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Roderigo
07-03-2010, 02:17
La donna-poliziotto compie 50 anni
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La rivista "Poliziamoderna" la celebra con un inserto speciale:
sono il 13 per cento ma più determinate volitive dei colleghi uomini
A 50 anni dall’ingresso delle donne nella Polizia di Stato, la rivista ufficiale "Poliziamoderna", rende loro omaggio con un inserto di 16 pagine pubblicato nel numero di marzo, proponendo una fotografia di gruppo delle signore con il distintivo.
Nell’inserto, consultabile anche dal sito www.poliziadistato.it, percentuali, tabelle, grafici e riflessioni tracciano l’evoluzione storico-sociale delle donne poliziotto. Nel 13% di presenza femminile nella Polizia di Stato quale universo si racchiude? Donne con grado d’istruzione e determinazione all’avanzamento di carriera superiore a quella dei colleghi uomini: una su cento che entrano in polizia raggiunge il livello dirigenziale a fronte di un uomo su 150; il 6% raggiunge il grado di commissario a fronte dell’1,8% maschile nel medesimo ruolo.
E ciò senza rinunciare alla realizzazione familiare (il 63% è mamma), di cui sono testimonial d’eccezione due poliziotte con 7 figli. Nei numeri della provenienza, della distribuzione per sedi di servizio, delle specializzazioni e delle competenze lavorative tutte le sfumature di un reale “valore aggiunto”.
06 marzo, 18:22
www.ansa.it (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/03/06/visualizza_new.html_1730372966.html)
Roderigo
07-03-2010, 02:25
Valore aggiunto
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Le donne della Polizia di Stato
Annalisa Bucchieri
Mezzo secolo fa il cremisi, il colore istituzionale della Polizia di Stato, acquistava una sfumatura rosa: era il 1960 quando le donne iniziarono a vestire la divisa (secondo l’apertura al loro ingresso prevista dalla legge 1083 del 7 dicembre 1959). Cinquant’anni sono un arco temporale che chiama al bilancio. E Poliziamoderna non si è sottratta al compito. Chi sono e cosa fanno oggi le signore con il distintivo? Per capirlo abbiamo interrogato i numeri, strumenti di presa diretta e oggettiva della realtà, condizione di luce necessaria per fotografare il gruppo del gentil sesso in divisa.
La divisa, le donne la vogliono di più
Aumenta esponenzialmente la presenza delle donne in polizia: rispetto a cinque anni fa (12.992) sono cresciute di quasi 2mila unità e in vent’anni sono diventate oltre il doppio: da 6.791 nel 1990 a 14.862 nel 2010, ovvero 8.071 unità in più (un rafforzamento del 118%). Dato maggiormente significativo se paragonato a quello degli uomini, aumentati di 5.118 unità – 84mila nel 1990 e 89.118 a gennaio 2010 – un indice di progressione nettamente inferiore a quello delle colleghe, le quali dimostrano un desiderio superiore di vestire la divisa. Rilevante la presenza nei ruoli tecnico-scientifici e professionali di cui rappresentano oltre il 30%. Ma anche nei ruoli ordinari, pur costituendo solo il 13% della forza complessiva, sono presenti in tutte le specialità e funzioni particolari, persino quelle a “tradizione” maschile.
Scalando la carriera
Paragonate ai livelli nazionali occupazionali femminili registrati dall’Istat, secondo i quali il nostro Paese è l’ultimo dell’Ue con la più bassa percentuale di donne che lavorano e uno dei Paesi con il maggior tasso di discriminazione – a parità di qualifica e incarico, infatti, le italiane guadagnano un quinto in meno dei colleghi maschi – le garanzie lavorative offerte dall’Azienda Polizia sono preziose non solo per le pari opportunità di accesso iniziale al posto in divisa ma anche per le condizioni ugualitarie di trattamento economico e di avanzamento di carriera. Da sfatare perciò il luogo comune che la scalata ai ruoli superiori sia preclusa al cosiddetto sesso debole. Come mostrano i due grafici a torta qui sopra, una ogni 100 donne che entrano in polizia riesce ad arrivare alle cariche più alte, cioè ai ruoli dirigenziali, e 6 su 100 al ruolo direttivo di commissario, mentre un uomo ogni 150 diventa dirigente e solo l’1,8% prende i gradi da commissario.
