 Benin 1982
7 Brunei 1984
8 Burkina Faso 1975
9 Camerun 1975
10 Ciad 1969
11 Comore 1976
12 Costa d'Avorio 2001
13 Gibuti 1978
14 Egitto 1969
15 Gabon 1974
16 Gambia 1974
17 Guinea 1969
18 Guinea-Bissau 1974
19 Guyana 1998
20 Indonesia 1969
21 Iran 1969
22 Iraq 1976
23 Giordania 1969
24 Kazakistan 1995
25 Kuwait 1969
26 Kirghizistan 1992
27 Libano 1969
28 Libia 1969
29 Malesia 1969
30 Maldive 1976
31 Mali 1969
32 Mauritania 1969
33 Marocco 1969
34 Mozambico 1994
35 Niger 1969
36 Nigeria 1986
37 Oman 1970
38 Pakistan 1969
39 Autorità Nazionale Palestinese 1969
40 Qatar 1970
41 Arabia Saudita 1969
42 Senegal 1969
43 Sierra Leone 1972
44 Somalia 1969
45 Sudan 1969
46 Suriname 1996
47 Siria 1970
48 Tagikistan 1992
49 Togo 1997
50 Tunisia 1969
51 Turchia 1969
52 Turkmenistan 1992
53 Uganda 1974
54 Emirati Arabi Uniti 1970
55 Uzbekistan 1995
56 Yemen 1969
57 Albania 1992-2002
gladiatore78rm
02-02-2011, 16:22
scusata me quanti di questi sono democratici????il 75%?????
ma non scherziamo!
probabilmente bisognerebbe anche stabilire cosa significa "democrazia elettiva"
algeria e azerbaigian sono repubbliche presidenziali
l'afghanistan è una repubblica islamica
il bangladesh è una repubblica popolare
il barhain è una monarchia costituzionale
Roderigo
02-02-2011, 16:31
scusata me quanti di questi sono democratici????il 75%?????
ma non scherziamo!
L'Indonesia fa 220 milioni di abitanti, è il quarto paese più popolato del mondo.
La Turchia ne fa 70 milioni.
scusata me quanti di questi sono democratici????il 75%?????
ma non scherziamo!
La tanto auspicata riforma delle società arabe con parametri tipicamente occidentali, deve fare posto ad una diversa concezione di sistema di governo per i paesi arabi, che non è possibile individuare in questo momento
probabilmente bisognerebbe anche stabilire cosa significa "democrazia elettiva"
algeria e azerbaigian sono repubbliche presidenziali
l'afghanistan è una repubblica islamica
il bangladesh è una repubblica popolare
il barhain è una monarchia costituzionale
infatti..stabiliamo cosa significa democrazia elettiva
scusata me quanti di questi sono democratici????il 75%?????
ma non scherziamo!
dipende anche dalla definizione di democrazia
se prendiamo per buona la classifica dell'economist del 2010 (http://it.wikipedia.org/wiki/Democracy_index), troviamo tra le democrazie imperfette (tra cui c'è anche l'italia) questi paesi a maggioranza musulmana:
mali
malesia
benin
indonesia
suriname
secondo l'economist solo queste 5
mi lascia un pò perplessa il fatto che la turchia sia definita "regime ibrido".....
gladiatore78rm
02-02-2011, 16:44
ragazzi, come la mettete la mettete, il 75% non sta ne in cielo ne in terra...ma comunque non e' su questo che si focalizza l'articolo per cui lasciamo stare le percentuali.
ragazzi, come la mettete la mettete, il 75% non sta ne in cielo ne in terra...ma comunque non e' su questo che si focalizza l'articolo per cui lasciamo stare le percentuali.
ok, come dovrebbe essere secondo te una democrazia araba? partendo dalla globalizzazione giovanile e attraversando le contraddizioni delle frange estremiste islamiche, non ti fa riflettere che nella piazza egiziana i FM si siano messi in ombra? pensi sia solo una tattica? e secondo te questi giovani ormai modernizzati si lasceranno imporre una qualsiavoglia sharia?
molti anni fa ho girato un po' tra turchia, marocco e tunisia e sinceramente gia' allora ho incontrato giovani che erano ribelli a divieti ed oppressione, idem per altri incontrati sempre anni fa in facolta' che erano iraniani, iracheni e palestinesi
e poi poiche questi viaggi sono avvenuti quasi sempre in estate, non ho mai avuto problemi di abbigliamento, nessuno si formalizzava piu' di tanto, l'usanza del velo neanche la conoscevo
Annibale
02-02-2011, 17:11
ok, come dovrebbe essere secondo te una democrazia araba?Non esiste la democrazia araba, esiste la democrazia senza aggettivi.
