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Roderigo
21-03-2010, 18:39
SGUARDI SU TERRITORI STRETTI IN UNA IMPASSE

TRISTE Nordest

Diversi libri recenti, tra cui la raccolta di incontri Il Veneto che amiamo curata da Goffredo Fofi e il saggio autobiografico di Gian Mario Villalta Padroni a casa nostra, descrivono e analizzano la catastrofe culturale di una regione oscillante tra paura retrospettiva della miseria e ricadute di un progetto politico di ispirazione autoritaria


di Emilio Franzina

http://img651.imageshack.us/img651/3668/ilvenetocheamiamocopia.jpgSpie di un sistema che secondo alcuni opprimerebbe prima di tutto i piccoli imprenditori, i suicidi - ormai quasi seriali in Veneto - di artigiani e padroncini messi alle strette dalla crisi pongono, anche a chi guardi dall'esterno a questa regione, problemi di non poco conto. Tra gli ultimi a togliersi la vita, angosciato per non poter pagare i propri operai, è stato, sul finire di febbraio, il titolare di una ditta subfornitrice di Noventa Vicentina impegnata in lavori edilizi presso la prima base americana di Vicenza (Caserma Ederle). Sulla bara di Paolo Trivellin, il segretario generale della Fillea Cgil Toni Toniolo ha speso parole di cordoglio e di stima, sottolineando come quegli operai per i quali era così disperato fossero ormai, nella quasi totalità, immigrati marocchini, albanesi e serbi attualmente a rischio di perdere non solo il posto di lavoro «ma anche il permesso di soggiorno e tutte le indennità previste dall'Inps».

Un processo particolare
L'impennata dei suicidi «imprenditoriali» a Padova e a Vicenza - tra la fine di dicembre 2009 e i primi di marzo di quest'anno ormai una quindicina - dice molte più cose sul Veneto dei giorni nostri di quante non ne abbiano saputo o voluto scrivere tanti osservatori e intellettuali impegnati. Forse sarà eccessivo pensare che le reazioni suscitate dal luttuoso fenomeno siano state sin qui, come ha scritto Cristina Giudici sul «Foglio» - in un articolo per niente banale (Morire d'impresa a Nordest, 9 febbraio 2010) - soprattutto «di sconcerto e di silenzio». Tuttavia è vero che il male del nordest, per parafrasare il titolo di uno dei molti libri di Ilvo Diamanti, sta facendo affiorare il «lato oscuro dell'etica imprenditoriale» veneta, in una regione divenuta inopinatamente patria dell'ottimismo economico a oltranza ma riscopertasi vulnerabile quasi all'improvviso, come quasi all'improvviso si era ritrovata ricca e affluente dopo secoli di stenti, miserie, migrazioni.
Che in generale sia così, non c'è dubbio, anche se bisognerebbe precisare che il Veneto dell'ultimo boom di fine secolo ventesimo non usciva da una storia fatta solo di guai, bensì da un processo evolutivo assai particolare. Durante oltre due secoli esso aveva messo in luce le capacità produttive di un'area in cui la moderna industria aveva piantato robuste radici appunto sin da metà '700 e dove sviluppo e arretratezza convivevano all'insegna di visioni familiari e comunitarie tendenzialmente condivise e quasi sempre benedette, fin che durò, dall'egemonia «buona» della Chiesa cattolica e del suo clero in cura d'anime.
Lo stesso slancio assunto, su vastissima scala a fine '900, dalle famose imprese medie e piccole, affondando le proprie radici in contesti precisi e più vicini (ad esempio le leggi speciali di sostegno alle aree depresse varate dalla Dc, oppure, per il Friuli, i finanziamenti alla ricostruzione dopo il terremoto del 1976), lasciava intendere che dietro a certi successi c'era qualcosa di più del caso o dell'intraprendenza dei soliti capitani d'industria. E poi molti di costoro uscivano dalle file di una classe operaia dotata d'una propria cultura del lavoro e, almeno in origine, di visioni della realtà che in gran parte contrastano con le vedute, disumane e razziste, politicamente diventate via via maggioritarie, della Lega (al suo nascere non a caso Liga Veneta) e nelle quali sarebbero sempre da distinguere, quindi, gli elementi positivi da quelli inaccettabili. Son essi, nondimeno, che hanno finito per prevalere sino a stravolgere l'immagine di un'ampia area definita, anche attraverso il cliché del «fare» spinto al parossismo, terra d'elezione delle principali trasformazioni (in peggio) dell'Italia berlusconiana.
E se qualcuno a buon diritto ha notato che sarebbe ora di riflettere su Berlusconi passato alla storia - come recita il titolo di un recente libriccino di Antonio Gibelli uscito da Donzelli (pp. 122, euro 12,50) - a maggior ragione si dovrebbe reclamare l'avvento di una vera ricerca storica sul fenomeno leghista alla cui analisi, sin qui, han provveduto invece, con i loro strumenti, soprattutto sociologi e giornalisti. Ma dai pur utili volumi di costoro, buon ultimo il libro, introdotto da Ilvo Diamanti, di Francesco Jori (Dalla Liga alla Lega. Storia, movimenti protagonisti, Marsilio, pp, 157, euro 16), il passaggio alla ricostruzione storica vera e propria appare assai difficile e comunque ancora di là da venire.
A parte il fatto che la storia, intesa come ricerca, non gode oggi di buona salute - visto che nonostante l'ottimo livello qualitativo e quantitativo della sua produzione in generale, essa appare ovunque surclassata dalle narrazioni «fai da te» dei più diversi (e sovente strampalati) soggetti - restano sullo sfondo troppi equivoci, troppi «non detti» e insomma troppe questioni contraddittorie di cui proprio la vicenda dei suicidi «imprenditoriali» documenta la rilevanza.Protagoniste, ora, persone senz'altro incapaci, come ha ben detto la Giudici, «di accettare la gogna sociale del fallimento» preferendole il «salto nell'abisso», ma anche persone «che non temevano tanto il licenziamento, quanto il dover licenziare»: non meno meritevoli, dunque, di essere prese e tenute, per ciò, in considerazione.