Studiose e ambiziose per natura
Complice del posizionamento tra i ruoli dirigenziali e direttivi è la migliore preparazione di base che riconferma le donne “studiose per natura”. I titoli accademici nonché dottorati e master post laurea in rosa (il 22,7% delle donne è in possesso di lauree e specializzazioni successive) sono nettamente superiori a quelli in possesso dei colleghi (vedi grafici p.VII). Anche perché in generale l’ingresso in polizia delle donne, concentrate sul curriculum scolastico, avviene più tardi nella vita rispetto ai giovani maschi, che fino al 2005 (quando il servizio nell’esercito è diventato volontario) potevano compiere direttamente il servizio di leva come ausiliario in polizia e successivamente essere inglobati nell’amministrazione già al compimento del diciottesimo anno. Lo ribadiscono le percentuali delle ventenni molto scarse (l’1%) a confronto dei ventenni (10%), mentre successivamente i dati si livellano, le generazioni di 30enni e 40enni sono dominanti per entrambi i sessi.
Cifre alla mano, le donne dimostrano tenacia e competenza adeguata per avanzare professionalmente quanto gli uomini, anzi di più “in proporzione”. Attualmente vi sono due questori “in rosa”, a Teramo e a Grosseto, rispettivamente Amalia Di Ruocco (già questore di Rovigo) e Maria Rosaria Maiorino (12 anni passati a capo della Squadra mobile di Cagliari). Tempi forse non ancora maturi, per questioni di anzianità di servizio, per la nomina di un direttore generale del Dipartimento della pubblica sicurezza donna. Di certo, però, la presenza femminile si rileva in settori altamente tecnici e operativi così come in posti di comando e di carattere spiccatamente investigativo. Più di un terzo della forza complessiva femminile (34%) risulta, infatti, in forza presso le quattro specialità Stradale, Ferroviaria, Frontiera, Postale e i Reparti speciali (le Volanti, il Settore aereo, la Digos, i Cinofili eccetera).
Ogni reparto ha le sue rose
Le signore si sono fatte largo nelle Squadre mobili non solo attestandosi a capo delle sezioni minori in quasi tutta Italia, favorite dalla loro sensibilità materna e abilità psicologica, ma dimostrando anche un fiuto tutto femminile nelle indagini complesse e nelle violenze sessuali. Ormai territori esclusivi dei colleghi uomini non esistono più, eccezion fatta per il Nocs (il Nucleo centrale operativo speciale). Ha ceduto persino quello che veniva considerato un baluardo: tra i reparti mobili preposti all’ordine pubblico, un tipo di attività tradizionalmente maschile, si annoverano 18 donne ai ruoli direttivi, e addirittura lo psicologo Vittorino Andreoli ne consiglia l’utilizzo anche in fase operativa per le spiccate abilità comunicative e la propensione a smorzare gli accenti di aggressività nel confronto tra parti avverse. Relativamente simile a quella degli uomini la distribuzionne tra le quattro specialità: Stradale, Ferroviaria, Postale, Frontiera. Numerose signore girano in motocicletta, calzando gli stivaloni della Stradale, o usano il gimper per i controlli in stazione, non tirandosi indietro per il duro lavoro con i turni in quinta a bordo delle volanti. Amano stare sul campo. In aria, come in acqua. Basti pensare ad una particolare sommozzatrice, Luisa Cavallo, con abilitazione a scendere fino ad alte profondità, che al timone del Cnes La Spezia gestisce 140 uomini. Ma può contare anche su un’altra subacquea, manovratice di camera iperbarica e fornita di patentino da fotografa navale, e sulle numerose colleghe delle squadre nautiche, motoriste navali, radariste, comandanti d’imbarcazione: signore padrone del mare, capaci di cavalcare l’acquascooter di servizio un’intera stagione per interventi sulle coste e servizi di prossimità. Le 68 donne che sono in forza ai reparti volo sono tutte superspecializzate, maestre alla cloche come all’assistenza pilotaggio, alla manutenzione meccanica come ai servizi di pista, sia abilitate al volo notturno che al pronto intervento aereo.