Annibale
02-02-2011, 17:13
Probabilmente si riferisce al 75% degli islamici, che vivono in democrazie elettive.Anche così non mi sembra credibile.
Ma fa niente, l'articolo non parlava solo di questo. Ho voluto solo puntualizzare una cosa che non mi quadra.
Non esiste la democrazia araba, esiste la democrazia senza aggettivi.
la differerenza la fa l'occidente, di che altro stiamo parlando?
Annibale
02-02-2011, 17:18
L'Indonesia fa 220 milioni di abitanti, è il quarto paese più popolato del mondo.
La Turchia ne fa 70 milioni.
Per Freedom House 2009 l'Indonesia è libera, la Turchia parzialmente libera. Poi ci sono da considerare i musulmani dell'India.
Annibale
02-02-2011, 17:24
la differerenza la fa l'occidente, di che altro stiamo parlando?Non mi sento di fare del relativismo culturale sulla democrazia.
Democrazia rappresentativa vuol dire libertà di espressione, di informazione, di riunione, di associazione, di voto, elezioni libere, veritiere e periodiche, libertà di candidarsi alle cariche pubbliche.
E questo vale sia per l'occidente che per i paesi arabi.
gladiatore78rm
02-02-2011, 17:26
ok, come dovrebbe essere secondo te una democrazia araba? partendo dalla globalizzazione giovanile e attraversando le contraddizioni delle frange estremiste islamiche, non ti fa riflettere che nella piazza egiziana i FM si siano messi in ombra? pensi sia solo una tattica? e secondo te questi giovani ormai modernizzati si lasceranno imporre una qualsiavoglia sharia?
molti anni fa ho girato un po' tra turchia, marocco e tunisia e sinceramente gia' allora ho incontrato giovani che erano ribelli a divieti ed oppressione, idem per altri incontrati sempre anni fa in facolta' che erano iraniani, iracheni e palestinesi
e poi poiche questi viaggi sono avvenuti quasi sempre in estate, non ho mai avuto problemi di abbigliamento, nessuno si formalizzava piu' di tanto, l'usanza del velo neanche la conoscevo
io sono convinto che proprio grazie ai giovani una democrazia araba possa nascere. quello che dico e' che il 75% di arabi che vivano in stati democratici e' una cifra fuori dal mondo. uno stato veramente democratico, dove si svolgano elezioni davvero libere, dove i poteri siano separati etc, non c'e'.
ma questo ovviamente dal nostro punto di vista, che forse a loro non interessa.
Annibale
02-02-2011, 17:30
dipende anche dalla definizione di democrazia
se prendiamo per buona la classifica dell'economist del 2010 (http://it.wikipedia.org/wiki/Democracy_index), troviamo tra le democrazie imperfette (tra cui c'è anche l'italia) questi paesi a maggioranza musulmana:
mali
malesia
benin
indonesia
suriname
secondo l'economist solo queste 5
mi lascia un pò perplessa il fatto che la turchia sia definita "regime ibrido".....Sempre stando a FH 2009
mali libero
malesia parz. libera
benin libero
indonesia libera
suriname libero
Però non mi pare che il Suriname sia islamico visto che è in Sudamerica.
Roderigo
02-02-2011, 17:33
io sono convinto che proprio grazie ai giovani una democrazia araba possa nascere. quello che dico e' che il 75% di arabi che vivano in stati democratici e' una cifra fuori dal mondo. uno stato veramente democratico, dove si svolgano elezioni davvero libere, dove i poteri siano separati etc, non c'e'.
ma questo ovviamente dal nostro punto di vista, che forse a loro non interessa.
Di islamici, non di arabi. (secondo Barbara Spinelli)
Gli arabi sono solo il 10% degli islamici.
Sempre stando a FH 2009
mali libero
malesia parz. libera
benin libero
indonesia libera
suriname libero
Però non mi pare che il Suriname sia islamico visto che è in Sudamerica.
hai ragione
il suriname ha circa il 20% di popolazione musulmana ma la maggioranza è induista (27%)
mi ha tratto in inganno il fatto che aderisse all'organizzazione della conferenza islamica (http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_della_Conferenza_Islamica)
Annibale
02-02-2011, 17:42
Magari se si mettono insieme i musulmani dell'India e dell'Indonesia si racimola un po' di gente, ma non mi pare che ci si avvicini al 75% dei musulmani. Nella cartina (http://www.freedomhouse.org/uploads/fiw09/MOF09.pdf) altre popolazioni islamiche libere non ne vedo, salvo magari pochi piccoli paesi.
