kalandar
15-02-2010, 00:46
Iran nucleare e Movimento Verde
un punto di vista dagli Stati Uniti
Original Version: So what now on Iran?
Alla luce della repressione del Movimento Verde per mano del governo iraniano l’11 febbraio, in occasione dell’anniversario della Rivoluzione Islamica, gli Stati Uniti non dovrebbero riporre la loro fiducia in un cambio di regime dall’interno né in una avventata azione bellica contro l’Iran. La via negoziale, accompagnata da una ferma condanna di ogni violazione dei diritti umani, resta l’unica alternativa percorribile – scrive l’accademico americano Marc Lynch
***
Non è facile essere pessimisti sul Movimento Verde iraniano. Tutti vogliono sostenere i coraggiosi manifestanti, e quasi tutti sperano di vederli prevalere su un regime sempre più criminale. Anch’io lo spero. Ma nel corso delle ultime settimane, Washington sembra aver parlato fra sé e sé di qualcosa di più – la convinzione che un cambiamento di regime in Iran fosse in realtà vicino, e che tale cambiamento dal basso del regime sarebbe stato effettivamente più probabile e più facile rispetto a un accordo negoziato sul programma nucleare. Personalmente mi sono mostrato scettico in pubblico e in privato … ho visto i regimi arabi sopravvivere di fronte all’insoddisfazione popolare per decenni, e ho visto fin troppo chiaramente che, mentre i regimi mediorientali non sono molto efficienti, sono invece dannatamente bravi a restare al potere. Eppure, nel corso delle ultime settimane ho letto innumerevoli articoli, e mi è stato detto con fare complice e cospiratorio da molti “osservatori” dell’Iran, che l’11 febbraio sarebbe stata la svolta per il Movimento Verde. E ormai è abbastanza chiaro che non lo era. E adesso?
Il fiasco di oggi non dovrebbe sorprendere nessuno, anche se molti speravano in qualcosa di più. Non dovremmo leggere troppi significati in esso, anche se le aspettative erano salite. Ma le prospettive di un cambiamento di regime mi sono sembrate via via meno probabili nel corso del tempo, piuttosto che non il contrario. In quei primi giorni caotici dopo il fiasco elettorale, avrebbe potuto esserci la possibilità di un effetto a cascata, che avrebbe potuto cambiare le cose prima che il regime fosse in grado di mobilitarsi. Ma esso è sopravvissuto (e ci sarebbe riuscito probabilmente anche in maniera più facile, se l’amministrazione Obama avesse pubblicamente preso posizione). Da allora, esso ha sistematicamente represso e diviso l’opposizione, ha perseguitato la sua leadership e i suoi membri, e ha adottato misure per rafforzare i propri strumenti di controllo. Internet può aver giocato un ruolo decisivo o meno nell’alimentare il Movimento Verde, ma in ogni caso il regime è ora pronto a bloccare la rete quando è necessario. La tradizione sciita di commemorazioni e importanti anniversari nazionali offre punti di riferimento per l’organizzazione e la mobilitazione dell’opposizione, ma dice anche al regime esattamente dove e quando aspettarsi le attività di protesta. In breve, sono pienamente convinto che il regime iraniano sia più impopolare e meno legittimato che mai – ma semplicemente non lo vedo particolarmente vulnerabile in questo momento.
È per questo che penso che il team di Obama abbia fatto assolutamente bene ad astenersi dall’investire in un movimento di protesta che potrebbe rivelarsi incoerente o essere schiacciato. Questa posizione manca, si potrebbe dire, “della soddisfacente purezza dell’indignazione” (quest’espressione fu utilizzata dal presidente Obama nel suo discorso in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace, quando a proposito del lavoro diplomatico disse: “So che dialogare con regimi repressivi manca della soddisfacente purezza dell’indignazione; ma so anche che sanzioni senza dialogo – e condanne senza discussioni – possono portare avanti un paralizzante status quo” (N.d.T.) ). Ma è la scelta giusta. Dobbiamo accettare i limiti dell’influenza americana sugli eventi in Iran. Ciò non significa che gli Stati Uniti non dovrebbero difendere i diritti umani e criticare la repressione – credo che l’amministrazione dovrebbe appoggiare le libertà pubbliche in Iran, così come dovrebbe farlo in tutto il mondo arabo (e oltre). Ma non dovrebbe contare su un cambiamento di regime dal basso, che sarà ampiamente determinato dalle dinamiche interne iraniane e non da atteggiamenti americani.