Emotive e irrazionali? Non lo dite alle poliziotte artificieri, operatrici antisabotaggio ed esperte in difesa nucleare batteriologica chimica e radiologica (i cosidetti gruppi Nbcr): sfoderano uguale freddezza, lucidità oltre che competenza, dei loro colleghi.
Forte e incisiva la presenza nelle investigazioni scientifiche, attività ad alto tasso “rosa”, disegnatrici di identikit, dattiloscopiste, analiste di laboratorio chimico e biologico, medici legali, psicologhe specializzate nel criminal profiling e nel burn out.
Eclettiche e poliedriche compaiono anche in zona “armi e armamenti”: istruttori di tiro (61), tiratrici scelte (3) ed esperte in tiro rapido, nonché addette all’armeria. Ve ne sono più di 250 che hanno scelto il duro addestramento dei servizi scorta e sicurezza (il ricordo corre subito all’agente Emanuela Loi, uccisa nell’attentato al giudice Borsellino), servizi che richiedono una ferrata preparazione fisica. Qualità che non manca di certo alle nostre atlete delle Fiamme oro, poche ma buone, anzi buonissime: si annoverano stelle olimpiche, vedi alla voce Valentina Vezzali, e campionesse europee come la slalomista Chiara Costazza e le giovanissime judoka Lucia Tangorre e Valentina Moscatt, nonché le superatlete nazionali del duathlon, Anna Maria Mazzetti e Daniela Chmet.
Mogli e mamme
A fronte di ottimi risultati professionali le signore pagano lo scotto della mancata realizzazione sentimentale e familiare?
A quanto rivelano i numeri non sembrerebbe. Hanno creato una famiglia con i loro compagni di vita, visto che la maggioranza è sposata (52,6%) e che non è possibile calcolare nella percentualele delle single (33%) le eventuali convivenze. Percentuali basse di separazioni 8,7% e di divorzi 4,7%, che non si discostano di molto dall’andamento nazionale (vedi grafico p. XIII). In questo sono simili ai loro colleghi e lontane dallo stereotipo letterario e cinematografico che vede il poliziotto condannato ad un’esistenza sregolata e bohemien.
Quasi due terzi, la maggioranza quindi, sono mamme (vedi grafico p. XIV). È un mestiere difficile per le turnazioni e spesso gli incarichi fuori sede ma non inconciliabile con la maternità. Il 37% (5.480 poliziotte) è senza figli, il 63% (9.382) ha figli; in quest’ultima percentuale prevalgono nel complesso le mamme da due figli in su, coronando il sogno delle italiane che pur desiderando la seconda culla in casa non si sentono di affrontare un’ulteriore gravidanza per l’incertezza contrattuale che comporterebbe una nuova assenza prolungata dal posto di lavoro. Ciò trova conferma nella ricerca della Commissione europea dove si legge che le mamme con lavoro “a tempo indeterminato” fanno più figli.
Certo sarebbero da studiare per le capacità di planning l’agente scelto che presta servizio alla questura di Forlì/Cesena e il collaboratore tecnico capo alla questura di Reggio Emilia, entrambe con 7 figli. Ma non è solo la realtà della piccola provincia a permettere una famiglia numerosa. A Genova come a Varese e a Catanzaro ci sono supermamme con 6 figli. Da Milano a Napoli da Treviso a Salerno, a Torino, Trieste e perfino nell’impegnativa Roma vi sono donne in divisa che si devono occupare di ben 5 figli. Sta di fatto che Centro, Nord e Sud d’Italia sono ugualmente presenti: la grande famiglia non appare un fondamento della sola cultura meridionale. Sebbene siano il Mezzogiorno e le isole a fornire la maggior parte delle aspiranti poliziotte, a seguire il Centro e il Nord, parimenti a quanto accade per i colleghi uomini.
