Edric
12-12-2010, 03:25
Nessuno ci guadagna nel difendere lo stupro
12 dicembre 2010
http://guerrecontro.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2010/12/pro-assange.png
Un articolo pubblicato su il Guardian (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/dec/09/nobody-gains-from-misogynist-defence-of-assange) di giovedì 9 novembre, scritto da un opinionista del giornale britannico, Libby Brooks, solleva un questione relativa al dibattitoche si è creato intorno all’arresto di Julian Ansange e alla filosofia di Wikileaks che, secondo me, non può essere ignorato.
La questione potrebbe essere molto semplice. Vi sono due aspetti che dovrebbero rimanere chiaramente distinti: la pubblicazione dei dispacci diplomatici del Dipartimento di Stato americano e il presunto reato di stupro di cui è accusato Julian Ansange.
Ma sono due aspetti che si inevitabilmente si intersecati in questi giorni dato che c’è più di un motivo per pensare che obiettivamente l’accusa di stupro non sia stata utilizzata in maniera strumentale, con l’obiettivo di arrestare il portavoce di Wikileaks, in primo luogo e, in secondo luogo, discreditare il personaggio e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulle sue vicende giudiziarie piuttosto che sui contenuti dei cavi diplomatici filtrati. Questo secondo aspetto potrebbe ancora di più avere un valore dato che era chiaro che, la strategia di Wikileaks prevedeva logicamente che il primo materiale pubblicato fosse anche quello ritenuto ‘più scottante’.
Se teniamo conto della tempistica (http://guerrecontro.altervista.org/blog/?page_id=5792) con cui sono emerse, e teniamo conto di quanto oggi ci è dato conoscere (che però non è tutto), le accuse rivolte ad Ansange appaiono abbastanza inconsistenti. Ciò non toglie che potrebbe essere comunque stato commesso qualche reato verso coloro che, secondo Claes Borgström, l’avvocato svedese delle due donne, da “vittime di un crimine, si sono trasformate in responsabili”.
Non è giusto, secondo me, trarre affrettate patenti di innocenza. Chi potrebbe mettere le mani sul fuoco che non sia successo nulla che possa avere causato danno alle due donne? E’ necessario, come afferma anche Jemima Khan (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/dec/11/julian-assange-jemima-khan) che la vicenda venga trattata con equità e giustizia. Quindi è giusto schierarsi, per quanto riguarda Wikileaks, e il ruolo di Julian Ansange rispetto a Wikileaks, contro la censura, ma è anche giusto che le accuse relative a eventuali reati sessuali vengano indagate e giudicate fino in fondo.
Invece quello che sta capitando in questo caso è un’improbabile alleanza tra gli esponenti della libertà di informazione e la misoginia della blogosfera. “Questo”, scrive Libby Broks, “è preoccupante e non è utile alla causa di WikiLeaks.” [...] “C’è un ignobile tradizione che risale ai linciaggi razzisti del profondo Sud degli Stati Uniti nelle quale le accuse di delitti sessuali fornivano le motivazioni a politiche che non avevano nulla a che fare con la sicurezza delle donne.” [...]
Secondo le due autrici, una giusta causa politica non può conciliarsi ad uno status di ‘impunità sessuale’ a prescindere, esclusivamente per principio, come se un comportamento corretto nella vita pubblica neutralizzi eventuali responsabilità per atti negativi commessi nella sfera privata. Io credo che non si possa non condividere, almeno per quello che mi riguarda, queste considerazioni. Non si può rinunciare ad un diritto per salvaguardarne un altro, in particolar modo quando, come in questo caso, si tratta di due diritti fondamentali: essere informati ed essere rispettati nella propria individualità.
Quindi è giusto opporsi a qualsiasi estradizione verso gli Stati Uniti o verso qualsiasi altro Paese che intenda accusare il signor Ansange del reati relativi alla divulgazione di documenti riservati, ma nello stesso tempo se c’è stata una macchinazione, e gli abusi non sono reali, questo va chiarito nelle sedi competenti attraverso l’accertamento di tutte le responsabilità, sia da una parte che dall’altra. Lo dobbiamo alle donne, ma anche a tutti noi.