Quali sono le alternative? Alcuni sembrano volere un importante discorso presidenziale che dichiari la solidarietà americana con il Movimento Verde. Ma queste sono spesso le stesse persone che hanno deriso in passato la fede di Obama nella sua stessa retorica; tuttavia non importa – le persone cambiano, così come le circostanze. Ma un discorso di questo genere sarebbe d’aiuto? Ne dubito. Sarebbe in realtà una mossa popolare a livello nazionale americano… ma comporterebbe costi reali che Obama fa bene a evitare. Esso potrebbe incitare i manifestanti, i quali sono però già molto motivati per conto proprio. Vorrebbe dire fare una implicita promessa che gli Stati Uniti li proteggeranno se essi dovessero tentare qualcosa di più – una promessa che quasi certamente non potrebbe essere mantenuta. Inoltre renderebbe molto facile per il regime demonizzare e screditare l’opposizione dipingendola come una pedina o un burattino in mani americane. Io non ripongo molta speranza nel fatto che un cambiamento di regime interno, con o senza un palese incoraggiamento degli Stati Uniti, sarà la bacchetta magica … ma credo che ciò sarà leggermente più probabile se gli USA non si intrometteranno diventando il nocciolo del problema.
I sempre più insistenti tamburi di guerra rimangono ugualmente irresponsabili e poco giustificati come in passato. Trovo rassicurante che i consiglieri di Obama affermino che l’obiettivo principale della loro strategia è di evitare la guerra. Sarei felice se non dovessi più essere costretto ad ascoltare qualcuno che spiega come la guerra sia l’unica scelta logica, come i suoi costi non siano poi così alti, mentre i benefici sarebbero enormi. Ma a quel punto dovrei chiamarmi fuori dagli affari di politica estera, in quanto i fautori della guerra sostengono sempre tali argomenti. Un attacco americano o israeliano sarebbe rischioso, avrebbe enormi costi umani, sarebbe devastante per il resto della strategia di Obama, comporterebbe probabilmente una svolta drammatica in Iraq, avrebbe effetti significativi (seppure temporanei) sull’economia mondiale, e probabilmente rafforzerebbe il regime, piuttosto che indebolirlo. Non dovrebbe essere considerato una soluzione politica seria.
Non penso neppure che ci sia l’opportunità di raggiungere un grande accordo in questo momento. Ciò sarebbe potuto accadere nei primi mesi della presidenza Obama, se egli avesse fatto scelte diverse e avesse affrontato il problema in un quadro concettuale più aggiornato. Vi erano un sacco di buone idee in giro nella fase iniziale, riguardo alla possibilità di inserire l’Iran in un più ampio contesto regionale, e di abbattere la rigida contrapposizione a due, tipica dell’era Bush. Non sapremo mai se la crisi elettorale abbia ucciso le possibilità di una svolta positiva, o se la strategia di dialogare e di preparare contemporaneamente le sanzioni, se il dialogo avesse fallito, non fosse condannata sin dall’inizio. Ma non si può tornare indietro, il dado è tratto.
Dunque tutto ciò che ci rimane sono i negoziati e le sanzioni … che non sembrano avere grandi prospettive in questo momento, ma che almeno possono evitare le conseguenze peggiori degli altri approcci. Le sanzioni probabilmente funzioneranno meglio se rimarranno mirate e strettamente legate alla strategia negoziale (vale a dire l’approccio della Casa Bianca), invece di essere in primo luogo dimostrative e guidate dalla politica interna (vale a dire la versione del Senato). L’impegno deve essere combinato con un coerente messaggio di sostegno degli Stati Uniti alle libertà pubbliche e ai diritti umani, cosa che potrebbe aumentare, per il regime iraniano, i costi nazionali e internazionali della repressione, senza compromettere il movimento di opposizione associandolo all’Occidente. L’attenzione generale dovrebbe essere focalizzata sul modo di costruire le condizioni che permettano alla strategia negoziale di funzionare – non è un compito facile, ma si tratta della migliore opzione disponibile. In generale, noi tutti faremmo meglio se riuscissimo a distogliere il discorso pubblico dalle speranze in un cambio di regime e dalla guerra, ed a concentrarlo sulla meno attraente ma più utile questione di come far funzionare una strategia di negoziato.
Marc Lynch è professore associato di scienze politiche ed affari internazionali, e direttore dell’Istituto di Studi Mediorientali presso la George Washington University
http://www.medarabnews.com/2010/02/14/iran-nucleare-e-movimento-verde-%E2%80%93-un-punto-di-vista-dagli-stati-uniti/
un punto di vista dagli Stati Uniti
Original Version: So what now on Iran?