La provincia con più gonne
La provenienza non coincide con la distribuzione geografica della forza rosa. Il Mezzogiorno e le Isole danno i natali al numero più ingente di poliziotte e in maniera inversamente proporzionale ne vedono al lavoro sul territorio la percentuale minore (29%). Una presenza superiore, il 34%, si registra al Nord. Mentre è il Centro ad assorbire ben il 37% della componente femminile. Naturalmente questa consistenza è dovuta alla presenza a Roma di tutti gli uffici e delle direzioni centrali del Dipartimento della pubblica sicurezza. Scendendo nel dettaglio del confronto forza lavoro maschile con forza lavoro femminile si scopre che la Liguria possiede due primati. Sia il primato della regione a più alto tasso rosa (19,5% con 3.304 uomini e 802 donne in servizio) che il primatmato della provincia, La Spezia, dove il gentil sesso arriva al 28% del personale complessivo di polizia (155 poliziotte e 401 poliziotti). Fanalini di coda, su scala provinciale, Enna (15 poliziotte a fronte di 370 poliziotti, il 3,9%) mentre su scala regionale sono la Valle d’Aosta e la Basilicata, rispettivamente il 7,2% e l’8,5% di presenza femminile (sebbene vada considerato che sono anche le ultime due regioni d’Italia per quanto rigurda il numero di abitanti).
Marzo 2010
www.poliziadistato.it (http://www.poliziadistato.it/poliziamoderna/articolo.php?cod_art=1898)
Roderigo
07-03-2010, 02:30
Cinquant’anni di polizia “al femminile”
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Roberta Cacalloro
Il Corpo di polizia femminile, istituito in seno all’Amministrazione della pubblica sicurezza, per il miglior espletamento dei propri compiti d’istituto, nasce a seguito della legge n. 1083 del 7 dicembre del 1959. È un corpo civile, con competenze limitate per materia ed alle esclusive dipendenze del ministero dell’Interno.
Tale Corpo era articolato su due ruoli: uno direttivo denominato delle ispettrici di polizia, ed uno di concetto, denominato delle assistenti di polizia. A tutto il personale venivano applicate, salvo quanto diversamente disposto dalla legge istitutiva, le disposizioni inerenti gli impiegati civili dello Stato.
Al personale femminile di polizia erano affidate le seguenti attribuzioni:
prevenzione e accertamenti dei reati contro la moralità pubblica ed il buon costume, la famiglia e l’integrità e sanità della stirpe nonché dei reati in materia di tutela del lavoro delle donne e dei minori;
indagini ed atti di polizia giudiziaria relativi a reati commessi da donne o da minori degli anni 18 o in loro danno;
vigilanza ed assistenza di donne e di minori nei cui confronti siano stati adottati provvedimenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria o che siano stati, comunque, convocati presso gli uffici di pubblica sicurezza;
eventuali compiti di assistenza nei confronti di donne nonché di minori in stato di abbandono morale e sociale mediante opportuni collegamenti con autorità ed enti che tali specifici compiti perseguono.
Il personale era inoltre suddiviso secondo le seguenti qualifiche:
per il ruolo delle ispettrici: ispettrice capo; ispettrice di 1^ classe; ispettrice di 2^ classe; ispettrice di 3^ classe; vice ispettrice;
per il ruolo delle assistenti: assistente superiore di 1^ classe; assistente superiore di 2^ classe; assistente di polizia di 1^ classe; assistente di polizia di 2^ classe; assistente di polizia di 3^ classe.