Feticci rivitalizzati
In attesa della storia che verrà (se verrà) e di cui conosciamo il tragico risvolto di massa dei disoccupati e dei cassintegrati (o dei precari e dei senza lavoro cronici) che si issano oggi, sempre più numerosi, sui tetti dei cantieri, verrebbe voglia di invocare il conforto per lo meno della letteratura. Chissà cosa se ne potrebbe ricavare, solo pensando che, di fronte a un episodio riportato dalle cronache mentre scrivo, e relativo al suicidio di un magazziniere di 46 anni (Pordenone. Padre di tre figlie perde il lavoro in fabbrica e si uccide, «Il Gazzettino», 3 marzo 2010), tra i commenti se ne trova uno così concepito: «Il motivo va ricercato nel fatto che siamo razzisti all'incontrario. Non ho ancora letto da nessuna parte di un negro che si impicca perché ha perso il lavoro. Comunque sono sicuro che se ciò dovesse verificarsi sindacati, caritas, cardinali, il papa, Casini, Napolitano... tutti a gridare al povero negro venuto in Italia per lavorare e rimasto senza lavoro. Indetta subito una colletta per aiutare le cinque mogli e i 25 figli. Del 'povero negro italiano' non gliene frega a nessuno».
http://img405.imageshack.us/img405/6420/3974261936325f124678.jpgPer il momento, en attendant il risveglio della storiografia, un ipotetico e bravo romanziere, a partire da parole come queste, certo deliranti ma per nulla inusuali nel lessico leghista, potrebbe narrare una storia che tien dentro di tutto: la paura dell'altro, il conseguente «bisogno di sicurezza» ad ogni costo, la rivendicazione «nazionalista» della precedenza dei veneti sui «foresti», i suoi fondamenti cercati nei miti del sangue e della razza (Piave), la tutela a oltranza di una becera «ideologia nostrana» e del diritto di evadere in grande stile le tasse, ma poi anche la domanda di maggiore equità nella ripartizione dei proventi fiscali, la tutela - dopo decenni di misfatti gestiti peraltro in proprio - dell'ambiente, l'affermazione della irrinunciabilità, ancor più che del federalismo, delle autonomie locali e altro ancora. Forse i dettagli più urgenti da raccontare dovrebbero riguardare il razzismo, l'intolleranza e l'ignoranza con cui le popolazioni hanno cominciato ad avere una dimestichezza crescente perché avallata a livello «istituzionale» da coloro stessi che, soprattutto in quota Lega, esse hanno più volte eletto mandandoli a rappresentare in Parlamento quello spicchio di mondo chiamato Venetorum angolus e, più recentemente, Nordest.
Con riguardo alla dimensione culturale del retrobottega leghista e degli scenari in cui esso ha saputo imporsi con tanto successo manca però, tolte poche eccezioni, la voce degli scrittori ovvero lo sguardo di qualcuno che sia riuscito a leggere a fondo, per poi «raccontarcelo», nel groviglio complesso delle motivazioni che hanno condotto all'ascesa vertiginosa (e all'attuale crisi) del mito del Nordest. Già sulla parola non esiste più, d'altronde, un accordo assoluto. Nata nel 1919 dalle riflessioni ottimistiche di un poeta dialettale come il polesano Gino Piva, l'idea di Nordest non a caso torna a far spazio, oggi, alla rivitalizzazione di un feticcio, terminologico ma anche identitario, degli anni in cui la Liga muoveva i suoi primi passi accudita dal «Gazzettino» di Giorgio Lago e dalle aperture, che durano tuttora, di intellettuali pasoliniani e cattolicheggianti come Ferdinando Camon.
Secondo Luca Zaia, ministro berlusconiano e prossimo «governatore» sulle lagune, esisterebbe infatti solo il «modello veneto». E poco conta che in tanti ne abbiano ormai smontato il paradigma fuorviante (ad esempio gli autori del libro Il modello veneto fra storia e futuro, Il Poligrafo 2008). Ciò che importa è la lettura semplificata di una realtà regionale a produrre la quale, nella sua ultima versione, la Liga veneta (virata in comparto della bossiana Lega Nord) ha contribuito in maniera decisiva piantando tende e insegne a Roma ladrona almeno da una decina d'anni.
Questo è il dato, squisitamente politico e innegabile, ma neutralizzato dal persistere di una serie di fatti difficili da contestare su cui riferisce Luca Ricolfi in un saggio sulla giustizia territoriale a proposito dei cinquanta miliardi in uscita dal Settentrione (Il sacco del Nord, Guerini e Associati, pp. 271, euro 23,50). Ciò che appunto, più di tanto, non traspare nei pochi tentativi compiuti dagli scrittori del Veneto contemporaneo per descrivere le vere ragioni ovvero i pro e i contro di una situazione ormai provvista di un suo proprio carattere.
Gian Mario Villalta, direttore del Festival del libro di Pordenone, ma soprattutto insegnante di liceo nella Treviso dello sceriffo Gentilini, ci ha provato con un saggio autobiografico volto a far comprendere perché, secondo lui, «a Nordest siamo tutti antipatici» (Padroni a casa nostra, Mondadori , pp. 147, euro 16,50): tra le molte altre cose «perché vediamo oramai tutte le azioni, i discorsi, le promesse come se avessero il cartellino del prezzo, oggetti nel grande supermercato della comunicazione». Vero, ma valido, si direbbe, anche per tante altre parti d'Italia dove la Lega e il leghismo non imperversano. Per rimanere infatti al Veneto si pensi al quadro contraddittorio prospettato dal caso veronese, dove, a fronte dello straripare del sindaco Tosi e dei suoi uomini messi alla guida della «città dell'amore» da due terzi dell'elettorato locale, persistono isole assai corpose di volontariato oppure - e anche meglio - a quello vicentino, in cui a far da contraltare alla matrice tuttora in prevalenza provinciale della presa leghista ferve da cinque anni la battaglia contro la base americana al Dal Molin.
Leggendo i Quindicimila passi e ancor più Il Ponte (un crollo) di Vitaliano Trevisan, romanziere anomalo che ce l'ha su col mondo intero ma in particolare con i suoi concittadini di Vicenza, meglio se padroni e padroncini, si colgono certo molti segnali del generico malessere che pervade da anni l'intero corpo sociale della regione additati qua e là anche da altri scrittori come Tiziano Scarpa o Massimo Carlotto, ma il Veneto oggi dominato dalla «peste leghista» e da una «paura retrospettiva della miseria» emerge alla fin fine con chiarezza quasi solo nelle penetranti parole di poeti sul tipo di Andrea Zanzotto e di Fernando Bandini.