Alla luce della repressione del Movimento Verde per mano del governo iraniano l’11 febbraio, in occasione dell’anniversario della Rivoluzione Islamica, gli Stati Uniti non dovrebbero riporre la loro fiducia in un cambio di regime dall’interno né in una avventata azione bellica contro l’Iran. La via negoziale, accompagnata da una ferma condanna di ogni violazione dei diritti umani, resta l’unica alternativa percorribile – scrive l’accademico americano Marc Lynch
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Non è facile essere pessimisti sul Movimento Verde iraniano. Tutti vogliono sostenere i coraggiosi manifestanti, e quasi tutti sperano di vederli prevalere su un regime sempre più criminale. Anch’io lo spero. Ma nel corso delle ultime settimane, Washington sembra aver parlato fra sé e sé di qualcosa di più – la convinzione che un cambiamento di regime in Iran fosse in realtà vicino, e che tale cambiamento dal basso del regime sarebbe stato effettivamente più probabile e più facile rispetto a un accordo negoziato sul programma nucleare. Personalmente mi sono mostrato scettico in pubblico e in privato … ho visto i regimi arabi sopravvivere di fronte all’insoddisfazione popolare per decenni, e ho visto fin troppo chiaramente che, mentre i regimi mediorientali non sono molto efficienti, sono invece dannatamente bravi a restare al potere. Eppure, nel corso delle ultime settimane ho letto innumerevoli articoli, e mi è stato detto con fare complice e cospiratorio da molti “osservatori” dell’Iran, che l’11 febbraio sarebbe stata la svolta per il Movimento Verde. E ormai è abbastanza chiaro che non lo era. E adesso?
Il fiasco di oggi non dovrebbe sorprendere nessuno, anche se molti speravano in qualcosa di più. Non dovremmo leggere troppi significati in esso, anche se le aspettative erano salite. Ma le prospettive di un cambiamento di regime mi sono sembrate via via meno probabili nel corso del tempo, piuttosto che non il contrario. In quei primi giorni caotici dopo il fiasco elettorale, avrebbe potuto esserci la possibilità di un effetto a cascata, che avrebbe potuto cambiare le cose prima che il regime fosse in grado di mobilitarsi. Ma esso è sopravvissuto (e ci sarebbe riuscito probabilmente anche in maniera più facile, se l’amministrazione Obama avesse pubblicamente preso posizione). Da allora, esso ha sistematicamente represso e diviso l’opposizione, ha perseguitato la sua leadership e i suoi membri, e ha adottato misure per rafforzare i propri strumenti di controllo. Internet può aver giocato un ruolo decisivo o meno nell’alimentare il Movimento Verde, ma in ogni caso il regime è ora pronto a bloccare la rete quando è necessario. La tradizione sciita di commemorazioni e importanti anniversari nazionali offre punti di riferimento per l’organizzazione e la mobilitazione dell’opposizione, ma dice anche al regime esattamente dove e quando aspettarsi le attività di protesta. In breve, sono pienamente convinto che il regime iraniano sia più impopolare e meno legittimato che mai – ma semplicemente non lo vedo particolarmente vulnerabile in questo momento.
È per questo che penso che il team di Obama abbia fatto assolutamente bene ad astenersi dall’investire in un movimento di protesta che potrebbe rivelarsi incoerente o essere schiacciato. Questa posizione manca, si potrebbe dire, “della soddisfacente purezza dell’indignazione” (quest’espressione fu utilizzata dal presidente Obama nel suo discorso in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace, quando a proposito del lavoro diplomatico disse: “So che dialogare con regimi repressivi manca della soddisfacente purezza dell’indignazione; ma so anche che sanzioni senza dialogo – e condanne senza discussioni – possono portare avanti un paralizzante status quo” (N.d.T.) ). Ma è la scelta giusta. Dobbiamo accettare i limiti dell’influenza americana sugli eventi in Iran. Ciò non significa che gli Stati Uniti non dovrebbero difendere i diritti umani e criticare la repressione – credo che l’amministrazione dovrebbe appoggiare le libertà pubbliche in Iran, così come dovrebbe farlo in tutto il mondo arabo (e oltre). Ma non dovrebbe contare su un cambiamento di regime dal basso, che sarà ampiamente determinato dalle dinamiche interne iraniane e non da atteggiamenti americani.