Per la qualifica di vice ispettrice era previsto l’accesso al periodo in prova mediante concorso pubblico per esami al quale potevano partecipare coloro che erano in possesso della cittadinanza italiana, di età compresa tra i 24 e i 32 anni, di laurea in giurisprudenza o scienze politiche, che tenevano una buona condotta nonché appartenenti a famigamiglia che godeva di ottima reputazione, possesso dell’idoneità psico-fisica al servizio di istituto, stato di nubile o vedova. Le stesse modalità di accesso erano previste per il ruolo delle assistenti, con l’unica variante per il titolo di studio in quanto per quest’ultimo ruolo era sufficiente il diploma di istituto di istruzione secondaria di 2° grado.
“Nell’esercizio delle loro funzioni e nei limiti delle loro attribuzioni, le ispettrici di polizia sono ufficiali di polizia giudiziaria ed hanno la qualifica di ufficiale di pubblica sicurezza. Le assistenti di polizia sono ufficiali di polizia giudiziaria ed hanno la qualifica di agente di pubblica sicurezza”.
Le vice ispettrici in prova e le assistenti di 3^ classe in prova, dopo aver conseguito la nomina, venivano assegnate ad un istituto di istruzione di polizia per la frequenza di un corso di formazione della durata non inferiore a quattro mesi.
Per contrarre matrimonio le ispettrici e le assistenti necessitavano dell’autorizzazione del ministero dell’Interno subordinata ai requisiti di moralità dello sposo e della sua famiglia, se contraevano matrimonio senza la necessaria autorizzazione decadevano dall’incarico.
Le ispettrici e le assistenti di polizia possedevano una uniforme di servizio, le cui caratteristiche e modalità per l’uso erano stabilite dal regolamento. La prima divisa era a carico dell’amministrazione, significando che le successive uniformi erano a carico delle dipendenti, a differenza di quanto accade invece oggi. Il personale del Corpo di polizia femminile veniva collocato a riposo al compimento del sessantesimo anno di età. Coloro che presentavano le dimissioni avevano comunque diritto alla pensione qualora avessero raggiunto i 15 anni di servizio e i 55 di età, oppure qualunque età al raggiungimento dei venti anni di servizio effettivo. Tutti i benefici concessi alla forza pubblica riguardanti l’uso dei trasporti pubblici comunali venivano estesi anche alle ispettrici ed alle assistenti.
Il personale femminile dell’Amministrazione militare
anglo-americana del territorio di Trieste
A differenza del territorio italiano, dove l’entrata delle donne nei Corpi di polizia, nonché in molti altri settori della pubblica amministrazione e della magistratura, era vietata dalla legge e soprattutto estranea a quella che era allora la mentalità comune, nel Territorio libero di Trieste, sotto l’amministrazione militare anglo-americana, le donne, per la differente legislazione nonché per la differente cultura sociale, avevano invece già da anni la possibilità di far parte della polizia civile.
Le appartenenti a tale corpo, chiamate “triestine”, venivano pertanto ammesse nelle forze dell’ordine a parità di trattamento economico e di stdi stato giuridico con il personale maschile.
Le stesse, una volta transitate alle dipendenze del commissario generale del Governo per il Territorio di Trieste, furono impiegate esclusivamente con mansioni amministrative e nel 1960, quando ne ebbero la possibilità, alcune di loro, circa una ventina, a richiesta confluirono nell’appena costituitosi Corpo di polizia femminile.
All’art. 14 della legge 1083/59 si prevede che il personale femminile di polizia alle dipendenze dell’Amministrazione militare anglo-americana del Territorio di Trieste, può a domanda da presentarsi entro 60 giorni dall’entrata in vigore della summenzionata legge, chiedere di essere inquadrato nei ruoli rispettivamente delle assistenti e delle ispettrici, previo possesso dei previsti titoli di studio.
Le stesse entravano nell’amministrazione italiana con il grado immediatamente inferiore a quello già posseduto precedentemente, con il criterio della precedenza per chi possedeva il titolo di studio più elevato e, a parità, per chi aveva più anzianità nel grado ricoperto.
Potevano riscattare, ai fini pensionistici, gli anni prestati nella precedente amministrazione e, se ammesse, venivano assegnate ad un istituto di istruzione di polizia per la frequenza di un corso professionale della durata non inferiore a quattro mesi.