Progetti tribali e autoritari
Le idee sul Veneto del primo, consegnate sia alle pagine di una lunga conversazione con Marzio Breda (In questo progresso scorsoio, Garzanti, pp. 147, euro 13) sia a uno scambio di battute con Gad Lerner di cui egli fu ospite all'Infedele (e che scatenarono l'ira funesta dell'allora Doge Galan), ritornano più o meno invariate nei colloqui promossi da Goffredo Fofi tra il poeta di Pieve di Soligo, Bandini e, prima che morissero, Mario Rigoni Stern e Luigi Meneghello e alcuni intervistatori d'eccezione. Chi vorrà leggere il prezioso dossier intitolato da Fofi Il Veneto che amiamo (Edizioni dell'Asino 2009) troverà una prima risposta all'impasse storiografica di cui si è detto e potrà misurare intanto alcuni dei fattori che hanno condotto alla catastrofe culturale (e poi persino linguistica) del Veneto leghista, dentro al quale si colloca la vicenda che più di tutte forse smentisce l'anelito autonomistico dei «padroni in casa propria», ossia, per dirla con Bandini, «l'in-più» generato a Vicenza, con il Dal Molin degli americani, da una sorta di stupro della città trasformata da costoro in un luogo fortificato sul genere di quelli che amava progettare Federico II. Sintesi e acme di una cementificazione perseguita a suo tempo da quasi tutti gli amministratori veneti (prima democristiani e poi leghisti), lo stravolgimento di un futuro urbanistico calato nei più foschi scenari di guerra si converte per iniziativa (non unica) dell'alleato statunitense in minaccia permanente portata agli equilibri paesaggistici, artistici e ambientali, e alle stesse tradizioni locali. Le quali, al di là della rincorsa agli schei, della chiusura verso l'esterno e dell'anatema rituale contro gli immigrati, contemplano supporti politici di lunga durata. Fra essi, visto che la Lega è divenuta il più longevo dei partiti esistenti in Italia, vale la pena di ricordare quello che si conferma oggi come il contrassegno nella pratica politica del più deprecabile «progetto tribale e autoritario» dei tempi nostri: il ferreo controllo di un territorio che rischia di perdere i contatti forse non con tutta la propria storia, ma con la parte migliore della propria anima.