Tzazzamita
02-02-2011, 19:43
L'Indonesia fa 220 milioni di abitanti, è il quarto paese più popolato del mondo.
La Turchia ne fa 70 milioni.
islam ed arabi non sono sinonimi
se diciamo paesi islamici intendiamo anche paesi come il Pakistan o il Ciad o la Somalia che arabi non sono
se diciamo paesi arabi indichiamo anche paesi come il Libano che hanno una forte componente non islamica
Non mi sento di fare del relativismo culturale sulla democrazia.
Democrazia rappresentativa vuol dire libertà di espressione, di informazione, di riunione, di associazione, di voto, elezioni libere, veritiere e periodiche, libertà di candidarsi alle cariche pubbliche.
E questo vale sia per l'occidente che per i paesi arabi.
http://www.asianews.it/notizie-it/Egitto,-la-rivolta-non-è-solo-politica,-ma-anche-spirituale-e-islamica-20623.html
Egitto, la rivolta non è solo politica, ma anche spirituale e islamica
di Samir Khalil Samir
Intellettuali e teologi islamici disegnano le prospettive per un cambiamento anche dell’islam: valore della donna e mescolanza fra sessi; rifiuto del salafismo integralista; ricerca di una religiosità del cuore e della libertà, contro il formalismo del velo, della barba e delle pratiche rituali astruse. E soprattutto danno il benvenuto alla laicità, alla separazione dell’islam dalla politica.
Preem Palver
03-02-2011, 09:50
dipende anche dalla definizione di democrazia
se prendiamo per buona la classifica dell'economist del 2010 (http://it.wikipedia.org/wiki/Democracy_index), troviamo tra le democrazie imperfette (tra cui c'è anche l'italia) questi paesi a maggioranza musulmana:
mali
malesia
benin
indonesia
suriname
secondo l'economist solo queste 5
mi lascia un pò perplessa il fatto che la turchia sia definita "regime ibrido".....
Sono cecato io, o manca la Bosnia?
Annibale
03-02-2011, 13:58
Sono cecato io, o manca la Bosnia?La Bosnia non è considerata libera ma parzialmente libera da Freedom House, forse perchè parte del potere è esercitato dalla comunità internazionale (è una specie di protettorato)
Inoltre mi pare che meno della metà della popolazione sia islamica
http://img152.imageshack.us/img152/6218/cristianiproteggonomusu.jpg
http://frammentivocalimo.blogspot.com/2011/02/cristiani-proteggono-musulmani-durante.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+FrammentiVocaliInMoisraeleEPalestina+%28Frammenti++vocali+in+MO%3AIsraele+e+Palestina%29
Cristiani proteggono musulmani durante la preghiera
http://www.asianews.it/notizie-it/Vescovi-dell’Africa-del-Nord-:-In-Egitto-e-Tunisia-una-rivendicazione-di-libertà-e-dignità-20685.html
Il fatto strabiliante per molti osservatori internazionali è che le manifestazioni succedutesi in Tunisia e in Egitto vedono insieme cristiani e musulmani. La loro unità è “laica” e si basa sull’essere vittime insieme della povertà, del carovita, della corruzione, della disoccupazione.
Nel loro comunicato i vescovi non commentano i recenti attentati anti-cristiani in Egitto e in Iraq, e vedono invece “occasioni sempre più numerose” per la crescita dei legami fra cristiani e musulmani come cittadini. “Sì – essi dicono – il dialogo islamo-cristiano è possibile”.
Anche in Egitto, i cristiani copti manifestano affianco ai giovani musulmani, anche se la gerarchia copta ortodossa ha suggerito ai fedeli di “mantenere la calma”.
http://www.asianews.it/notizie-it/Imam-e-intellettuali-egiziani:-Rinnovare-l’Islam-verso-la-modernità-20609.html
» 26/01/2011 12:20
ISLAM - EGITTO
Imam e intellettuali egiziani: Rinnovare l’Islam verso la modernità
di Samir Khalil Samir
Il programma – davvero rivoluzionario – vuole ripensare al valore della donna, alla mescolanza fra i sessi, al rapporto alla pari coi cristiani. E desidera pure ripulire le interpretazioni sui detti di Maometto e sui miti del salafismo fondamentalista, rifiutando le influenze che provengono dall’Arabia saudita.