La via per la parità
Con la legge istitutiva del Corpo di polizia femminile, si ravvisa il chiaro intento del legislatore di non voler affidare alle donne gli stessi compiti già attribuiti al personale maschile, come era avvenuto per il governo alleato, né quello di affidare loro esclusivamente compiti di supporto amministrativo-logistico, come avevano fatto alcuni governi stranieri introducendo la figura della “ausiliarie”.
Si pensò così che la migliore soluzione fosse quella di inserire all’interno degli uffici di polizia un nucleo ristretto di personale femminile, ad ordinamento civile, che, con particolare qualificazione, accertando alcune tipologie di reati, riuscisse ad evidenziare situazioni di disagio personale, familiare, a volte anche sociale, relativi al sesso femminile o a minorenni, nello specifico ogni tipo di reato commesso da donne o minori o in danno di donne o minori, e tentare di porvi rimedio.
Per la delicatezza, nonché anche per le poche e specifiche funzioni ad esse affidate, per entrare in tale corpo, alle aspiranti veniva chiesto un adeguato titolo di studio. Il corpo si componeva quindi di un ruolo direttivo, le ispettrici, e di un ruolo di concetto, le assistenti, ed era però privo di ruolo esecutivo, mancando in esso il ruolo degli agenti.
Pertanto le ispettrici e le assistenti per assolvere a pieno ai loro compiti venivano solitamente affiancate da personale maschile, facente parte del ruolo degli assistenti/agenti del Corpo delle delle guardie di ps, che prestava loro ausilio durante le pattuglie per la prevenzione o la repressione dei reati di cui le stesse dovevano occuparsi e per le attività connesse al servizio svolto.
Il Corpo di polizia femminile era composto da personale civile, ma aveva ordinamento militare in quanto le dipendenti erano obbligate ad indossare la divisa nonché a portare la pistola d’ordinanza. Nella pratica però alcune di esse, soprattutto per la delicatezza dei compiti svolti, prestavano servizio sovente in abiti civili, soprattutto nel trattamento con i minori per far sì che gli stessi, nel denunciare reati per i quali avevano già subito una violenza sia fisica che psicologica, trovassero in loro delle figure più familiari che istituzionali. Tale Corpo fornì un alto contributo professionale alle questure, dimostrando di essere tecnicamente preparato a percepire con maggiore sensibilità psicologica i reati subiti o consumati dai minori o dalla popolazione femminile, espletando funzioni costanti di osservazione e prevenzione di fenomeni particolari, quali: l’accattonaggio minorile, l’abbandono della formazione scolastica obbligatoria, lo sfruttamento della prostituzione.
Il servizio da esse svolto era spesso sottovalutato, in quanto riguardava più gli interventi di prevenzione che non di repressione dei reati, ma era particolarmente impegnativo soprattutto quando, trattando i reati connessi alla prostituzione, si aveva a che fare con gli sfruttatori.
Queste donne svolgevano quello che era il vero compito della prevenzione con l’assistenza alle vittime di reati, permettendo loro di parlare e di sfogarsi e di confessare problemi comunque risolvibili, ma che, sembrando insormontabili, potevano sfociare nel compimento di reati. Molte delle ispettrici ed assistenti seppero comunque dimostrare la loro capacità e competenza al punto di arrivare a collaborare senza problemi con il personale maschile, che in alcune sedi di servizio le riteneva ormai indispensabili.
Ciononostante, già a pochi anni dalla sua entrata in vigore, a dispetto di quanto previsto e voluto dal legislatore, buona parte del personale di cui era costituito il Corpo di polizia femminile venne impiegato in attività burocratiche o in funzioni sì indispensabili ma non di loro competenza, quali la custodia e l’accompagnamento di donne o minori trattenuti, compiti normalmente attribuiti ad agenti di sesso maschile.