il manifesto 9 marzo 2010
http://www.ilmanifesto.it

Bondourant
22-03-2010, 01:29
gran pezzo questo di Franzina, sarà perchè cita Diamanti, sarà per aver vissuto (e lavorato) 3 anni in nordest
(dove scrissi anche un oscuro articoletto per un oscuro giornaletto dal titolo" Buio a Nordest")
sarà anche perchè dice cose assolutamente condivisibili.

per ragioni che non potevano entrare in quest' ottima analisi sociologica
Franzina non esamina il percorso generazionale degli ultimi dieci anni
dalla fabbrichetta del padre al Carrera 4 del figlio che non segue le orme del padre.
(cosa non da poco se la si guarda in prospettiva futura)

un'altra cosa che non ho capito mai è come in questa (grossa) comunità
alberghino un volontariato e una disponibilità impressionanti e poi partoriscano personaggi da circo come gentilini.
quando ,lo chiedevo mi rispondevano stupefatti : razzisti noi ? scherzi ?
e io dicevo ma gentilini chi lo ha votato ? ma figurati quello è un divertimento...
forse quelli che frequentavo erano troppo presi ad occuparsi di golf e sistemi per spendere perbene i molti soldi disponibili
e io sembravo venuto da Marte..transeat.


Ci sono tornato per una festa (di ricchi veri) di compleanno qualche settimana fa
e la via del santo (da Padova a Castelfranco) prima punteggiata di fabbriche oggi appare
punteggiata di scheletri di capannoni in decomposizione. davvero Buio a nordest.