Bubamara
16-03-2010, 17:11
A Rosarno uno degli ultimi accadimenti che possono stimolare una riflessione e una serie di domande inerenti al razzismo. Per non parlare dei barconi della morte ai quali si assiste come se fossero un dato acquisito, normale.
Quali sono le vostre riflessioni sulle motivazioni di tali accadimenti?
Queste sono le mie ipotesi e riflessioni, che ho appuntato disordinatamente su qualche files di testo a mò di diario; le metto sul tavolo del forum.
La contraddizione più palese del razzismo è quella di trasferire l'eventuale colpa del singolo nella caratterizzazione tipica di un gruppo, dove il comportamento individuale diventa peculiare indistintamente a migliaia di persone, che diventano visualizzabili come un mostro con migliaia di teste.
il razzismo è condizionato dalla casualità, anche se la radice rimane quella dell'intolleranza: l'essere a contatto con un determinato gruppo etnico favorisce la preferenza per un determinato tipo di razzismo, ma la causa prima dell'intolleranza parte da un proprio e personale modo di soggettivizzarla.
Si accomunano in una categoria di potenziali soggetti, elementi variabili: colore della pelle, etnia, religione, genere, condizione fisica o mentale.
Si potrebbero aggiungere altre opzioni che riguardano abitudini e comportamenti, quindi la cultura e la condizione economica.
Di conseguenza, nessuno è esente dall'essere un potenziale oggetto di razzismo.
Se il razzismo non colpisce una categoria unica, si può dedurre che non è l'oggetto ad essere significativo, ma la percezione di chi prova il sentimento razzista.
Tanto più che, una volta cessata la presunta emergenza, un'altra categoria diventerà oggetto preferenziale di attenzione; insomma l'oggetto del razzismo può cambiare, difficilmente cambia il bisogno di trovare il capro espiatorio in relazione ad una situazione di disagio.
Oppure al contrario esiste una vera e propria fissazione: le caratteristiche di quel gruppo assumono i caratteri persecutori preferiti.
Ma: il disagio è sempre e solo l'unico prerequisito essenziale, sia esso di natura economica o sociale, da cui può scaturire un sentimento di avversione per colui o coloro che sono percepiti come diversi e intrusi?
Il sentimento razzista non è peculiare, generalmente, a specifiche zone geografiche, culturali o di genere, ma può essere trasversale.
Il razzismo è un bisogno che trova nell'oggetto della sua espressione una scusante per esprimersi, ma non è l'oggetto stesso altro che un contenitore di questa necessità.
Razionalizzare le motivazioni che spingono al razzismo attraverso l'analisi economica è utile solo in parte: non è indispensabile una situazione di disagio per stigmatizzare la diversità attraverso etnia, religione, comportamento, classe sociale, condizione fisica o mentale e addirittura genere o età anagrafica.
Per provare un sentimento razzista è necessario classificare gli individui attraverso una personale stima dei valori identitari di appartenenza, che partirà dalla percezione della propria, di identità, e dal presunto pericolo che l'altro può rappresentare nel metterla in crisi: gli esempi sono infiniti.
Così l'oggetto del razzismo può cambiare, ma non cambia il bisogno di trasferire nell'altro la causa dei propri mali.
Accade anche nel piccolo, a livello famigliare: la pecora nera, il parente che crea problemi, la figlia o il figlio degenere.
Oppure a scuola: il bullismo, il ragazzo o il piccolo gruppo indicato come sovvertitore dell'ordine.
Talvolta il problema non esiste realmente oppure sarebbe di facile risoluzione, ma viene inconsapevolmente creato proprio perché la forma di disagio assuma caratteristiche tangibili.
Può anche venire esasperato amplificando delle caratteristiche che in sé sarebbero transitorie o risolvibili, o addirittura provocandone la nascita.
Ovviamente questo processo, a livello sociale, deve appoggiarsi a spiegazioni razionali, che vedranno le cause via via nella sicurezza, nell'allarme sociale, in motivazione economiche (posti di lavoro mancanti), in un generico principio di legalità se non in quello di normalità.