Più rilevante fu l’attività che il Corpo di polizia femminile svolse su richiesta ed a fianco della magistratura minorile che meglio seppe apprezzare l’opportunità di utilizzare personale che possedeva tanto i mezzi, i poteri, la mobilità e la continuità di servizio delle tradizionali forze di polizia, quanto una cultura, una specifica preparazione e una maggiore sensibilità.
La polizia femminile non si sottrasse neanche ai compiti di più immediata assistenza alle popolazioni afflitte da gravi calamità naturali, contribuendo direttamente alle opere di soccorso, come dimostrato nell’intervento da esse effettuato nella valle del Belice a seguito del terremoto del 14 gennaio 1968, quando vennero lì inviate numerose ispettrici ed assistenti impegnate per mesi nel soccorso delle popolazioni colpite e nella gestione delle tendopoli lì installate. Per tale intervento vennero dati riconoscimenti personali alle dipendenti che operarono in quella situazione e venne conferita la Medaglia di bronzo al merito civile al Corpo di polizia femminile. Tra i vari compiti svolti da tale Corpo vi era anche l’assistenza alle famiglie o agli orfani dei poliziotti ed anche, ove possibile, la gestione di colonie destinate a prestare aiuto ai soggetti sopra menzionati, il tutto sempre in raccordo con il ministero dell’Interno.
Verso la riforma
Negli Anni ’70 la società italiana accelera le sue trasformazioni. Si ebbero modifiche nella legislazione civile e penale. Inizialmente alcuni corpi di polizia municipale, successivamente anche corpi di vigilanza privata iniziarono a immettere in ruolo personale femminile, con stato giuridico e mansioni identici a quelli del personale maschile. In virtù di ciò, all’interno dell’amministrazione della pubblica sicurezza, in vista anche di una riforma globale che veniva già da tempo richiesta, si iniziò a rivedere la presenza delle donne nell’amministrazione stessa.
Non si poteva poi omettere quella che era la difficoltà gestionale ed organizzativa del personale di polizia, allora composto da circa 70mila unità, ove erano presenti ufficiali provenienti dall’Accademia di polizia, nel cui corso di studi erano previste materie e schemi organizzativi molto simili a quelle delle forze armate. Tali ufficiali, inquadrati militarmente, si trovavano poi, per quel che riguardava l’ordine pubblico e l’impiego ordinario di polizia giudiziaria, a dipendere in modo prevalente dal personale inquadrato nel ruolo civile dei funzionari di pubblica sicurezza. A questa diarchia di funzioni si andava sommando la richiesta delle ispettrici di polizia che, svolgendo già mansioni di funzionari direttivi e dirigenti dello Stato, reclamavano compiti di effettiva direzione gestionale.
Per uniformare quindi l’organizzazione della pubblica sicurezza, oltre che alla nuova prospettiva sociale anche alle polizie europee, si sentì l’esigenza di concludere questa nuova fase, già iniziata nel 1979 quando venne presentato un disegno di legge di riforma dell’amministrazione della pubblica sicurezza, emanando la legge n. 121 del 1° Aprile 1981.
Attraverso tale legge l’autorità nazionale di pubblica sicurezza è afrave; affidata al ministro dell’Interno. La nuova amministrazione diventa civile (ma con un ordinamento speciale) ed è inserita nel Dipartimento della pubblica sicurezza guidato dal capo della Polizia, direttore generale della ps. In tale nuova amministrazione confluiranno tutte le figure già presenti nei disciolti Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e Corpo di polizia femminile.
La riforma, attuata con la legge 121/81, stabilì tra l’altro che personale maschile e femminile avesse parità di carriera e di mansioni.
Grazie a tale riforma oggi sono comuni i concorsi, la formazione iniziale e la partecipazione a corsi di specializzazione o qualificazione, molte donne hanno avuto possibilità di carriera pari agli uomini, diventando anch’esse questore, dirigente di commissariato, di istituto di istruzione o di sezioni della polizia stradale, pilota d’elicottero, istruttore di tiro, di tecniche operative o difesa personale.
