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Roderigo
13-01-2011, 01:18
Lietta, il giornalismo come dovere

Addio alla Tornabuoni, aveva 79 anni. Firma della Stampa, ha raccontato i grandi eventi della storia mondiale e le più appassionanti vicende locali

LUIGI LA SPINA

http://img94.imageshack.us/img94/74/tornabuoni03g.jpgLei, camminava veloce in quel mattino romano di primavera.

Uno strano silenzio cingeva di stupore e di angoscia il cuore della città blindata e solo il rumore ritmico dei tacchi, sui sanpietrini di via di Sant’Ignazio, sembrava accompagnare i battiti dell’emozione.

Io, giovane cronista, conscio di dover affrontare un avvenimento troppo più grande della mia inesperienza, mi affrettavo a accompagnarla verso quella via Caetani dove ci aspettava il compimento di una grande tragedia di Stato e, insieme, la fine della speranza che un uomo potesse sfuggire alla sua trappola di morte. Pochi minuti prima, la radio aveva annunciato il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ristretto dentro il baule di una Renault rossa. Le mie domande, stupide e inopportune come quelle che si affollano in un cervello sopraffatto dalla trepidazione, piovevano addosso a lei senza scalfirla minimamente. Muta, le labbre strette a mangiarsi l’immancabile rossetto, unica spia della civettuola vanità di una bella e consapevole donna, ficcava i suoi scuri e penetranti occhi sulle facce degli spettatori di quella terribile scena, sui rosati palazzi della Roma barocca che faceva da quinta a quel teatro dell’orrore. Io, concentravo l’attenzione sulla vittima, come se quel corpo martoriato potesse suggerire il significato di una vicenda assurda. Lei, registrava nella sua implacabile memoria i sentimenti di smarrimento dei poliziotti, dei politici, dei curiosi che si affollavano intorno. Finalmente, lei rispose al mio sguardo interrogativo e perplesso, quasi con un mezzo sorriso di affettuosa comprensione: «Sai, nel nostro mestiere quello che fa la differenza sono i dettagli».

Lietta, come tutti la chiamavano perché la celebrità le aveva sottratto il cognome, ha dedicato tutta la vita a questo mestiere, di cui era maestra solo con l’esempio di un morboso e gioioso attaccamento. In realtà, non aveva scelto il giornalismo, ma aveva semplicemente riconosciuto e accettato il destino di una straordinaria vocazione. Come quella di una chiamata religiosa, quella che ti sceglie perché ti dona tutte le qualità degli eletti, ma che ti chiede il sacrificio di ogni alternativa e ti preclude persino la libertà di un rifiuto.

Dai settimanali femminili, dove aveva cominciato la professione, era passata ai più grandi quotidiani del secondo dopoguerra, La Stampa e il Corriere della Sera, in virtù di una meravigliosa scrittura e di una eccezionale intelligenza e curiosità per le persone. Ecco perché, quando le fu affidata una rubrica, volle intitolarla proprio «Persone», riconoscendo nelle storie degli uomini e delle donne del suo tempo la cifra fondamentale non solo del suo giornalismo, ma del giornalismo di ogni tempo. Così, la seconda metà del secolo scorso la vide raccontare i più grandi avvenimenti della storia mondiale e le più appassionanti vicende della storia locale, con lo stesso metodo, infallibile strumento di seduzione per il lettore, quello che parte dall’umanità dei protagonisti per arrivare al significato dell’avvenimento.

Il fascino dei suoi racconti di allora, indifferentemente dedicati alla tragedia delle Olimpiadi di Monaco o del caso Moro, come ai ritratti, scolpiti nell’ironia, dei nostri politici, era legato innanzi tutto alla lettura di una lingua bellissima. Un italiano che risentiva di una aristocratica educazione e di quella calviniana leggerezza che soprattutto i toscani colti possiedono. Una lezione che nei giornali d’oggi, spesso così approssimativi e confusi nella scansione del ragionamento, dovrebbe essere materia di obbligato studio. I suoi aggettivi non sopportavano sinonimi e le sue parole erano rigorose come il suo carattere. Lietta odiava specialmente la sciatteria, la prolissità, l’imprecisione, sia nel linguaggio sia nella scrittura. Una serietà che applicava nella preparazione ossessiva dei suoi incontri di lavoro. Ore di studio sui personaggi che doveva intervistare, pagine e pagine di letture sulle storie che doveva raccontare, magari in poche righe.

Tutti i colleghi che hanno avuto la fortuna di lavorare con Lietta ricordano, con un certo imbarazzo, i momenti dell’esame mattutino. Lei, alle sette, aveva letto tutti i giornali e il suo interrogatorio sui fatti del giorno era spietato, perché non ammetteva distrazioni notturne, debolezze antimeridiane, crolli di pressione troppo basse. Ma i rimproveri impliciti dei suoi mobilissimi occhi duravano poco e si scioglievano presto nell’espressione più bella del suo largo viso: il sorriso contagioso per l’avventura professionale che la giornata doveva riservarle.

Sì, perché il lavoro del giornalista era, per lei, soprattutto gioia, quel soprassalto di curiosità appagata che le faceva scoprire il lato meno conosciuto e magari più interessante di un protagonista dei nostri giorni o di una storia dimenticata. E il successo professionale, di cui era pure consapevole, non oscurava quel brivido di dubbio, di incertezza, di tremore che assale ognuno di noi quando affronta una pagina bianca o uno schermo vuoto. Così la sua apparente sicurezza tradiva, per chi la conosceva bene, il rovello segreto di chi sa di dover superare sempre una prova inedita, per la quale un passato pure brillantissimo non è mai garanzia di un futuro altrettanto sicuro. Ma quella sfida, che si rinnovava ogni giorno e che trovava ormai solo lei giudice inesorabile di se stessa, era ragione di vita e di consolazione per un destino privato difficile che tormentò i suoi ultimi anni.

Con una signorile e austera discrezione, infatti, Lietta affiancò alla sua attività giornalistica la cura, dolce e attenta, dei suoi cari, dal compagno Oreste del Buono al fratello, ammalato gravemente di cuore, alla sua longeva madre. Un sacrificio, sopportato con il solito ostinato senso del dovere e che riuscì a compiere senza mai compromettere il suo lavoro giornalistico. Dopo la scomparsa dei suoi affetti più forti, Lietta passò gli ultimi anni senza più persone da accudire, ma forse senza più la forza e la voglia di accudire a se stessa. Il riserbo e l’orgoglio le impedirono di manifestare in pubblico il cruccio di aver sacrificato la sua vita al giornalismo e alla sua famiglia di origine, senza aver provato la gioia della maternità. Un giorno, davanti alla culla di un neonato, figlio di un amico, scoppiò in un pianto disperato e sorprendente per un carattere riservato come il suo. Forse era il dubbio dell’ipotesi di una vita diversa. Ma anche lei sapeva che non le era stata data quella alternativa a una vocazione assoluta, alla quale si poteva solo obbedire senza rimpianti.

Cara Lietta, tutti noi, colleghi qualche volta intimiditi dal tuo esempio troppo impegnativo, qualche volta invidiosi del dono di una scrittura così lucida e brillante, qualche volta intimoriti in attesa del tuo giudizio, ti abbiamo voluto bene. Assieme ai tuoi lettori, adesso che ci manchi, vedrai che saremo capaci di volertene un po’ di più.


12 gennaio 2011
www.lastampa.it (http://www3.lastampa.it/spettacoli/sezioni/articolo/lstp/383308/)