Roma (AsiaNews) – Ripensare alla mescolanza dei sessi; aprire le porte alle donne fino alla presidenza della Repubblica; garantire il diritto dei cristiani ad accedere a posti di prestigio (anche alla presidenza); reinterpretare e purificare i detti del Profeta (le Hadith); avvicinare la gente a Dio attraverso la gratitudine e la saggezza e non con le minacce…: sono alcune delle proposte – davvero rivoluzionarie – che un gruppo di professori, teologi e imam egiziani fanno alla loro comunità. Il tentativo è di modernizzare la vita dei musulmani, frenando (e perfino bloccando) le influenze fondamentaliste che provengono dall’Arabia saudita. Al gruppo di studiosi sta a cuore sia il rinnovamento dell’insegnamento dell’islam, sia un rapporto di concordia con i cristiani.
Una ventina di teologi e intellettuali di Al Azhar hanno diffuso un testo di enorme importanza dal titolo “Documento per il rinnovamento del discorso religioso”. Il testo è stato “postato” su internet lo scorso 24 gennaio, alle 18.27, sul sito del settimanale Yawm al-Sâbi’ (“Il settimo giorno”).
L’importanza del documento deriva anche dai suoi firmatari, tutti noti studiosi e profondi fedeli islamici.
Deborah Fait
05-02-2011, 07:56
articolo strepitoso.
ha centrato tutti i punti.
Che tu consideri strepitosa la Spinelli e' preoccupante.
Convinto dell´immaturità araba, Israele ha potuto negare la realtà, dire che non esistevano interlocutori palestinesi con cui fare la pace.
Dovrebbe dirci quali erano gli interlocutori visto che fino al 2005 dovevamo trattare con un ciarlatano come Arafat.
Quando Israele ha trovato interlocutori seri, come Sadat e Hussein, la pace l'ha fatta subito anche se comportava sacrifici enormi di territori.
Quindi la Spinelli, come al solito, conta palle.
Deborah Fait
05-02-2011, 08:00
ok, come dovrebbe essere secondo te una democrazia araba? partendo dalla globalizzazione giovanile e attraversando le contraddizioni delle frange estremiste islamiche, non ti fa riflettere che nella piazza egiziana i FM si siano messi in ombra? pensi sia solo una tattica? e secondo te questi giovani ormai modernizzati si lasceranno imporre una qualsiavoglia sharia?
molti anni fa ho girato un po' tra turchia, marocco e tunisia e sinceramente gia' allora ho incontrato giovani che erano ribelli a divieti ed oppressione, idem per altri incontrati sempre anni fa in facolta' che erano iraniani, iracheni e palestinesi
e poi poiche questi viaggi sono avvenuti quasi sempre in estate, non ho mai avuto problemi di abbigliamento, nessuno si formalizzava piu' di tanto, l'usanza del velo neanche la conoscevo
Se andavi in Siria ti infilavano nel burka
Se andavi in Siria ti infilavano nel burka
http://www.ntnn.info/it/articles/siria-burqa-e-niqab-banditi-dalle-universita.htm
Siria, burqa e niqab banditi dalle università:))
Deborah Fait
05-02-2011, 09:41
http://www.ntnn.info/it/articles/siria-burqa-e-niqab-banditi-dalle-universita.htm
Siria, burqa e niqab banditi dalle università:))
Oggi forse ma dei miei amici sono stati in Siria alcuni anni fa, forse 5 o 6 , appena scese dall'aereo le donne sono state coperte col burka e separate dagli uomini.:))
Oggi forse ma dei miei amici sono stati in Siria alcuni anni fa, forse 5 o 6 , appena scese dall'aereo le donne sono state coperte col burka e separate dagli uomini.:))
naturalmente mi aspetto che la rivolta abbia successo anche in Siria
Se andavi in Siria ti infilavano nel burka
http://www.leprotagoniste.org/ora-anche-le-ebree-si-mettono-il-burqua?page=1
ORA ANCHE LE EBREE SI METTONO IL BURQUA :(
Rabbini in allarme in Israele: le donne ultra-ortodosse a Gerusalemme cominciano a indossare mantelli neri che le nascondono dalla testa ai piedi. Come in Afghanistan. Ma qui non c'è imposizione sociale. Anzi, figli e mariti sono contrari e si lamentano
Deborah Fait
07-02-2011, 06:47
http://www.leprotagoniste.org/ora-anche-le-ebree-si-mettono-il-burqua?page=1
ORA ANCHE LE EBREE SI METTONO IL BURQUA :(
Rabbini in allarme in Israele: le donne ultra-ortodosse a Gerusalemme cominciano a indossare mantelli neri che le nascondono dalla testa ai piedi. Come in Afghanistan. Ma qui non c'è imposizione sociale. Anzi, figli e mariti sono contrari e si lamentano
Forse non e' proprio cosi', forse sono solo un minimo gruppetto di fanatiche, una delle quali e' in prigione per maltrattamenti ai figli.