Marzo 2010
www.poliziadistato.it
Roderigo
07-03-2010, 02:32
Le tappe legislative
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L’ingresso delle donne nella Polizia di Stato è stato scandito da alcune tappe legislative, che hanno permesso l’istituzione, prima di un Corpo di polizia femminile, separato dal Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, ma con esso in stretto rapporto lavorativo, poi la loro unificazione a creare l’attuale assetto organizzativo della Polizia di Stato, nonché l’adeguamento dell’ordinamento dell’amministrazione della ps alle leggi nazionali per quanto riguarda la creazione del Comitato nazionale per le pari opportunità e leggi riguardanti la tutela delle lavoratrici madri. Eccole.
La legge n. 1083, del 7 dicembre 1959, istituisce il Corpo di polizia femminile, la cui costituzione era già prevista nella legge 20 febbraio 1958 n. 75, “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”, meglio conosciuta come legge Merlin, che all’art. 12 del capo III (Disposizioni finali e transitorie) così recita: “È costituito un Corpo speciale femminile che gradualmente ed entro i limiti consentiti sostituirà la polizia nelle funzioni inerenti ai servizi del buon costume e della prevenzione della delinquenza minorile e della prostituzione. Con decreto presidenziale, su proposta del ministro dell’Interno, ne saranno determinati l’organizzazione ed il funzionamento”.
Nel 1975 con una circolare del ministro dell’Interno furono costituiti i “comitati di rappresentanza” del personale civile e militare di polizia, il cui primario compito fu di discutere il da farsi per dare un diverso status al personale femminile.
La legge n. 903, del 9 dicembre 1977, “Parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro”, anche conosche conosciuta come legge Anselmi, diede uno slancio decisivo alla parità in quanto con essa fu vietata, in materia di accesso a qualsiasi lavoro, ogni forma di discriminazione tra i due sessi. Grazie a questa legge, nel 1979, due donne ebbero l’opportunità di accedere al ruolo dei commissari a parità assoluta con i colleghi uomini, a seguito di ciò nelle questure, seppur per breve tempo, si trovarono a convivere due categorie di laureate, le ispettrici con compiti limitati, e i commissari donna con piene funzioni di polizia.
La legge n. 121, del 1° Aprile 1981 “Nuovo ordinamento dell’amministrazione della pubblica sicurezza”. È la legge di riforma che ha portato all’attuale assetto della Polizia di Stato. Significativo della parità sin qui analizzata è l’art. 25 (Personale della Polizia di Stato) che al 1° comma così recita: “La Polizia di Stato espleta i servizi di istituto con personale maschile e femminile con parità di attribuzioni, di funzioni, di trattamento economico e progressione di carriera”.
A seguito del dpr n. 395 del 31 Luglio 1995, come previsto dall’art. 20 (Pari opportunità) nel 1997 il capo della Polizia istituì un “Comitato nazionale per le pari opportunità”.
Tale comitato, presieduto da un rappresentante dell’amministrazione della pubblica sicurezza, ed in pari numero da funzionari dell’amministrazione, ha compiti di studio, di monitoraggio e di proposta finalizzati a creare effettive condizioni di parità tra il personale.
A livello provinciale, come previsto dall’art. 26 del dpr 395/95, operano poi le “Commissioni per le pari opportunità nel lavoro e nello sviluppo professionale”, aventi la stessa composizione del Comitato nazionale.
Il Comitato ha lavorato in questi anni sulla base di questionari formulati e consegnati al personale femminile, riguardanti le caratteristiche dell’uniforme, per dare rilievo alle esigenze delle poliziotte anche e soprattutto per quelle che sono le naturali differenze fisiche rispetto ai colleghi, attinenti inoltre al monitoraggio degli incarichi svolti dalle donne in uffici operativi, nonché se le stesse si sentissero o meno in qualche modo discriminate, sia direttamente che indirettamente, attraverso le mansioni loro assegnate.
La legge n. 53 dell’8 marzo 2000 “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”.
Con la collaborazione della Direzione centrale per le risorse umane
Marzo 2010
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