Fonte: GUERRE CONTRO (http://guerrecontro.altervista.org/blog/?p=5783)
12 dicembre 2010
http://guerrecontro.altervista.org/blog/wp-content/uploads/2010/12/pro-assange.png
Un articolo pubblicato su il Guardian (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/dec/09/nobody-gains-from-misogynist-defence-of-assange) di giovedì 9 novembre, scritto da un opinionista del giornale britannico, Libby Brooks, solleva un questione relativa al dibattitoche si è creato intorno all’arresto di Julian Ansange e alla filosofia di Wikileaks che, secondo me, non può essere ignorato.
La questione potrebbe essere molto semplice. Vi sono due aspetti che dovrebbero rimanere chiaramente distinti: la pubblicazione dei dispacci diplomatici del Dipartimento di Stato americano e il presunto reato di stupro di cui è accusato Julian Ansange.
Ma sono due aspetti che si inevitabilmente si intersecati in questi giorni dato che c’è più di un motivo per pensare che obiettivamente l’accusa di stupro non sia stata utilizzata in maniera strumentale, con l’obiettivo di arrestare il portavoce di Wikileaks, in primo luogo e, in secondo luogo, discreditare il personaggio e attirare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulle sue vicende giudiziarie piuttosto che sui contenuti dei cavi diplomatici filtrati. Questo secondo aspetto potrebbe ancora di più avere un valore dato che era chiaro che, la strategia di Wikileaks prevedeva logicamente che il primo materiale pubblicato fosse anche quello ritenuto ‘più scottante’.
Se teniamo conto della tempistica (http://guerrecontro.altervista.org/blog/?page_id=5792) con cui sono emerse, e teniamo conto di quanto oggi ci è dato conoscere (che però non è tutto), le accuse rivolte ad Ansange appaiono abbastanza inconsistenti. Ciò non toglie che potrebbe essere comunque stato commesso qualche reato verso coloro che, secondo Claes Borgström, l’avvocato svedese delle due donne, da “vittime di un crimine, si sono trasformate in responsabili”.
Non è giusto, secondo me, trarre affrettate patenti di innocenza. Chi potrebbe mettere le mani sul fuoco che non sia successo nulla che possa avere causato danno alle due donne? E’ necessario, come afferma anche Jemima Khan (http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/dec/11/julian-assange-jemima-khan) che la vicenda venga trattata con equità e giustizia. Quindi è giusto schierarsi, per quanto riguarda Wikileaks, e il ruolo di Julian Ansange rispetto a Wikileaks, contro la censura, ma è anche giusto che le accuse relative a eventuali reati sessuali vengano indagate e giudicate fino in fondo.
Invece quello che sta capitando in questo caso è un’improbabile alleanza tra gli esponenti della libertà di informazione e la misoginia della blogosfera. “Questo”, scrive Libby Broks, “è preoccupante e non è utile alla causa di WikiLeaks.” [...] “C’è un ignobile tradizione che risale ai linciaggi razzisti del profondo Sud degli Stati Uniti nelle quale le accuse di delitti sessuali fornivano le motivazioni a politiche che non avevano nulla a che fare con la sicurezza delle donne.” [...]
Secondo le due autrici, una giusta causa politica non può conciliarsi ad uno status di ‘impunità sessuale’ a prescindere, esclusivamente per principio, come se un comportamento corretto nella vita pubblica neutralizzi eventuali responsabilità per atti negativi commessi nella sfera privata. Io credo che non si possa non condividere, almeno per quello che mi riguarda, queste considerazioni. Non si può rinunciare ad un diritto per salvaguardarne un altro, in particolar modo quando, come in questo caso, si tratta di due diritti fondamentali: essere informati ed essere rispettati nella propria individualità.
Quindi è giusto opporsi a qualsiasi estradizione verso gli Stati Uniti o verso qualsiasi altro Paese che intenda accusare il signor Ansange del reati relativi alla divulgazione di documenti riservati, ma nello stesso tempo se c’è stata una macchinazione, e gli abusi non sono reali, questo va chiarito nelle sedi competenti attraverso l’accertamento di tutte le responsabilità, sia da una parte che dall’altra. Lo dobbiamo alle donne, ma anche a tutti noi.
Fonte: GUERRE CONTRO (http://guerrecontro.altervista.org/blog/?p=5783)