Paragonarle, come fai tu, a un paese islamico dove lo pretende la legge, e' il solito giochetto infimo che fate di solito.
Se persino i Heda Haredit sono contro, e sono un gruppo di ebrei molto ortodossi, avranno poca vita queste cretine.
Io vado spesso a Gerusalemme, vado sempre a passeggiare a Mea Shearim , il loro quartiere e non ne ho mai vista una per la strada.
Annibale
07-02-2011, 14:17
http://www.leprotagoniste.org/ora-anche-le-ebree-si-mettono-il-burqua?page=1
ORA ANCHE LE EBREE SI METTONO IL BURQUA :(
Rabbini in allarme in Israele: le donne ultra-ortodosse a Gerusalemme cominciano a indossare mantelli neri che le nascondono dalla testa ai piedi. Come in Afghanistan. Ma qui non c'è imposizione sociale. Anzi, figli e mariti sono contrari e si lamentanoNotato le parti in rosso?
Notato le parti in rosso?
il burqua e' un indumento femminile
il fanatismo religioso non e' una prerogativa maschile, basta vedere le testimoni di
Geova
http://www.medarabnews.com/2011/02/07/che-l%E2%80%99egitto-ci-smuova/
CHE L’EGITTO CI SMUOVA
by Andrea Masseroni
on 07/02/2011
Circa quarant’anni fa il professore emerito P.J. Vatikiotis della SOAS (School of Oriental and African Studies) a Londra interpretava – ripreso più tardi da uno dei suoi massimi ammiratori, Bernard Lewis – l’atto rivoluzionario dei popoli del Vicino Oriente come ispirato da uno stimolo “sessuale” piuttosto che “ragionato”.
In realtà – proseguiva Vatikiotis – l’atto rivoluzionario sarebbe in antitesi a ciò che potremmo definire “umano” ( ovvero l’idea di un pensiero perfetto, giunto al compimento della sua massima evoluzione con la «famiglia indoeuropea» – per dirla alla Renan). Così i popoli cosiddetti «incompleti» del Vicino Oriente sarebbero talmente arretrati tecnologicamente, culturalmente, nonché eticamente e finanche religiosamente, da non poter comunque nemmeno ambire ad attuare una rivoluzione per la propria indipendenza o per migliorare la propria situazione: sarebbero ontologicamente inferiori agli europei.
Oggi la Tunisia, e l’Egitto subito dopo, ci dimostrano che tutto questo non è solo sbagliato e fuorviante nella teoria, ma anche nella pratica. In pochi giorni di protesta aperta, nelle piazze, per le strade, il popolo tunisino ha ottenuto che il proprio dittatore Ben Alì fuggisse da Tunisi e che entro sei mesi si svolgessero delle nuove elezioni. Subito dopo, anche gli egiziani sono entrati in rivolta contro Mubarak e da giorni protestano anch’essi per le strade.
Tunisia ed Egitto ci dimostrano che un popolo che sia unito e che sappia organizzarsi, che voglia raggiungere il proprio scopo, può riuscirci. Tunisini ed egiziani si sono dimostrati degli ottimi organizzatori: tramite i social network come Twitter e Facebook hanno fatto girare informazioni e video arrivando a riempire le piazze per protestare insieme. Uniti sono riusciti a sostenere oltre due settimane di continue e sostenute proteste, nonostante il governo egiziano avesse cercato di porre dei grandi ostacoli a tutti ordinando che molti account dei social network fossero sospesi e che lo fossero anche le linee telefoniche (Vodafone è stata costretta ad inviare sms pro-Mubarak ai cellulari). Anche le tv locali, tranne Al-Jazeera, non dicono nulla riguardo tutte queste proteste. Nonostante ciò, il popolo egiziano resiste ancora.
E resiste ancora nonostante molti muoiano anche solo per aver protestato: da qualche giorno su YouTube gira il video di un manifestante disarmato e pacifico che viene ucciso a freddo da due militari distanti e armati, solo perché questi ballava, in segno di protesta, davanti ai loro occhi.