E in questo ultimo caso inneggiando ai valori, magari proprio a quelli che fino a un momento prima erano stati bocciati come inattuali o sorpassati o elusi nel comportamento personale.
Il razzismo sollecitato dagli organi di informazione trova facile strada anche e soprattutto in un processo, costruito ad arte, fondato su fobie e paure antiche quanto il mondo, attraverso un disorientamento culturale che si fonda sul ripristino di antichi risentimenti di matrice territoriale.
La paura del diverso, sul richiamo ai valori considerati fondamentali per l'ordine, ma soprattutto sul controllo di comportamenti che determinerebbero la sicurezza.
Gli altri sono lo schermo di noi stessi, o uno specchio che riflette le percezioni che abbiamo delle nostre possibili carenze?
In questo caso il distanziarsene assumerebbe la connotazione di prevenzione: non voglio somigliare o diventare come lui.
Paura di contaminazione, autodifesa, allontanamento, paura che l'altro ci tolga qualcosa.
Se in un quadro di questo tipo si aggiunge l'invito, attraverso la stigmatizzazione del colpevole, nel trovare la causa di tutti i mali, il gioco del dagli al cane è presto fatto.
Più o meno come nell'epoca dell'inquisizione, il dagli all'untore con invito a trasmettere il nome del colpevole.
Nessuno vuole definirsi razzista, perché comunque appartiene al senso comune di ogni persona la distinzione fra sentimenti meschini che si fondano sul privilegio di nascita (persino su chi fino a ieri malediva la propria terra) e la legittimità di vivere, semplicemente, senza doversi prostituire o dover commettere azioni criminali.
Il piccolo Stato sostiene oggi di esserci, perché è molto più facile prendere il figlio illegittimo e buttarlo fuori casa che assumersi la responsabilità di mettersi a tavolino e risolvere i problemi che sono di tutti.
"Noi garantiamo la sicurezza dei nostri cittadini" . Non importa se altri pagano con la miseria e la morte, in un tributo disumano che somiglia molto ai sacrifici agli dei per condizioni ed effetti: infatti gli dei non ascoltano e i problemi rimangono.
Quali sono le vostre riflessioni sulle motivazioni di tali accadimenti?
Queste sono le mie ipotesi e riflessioni, che ho appuntato disordinatamente su qualche files di testo a mò di diario; le metto sul tavolo del forum.
La contraddizione più palese del razzismo è quella di trasferire l'eventuale colpa del singolo nella caratterizzazione tipica di un gruppo, dove il comportamento individuale diventa peculiare indistintamente a migliaia di persone, che diventano visualizzabili come un mostro con migliaia di teste.
il razzismo è condizionato dalla casualità, anche se la radice rimane quella dell'intolleranza: l'essere a contatto con un determinato gruppo etnico favorisce la preferenza per un determinato tipo di razzismo, ma la causa prima dell'intolleranza parte da un proprio e personale modo di soggettivizzarla.
Si accomunano in una categoria di potenziali soggetti, elementi variabili: colore della pelle, etnia, religione, genere, condizione fisica o mentale.
Si potrebbero aggiungere altre opzioni che riguardano abitudini e comportamenti, quindi la cultura e la condizione economica.
Di conseguenza, nessuno è esente dall'essere un potenziale oggetto di razzismo.
Se il razzismo non colpisce una categoria unica, si può dedurre che non è l'oggetto ad essere significativo, ma la percezione di chi prova il sentimento razzista.
Tanto più che, una volta cessata la presunta emergenza, un'altra categoria diventerà oggetto preferenziale di attenzione; insomma l'oggetto del razzismo può cambiare, difficilmente cambia il bisogno di trovare il capro espiatorio in relazione ad una situazione di disagio.
Oppure al contrario esiste una vera e propria fissazione: le caratteristiche di quel gruppo assumono i caratteri persecutori preferiti.
Ma: il disagio è sempre e solo l'unico prerequisito essenziale, sia esso di natura economica o sociale, da cui può scaturire un sentimento di avversione per colui o coloro che sono percepiti come diversi e intrusi?