Quali sono le alternative? Alcuni sembrano volere un importante discorso presidenziale che dichiari la solidarietà americana con il Movimento Verde. Ma queste sono spesso le stesse persone che hanno deriso in passato la fede di Obama nella sua stessa retorica; tuttavia non importa – le persone cambiano, così come le circostanze. Ma un discorso di questo genere sarebbe d’aiuto? Ne dubito. Sarebbe in realtà una mossa popolare a livello nazionale americano… ma comporterebbe costi reali che Obama fa bene a evitare. Esso potrebbe incitare i manifestanti, i quali sono però già molto motivati per conto proprio. Vorrebbe dire fare una implicita promessa che gli Stati Uniti li proteggeranno se essi dovessero tentare qualcosa di più – una promessa che quasi certamente non potrebbe essere mantenuta. Inoltre renderebbe molto facile per il regime demonizzare e screditare l’opposizione dipingendola come una pedina o un burattino in mani americane. Io non ripongo molta speranza nel fatto che un cambiamento di regime interno, con o senza un palese incoraggiamento degli Stati Uniti, sarà la bacchetta magica … ma credo che ciò sarà leggermente più probabile se gli USA non si intrometteranno diventando il nocciolo del problema.
I sempre più insistenti tamburi di guerra rimangono ugualmente irresponsabili e poco giustificati come in passato. Trovo rassicurante che i consiglieri di Obama affermino che l’obiettivo principale della loro strategia è di evitare la guerra. Sarei felice se non dovessi più essere costretto ad ascoltare qualcuno che spiega come la guerra sia l’unica scelta logica, come i suoi costi non siano poi così alti, mentre i benefici sarebbero enormi. Ma a quel punto dovrei chiamarmi fuori dagli affari di politica estera, in quanto i fautori della guerra sostengono sempre tali argomenti. Un attacco americano o israeliano sarebbe rischioso, avrebbe enormi costi umani, sarebbe devastante per il resto della strategia di Obama, comporterebbe probabilmente una svolta drammatica in Iraq, avrebbe effetti significativi (seppure temporanei) sull’economia mondiale, e probabilmente rafforzerebbe il regime, piuttosto che indebolirlo. Non dovrebbe essere considerato una soluzione politica seria.
Non penso neppure che ci sia l’opportunità di raggiungere un grande accordo in questo momento. Ciò sarebbe potuto accadere nei primi mesi della presidenza Obama, se egli avesse fatto scelte diverse e avesse affrontato il problema in un quadro concettuale più aggiornato. Vi erano un sacco di buone idee in giro nella fase iniziale, riguardo alla possibilità di inserire l’Iran in un più ampio contesto regionale, e di abbattere la rigida contrapposizione a due, tipica dell’era Bush. Non sapremo mai se la crisi elettorale abbia ucciso le possibilità di una svolta positiva, o se la strategia di dialogare e di preparare contemporaneamente le sanzioni, se il dialogo avesse fallito, non fosse condannata sin dall’inizio. Ma non si può tornare indietro, il dado è tratto.
Dunque tutto ciò che ci rimane sono i negoziati e le sanzioni … che non sembrano avere grandi prospettive in questo momento, ma che almeno possono evitare le conseguenze peggiori degli altri approcci. Le sanzioni probabilmente funzioneranno meglio se rimarranno mirate e strettamente legate alla strategia negoziale (vale a dire l’approccio della Casa Bianca), invece di essere in primo luogo dimostrative e guidate dalla politica interna (vale a dire la versione del Senato). L’impegno deve essere combinato con un coerente messaggio di sostegno degli Stati Uniti alle libertà pubbliche e ai diritti umani, cosa che potrebbe aumentare, per il regime iraniano, i costi nazionali e internazionali della repressione, senza compromettere il movimento di opposizione associandolo all’Occidente. L’attenzione generale dovrebbe essere focalizzata sul modo di costruire le condizioni che permettano alla strategia negoziale di funzionare – non è un compito facile, ma si tratta della migliore opzione disponibile. In generale, noi tutti faremmo meglio se riuscissimo a distogliere il discorso pubblico dalle speranze in un cambio di regime e dalla guerra, ed a concentrarlo sulla meno attraente ma più utile questione di come far funzionare una strategia di negoziato.
Marc Lynch è professore associato di scienze politiche ed affari internazionali, e direttore dell’Istituto di Studi Mediorientali presso la George Washington University
http://www.medarabnews.com/2010/02/14/iran-nucleare-e-movimento-verde-%E2%80%93-un-punto-di-vista-dagli-stati-uniti/