Nonostante tutto ciò, gli egiziani resistono e reagiscono contro Mubarak. E qui in Italia cosa accade? Il direttore de “Il Giornale” Sallusti, nella puntata del 6 febbraio alla trasmissione TVtalk in onda su Rai Storia, afferma che il suo giornale non apre con le notizie riguardanti l’Egitto perché agli italiani di questo argomento non interessa nulla. Ed avvalora la propria tesi dicendo che il “Corriere della Sera”, nei tre giorni che ha “aperto” sull’Egitto, ha venduto meno copie. Il compito di un direttore di giornale – continua Sallusti – è quello di vendere “una copia in più”, a quanto pare anche a spese dell’informazione pubblica.
Ma agli italiani davvero non interessa nulla di quel che avviene in Egitto? Se così fosse, allora dovremmo cominciare a porci delle domande serie, a compiere un’autocritica costruttiva. Dovremmo iniziare a ringraziare l’esempio degli egiziani: un popolo quindi tutt’altro che «incompleto» ma coraggioso, che ha molto da insegnarci.
Ma per quale motivo agli italiani poco importa di tutto questo: degli egiziani, di Mubarak? Alcuni maliziosamente potrebbero rispondere che agli italiani poco importa di Mubarak perché già fin troppo dà loro da pensare sua “nipote”. Ma a parte la satira… forse il problema è proprio questo: ovvero che in Italia si fa sempre più satira e sempre meno politica trasportando il dibattito sul piano del pettegolezzo, oscurando la realtà dei fatti, la loro reale consistenza. È così che poi il politico si specializza in comicità e appare simpatico mentre al comico tocca occuparsi di politica, a rischio di apparire inopportuno. A parte la satira, quindi, sembra che gli italiani siano un popolo sempre meno reattivo, più provinciale e ripiegato su se stesso: non c’è interesse per ciò che non ci riguardi direttamente, e spesso nemmeno per questo.
Molti muoiono ancora per la libertà: anche oggi nelle proteste di piazza in Egitto qualcuno starà morendo. La domanda è ancora quella che si poneva Regnault: la libertà o la morte.
http://www.cafebabel.it/article/36655/primo-passo-rivoluzione-giovani-cambiando-islam.html
Olivier Roy: “E’ il primo passo della rivoluzione, i giovani stanno cambiando l’Islam”
http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/05/news/kepel_rivolte-13209656/
Le profezie sbagliate sull'islamis
Mi ricordo una colazione al Club dei Professori di Harvard con Samuel Huntington, qualche anno dopo la pubblicazione del suo famoso articolo, poi del suo libro, sullo Scontro delle civiltà. Avevo voluto vederlo perché, per elaborare il suo argomento, aveva usato fra l'altro il mio libro La rivincita di Dio. In quelle pagine spiegavo come, negli Anni Settanta, si fossero sviluppati i movimenti politici religiosi all'interno del Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islam. Avevo voluto tracciare dei paralleli trans-religiosi fra quei fenomeni; dimostrare come, benché in modo diverso, ciascuno dei tre fosse nato in reazione alla crisi della modernità e del mondo industriale, all'indebolimento delle solidarietà sindacali e operaie dopo la scomparsa del lavoro in fabbrica, l'aumento della disoccupazione, e così via.
Paradossalmente, però, Huntington aveva attinto soltanto alla parte islamica del mio libro, usandola per argomentare il carattere eccezionale dell'Islam. Su questo aveva fondato una visione univoca dell'Islam senza capire che all'interno di quella fede si opponevano varie forze, si scontravano per controllarlo, o per imporre una divisione tra il riferimento laico e quello religioso nella lotta politica e nello spazio pubblico. La discussione con lui quel giorno fu cortese, ma affiorarono posizioni radicalmente diverse.
Qualche anno dopo arrivò l'11 settembre 2001. Huntington conobbe un secondo trionfo: gli attentati di Al Qaeda, agli occhi di gran parte dei commentatori, convalidavano le sue tesi e
il carattere assolutista dell'Islam; trasformavano la gran massa dei fedeli in seguaci di Bin Laden.
Dal canto mio, nel libro "Jihad, ascesa e declino dell'islamismo", avevo cercato di spiegare che l'islamismo attraversava, appunto, un declino. Infatti, si era spaccato. Da un lato, vi erano i gruppi radicali destinati a usare sempre più la violenza, nella speranza che quella avrebbe svegliato le masse e innescato la rivoluzione islamica. Quei gruppi erano una versione musulmana delle Brigate rosse, o della Rote Armee Fraktion tedesca. Dall'altro lato, vi erano islamisti come l'Akp turco, pronti a partecipare al sistema politico, destinati poi a vedere la propria dottrina dissolversi nel pluralismo, e a riconoscere che la sovranità deriva dal popolo e non da Allah: la democrazia. Il 12 settembre, mentre Huntington trionfava nei media, certi giornalisti francesi chiesero la mia rimozione dalla cattedra, tanto i miei scritti parevano a loro privi di senso.