Il sentimento razzista non è peculiare, generalmente, a specifiche zone geografiche, culturali o di genere, ma può essere trasversale.
Il razzismo è un bisogno che trova nell'oggetto della sua espressione una scusante per esprimersi, ma non è l'oggetto stesso altro che un contenitore di questa necessità.
Razionalizzare le motivazioni che spingono al razzismo attraverso l'analisi economica è utile solo in parte: non è indispensabile una situazione di disagio per stigmatizzare la diversità attraverso etnia, religione, comportamento, classe sociale, condizione fisica o mentale e addirittura genere o età anagrafica.
Per provare un sentimento razzista è necessario classificare gli individui attraverso una personale stima dei valori identitari di appartenenza, che partirà dalla percezione della propria, di identità, e dal presunto pericolo che l'altro può rappresentare nel metterla in crisi: gli esempi sono infiniti.
Così l'oggetto del razzismo può cambiare, ma non cambia il bisogno di trasferire nell'altro la causa dei propri mali.
Accade anche nel piccolo, a livello famigliare: la pecora nera, il parente che crea problemi, la figlia o il figlio degenere.
Oppure a scuola: il bullismo, il ragazzo o il piccolo gruppo indicato come sovvertitore dell'ordine.
Talvolta il problema non esiste realmente oppure sarebbe di facile risoluzione, ma viene inconsapevolmente creato proprio perché la forma di disagio assuma caratteristiche tangibili.
Può anche venire esasperato amplificando delle caratteristiche che in sé sarebbero transitorie o risolvibili, o addirittura provocandone la nascita.
Ovviamente questo processo, a livello sociale, deve appoggiarsi a spiegazioni razionali, che vedranno le cause via via nella sicurezza, nell'allarme sociale, in motivazione economiche (posti di lavoro mancanti), in un generico principio di legalità se non in quello di normalità.
E in questo ultimo caso inneggiando ai valori, magari proprio a quelli che fino a un momento prima erano stati bocciati come inattuali o sorpassati o elusi nel comportamento personale.
Il razzismo sollecitato dagli organi di informazione trova facile strada anche e soprattutto in un processo, costruito ad arte, fondato su fobie e paure antiche quanto il mondo, attraverso un disorientamento culturale che si fonda sul ripristino di antichi risentimenti di matrice territoriale.
La paura del diverso, sul richiamo ai valori considerati fondamentali per l'ordine, ma soprattutto sul controllo di comportamenti che determinerebbero la sicurezza.
Gli altri sono lo schermo di noi stessi, o uno specchio che riflette le percezioni che abbiamo delle nostre possibili carenze?
In questo caso il distanziarsene assumerebbe la connotazione di prevenzione: non voglio somigliare o diventare come lui.
Paura di contaminazione, autodifesa, allontanamento, paura che l'altro ci tolga qualcosa.
Se in un quadro di questo tipo si aggiunge l'invito, attraverso la stigmatizzazione del colpevole, nel trovare la causa di tutti i mali, il gioco del dagli al cane è presto fatto.
Più o meno come nell'epoca dell'inquisizione, il dagli all'untore con invito a trasmettere il nome del colpevole.
Nessuno vuole definirsi razzista, perché comunque appartiene al senso comune di ogni persona la distinzione fra sentimenti meschini che si fondano sul privilegio di nascita (persino su chi fino a ieri malediva la propria terra) e la legittimità di vivere, semplicemente, senza doversi prostituire o dover commettere azioni criminali.
Il piccolo Stato sostiene oggi di esserci, perché è molto più facile prendere il figlio illegittimo e buttarlo fuori casa che assumersi la responsabilità di mettersi a tavolino e risolvere i problemi che sono di tutti.
"Noi garantiamo la sicurezza dei nostri cittadini" . Non importa se altri pagano con la miseria e la morte, in un tributo disumano che somiglia molto ai sacrifici agli dei per condizioni ed effetti: infatti gli dei non ascoltano e i problemi rimangono.