Eppure oggi, che sono trascorsi 10 anni, quell'analisi mi sembra giusta. L'estremismo islamico, di cui Bin Laden era l'emblema, non è riuscito a trascinare le masse del mondo musulmano. Al Qaeda è ridotto a una setta priva di fecondità politica. D'altro canto, i regimi autoritari e dittatoriali dei vari Mubarak e Ben Ali, ritenuti dagli occidentali "baluardi" contro l'estremismo islamico, sono anch'essi diventati obsoleti. Oggi i popoli arabi sono emersi da quel dilemma - stretti fra Ben Ali o Bin Laden. Hanno fatto di nuovo ingresso in una storia universale che ha visto cadere le dittature in America Latina, i regimi comunisti nell'Europa orientale, e anche i regimi militari nei Paesi musulmani non arabi, come l'Indonesia e la Turchia. Di conseguenza, gli islamisti che proponevano la partecipazione politica all'interno di un sistema pluralista sul modello turco, oggi prevalgono, anche se in Egitto non sono stati capaci di imporre il proprio vocabolario politico, e sono costretti - senza pregiudicare gli sviluppi futuri - a seguire le rivoluzioni democratiche arabe, anziché invocare la sovranità di Allah. Perciò, credo che il sociologo politico abbia avuto ragione rispetto a certi studi che riducevano la società a dei testi ideologici.
Molti, con grande ingenuità, ora scrivono che l'islamismo è scomparso, che gli arabi assomigliano agli europei o agli americani. La realtà, però, è più complessa. Gli arabi, infatti, stanno costruendo una modernità, esitante. Non è un caso che la prima rivoluzione araba sia avvenuta in Tunisia, e che lo slogan più celebre sia stato espresso in francese: "Ben Ali dégage", "vattene", ripreso fedelmente dagli egiziani in un Paese dove quasi nessuno parla più il francese. Gli egiziani l'hanno ascoltato su Al Jazeera ed è divenuto uno slogan rivoluzionario. In Tunisia vi è un vero pluralismo culturale franco-arabo. Questo ci fa capire la vera natura delle rivoluzioni in corso: radicate nelle culture locali, e al tempo stesso nelle aspirazioni universali, con tutte le difficoltà che ciò comporta.
http://www.thepostinternazionale.it/2011/03/i-ribelli-arabi-sono-assassini/
I Ribelli Arabi sono Assassini
di FABIO BELAFATTI
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE, TASHKENT – LA lista dei caduti nelle piazze di Tunisi, Il Cairo, San’a, Manama e Bengasi non accenna a smettere di crescere. Si tratta per lo più di ragazzi della generazione degli studenti italiani, uomini e donne che condividono, seppur ingigantita da condizioni socio-economiche peggiori, la stessa frustrazione dei ragazzi del nostro Paese. Rendere omaggio a queste vittime è doveroso, e commemorarne il coraggio un dovere etico.
I giovani arabi, però, sono assassini a loro volta. Da mesi mietono vittime che per fortuna nessuno, in Europa, in Medio Oriente o in America, rimpiangerà: si tratta degli stereotipi sul mondo arabo-islamico.
A cadere per primo, già a Tunisi, è stato il preconcetto smaccatamente razzista, adorato dai neo-conservatori di tutto l’occidente, secondo cui le masse arabe sono mosse solo dall’Islam. E’ un’idea dura a morire, che come Edward Said illustrò brillantemente, trova le sue radici in secoli di letture semplificate della realtà arabo-musulmana. Un’interpretazione che concepisce gli arabi come una massa annebbiata dalla religione, sulla base della quale determinerebbero ogni singola loro azione. I sostenitori di questo stereotipo, tra cui i vari leghisti e i neo-conservatori anche nostrani, sono rimasti non poco stupiti vedendo che le masse arabe non chiedono il wahhabismo, ma libertà, democrazia, e la fine dello sperpero delle ricchezze nazionali da parte di un’élite corrotta.
Alcuni commentatori, smaniosi di difendere i loro preconcetti, si sono affannati a ripetere il mantra dell’islamismo e di Al Qaeda dietro alle rivolte, ma il dato di fatto è che gli stessi islamisti tunisini ed egiziani sono stati presi in contropiede. Il Cairo ha dato un altro colpo al più radicato degli stereotipi occidentali: i Fratelli Musulmani, la forza politica che da anni è sotto il controllo degli esperti occidentali in quanto potenziale “minaccia islamista”, ha avuto un ruolo marginale nella mobilitazione iniziale delle proteste.
E’ possibile, indubbiamente, che i Fratelli emergano come forza politica dominante nel nuovo sistema egiziano: d’altronde, sono i meglio organizzati e i più radicati. Ma il loro ruolo nel mobilitare le masse è stato nettamente minore di quanto ci si sarebbe aspettato: prima che potessero iniziare a dire la loro sugli eventi, gli egiziani erano già in piazza; e non gridavano “libertà, indipendenza, repubblica islamica”, come i loro simili iraniani nel ’79: gridavano slogan molto affini a quelli dell’Onda Verde del 2009, che di certo del fanatismo religioso non sapeva che farsene.
Ormai a teorizzare che dietro alle rivolte ci sia Al Qaeda sono rimasti solo Ghaddhafi e una manciata di Paesi la cui politica estera è calcificata, inflessibile e incapace di adattarsi alle mutate condizioni socio-politiche sul campo (l’Italia era tra questi, fino a poco fa, il che non ci fa onore). Lo stereotipo dell’Islam come aristotelico “primo motore” delle popolazioni arabe è ormai spezzato, si spera per sempre.
Un altro preconcetto annientato dalle rivolte arabe è quello che vede l’Occidente come unico e solo dispensatore di libertà. Un’idea nefasta che ha destabilizzato (ed insanguinato) il Medio Oriente per anni, in particolar modo con l’invasione dell’Iraq.
Nella pratica, tale idea era già stata annichilita dal disastro iracheno, dagli scontri interconfessionali, tribali ed inter-etnici che affliggono tuttora Baghdad e Kabul. Nella teoria, però, erano ancora molti i commentatori che vaneggiavano di un mondo il cui solo la benevola mano americana potesse dispensare democrazia. I giovani libici, egiziani e tunisini hanno dimostrato l’assurdità di quest’idea. Sono scesi in piazza senza che il Pentagono gli dicesse di farlo, senza che Washington li manovrasse. Hanno reagito all’oppressione dei loro regimi in modo del tutto autonomo, come prima di loro avevano fatto gli iraniani, nel 2009. Con il mondo persiano e, ora, anche quello arabo che hanno dimostrato un afflato democratico autoctono, non resta nulla ai commentatori superstiti dell’era Bush per sostenere che senza i missili USA la democrazia non può diffondersi.
Questo secondo teorema, peraltro, si porta nella tomba anche l’abusato corollario amato da troppi dittatori, che teorizzano che democrazia e diritti umani siano negativi per i loro paesi perché “culturalmente alloctoni”. Nessuno, dopo aver visto i dimostranti libici sventolare cartelli con scritto “la sola cosa che vogliamo è la nostra libertà”, può oggi dare credito a questo sotterfugio ideologico.
Il terzo, grande preconcetto gioiosamente ammazzato dai ragazzi arabi è l’idea secondo cui l’Occidente, a volte, debba difendere i dittatori perché sono gli unici che possono garantire stabilità. La Storia di cui la nostra generazione è testimone sta smentendo quest’idea: le dittature hanno mostrato tutta la loro fragilità, la loro natura intrinsecamente instabile e caotica. Gli autoritarismi sembrano pilastri inflessibili, ma quando sottoposti a sollecitazioni, si mostrano per quello che sono: stecche di vetro, che si spezzano senza sapersi adattare.
Lungi dall’essere una fonte di stabilità, le dittature sono dighe mal costruite che prima o poi rilasciano un carico di anarchia inevitabile. C’è ora da sperare che i policy makers americani apprendano la lezione (cosa che non avevano fatto nel ’79) e si decidano una volta per tutte ad abbandonare il loro sostegno agli autocrati di mezzo mondo. I giovani arabi hanno dimostrato che è su di loro che si deve investire, e non su gerontocrati antiquati tenuti al potere solo dalla repressione e dal clientelismo.
Leggendo questo articolo, molti penseranno che sia fondamentalmente costruito su un wishful thinking. E’ possibile: d’altronde non m’illudo che, illuminato dagli eventi nordafricani, un Calderoli qualsiasi abbandoni improvvisamente gli stereotipi che gli procurano voti. Per lo meno, però, sarebbe ora che quegli stereotipi venissero dichiarati morti per sempre, cosicché chi li professa ancora come articoli di fede appaia per quello che è davvero: un profeta del nulla.
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