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kalandar
15-02-2010, 00:46
Iran nucleare e Movimento Verde
un punto di vista dagli Stati Uniti

Original Version: So what now on Iran?

Alla luce della repressione del Movimento Verde per mano del governo iraniano l’11 febbraio, in occasione dell’anniversario della Rivoluzione Islamica, gli Stati Uniti non dovrebbero riporre la loro fiducia in un cambio di regime dall’interno né in una avventata azione bellica contro l’Iran. La via negoziale, accompagnata da una ferma condanna di ogni violazione dei diritti umani, resta l’unica alternativa percorribile – scrive l’accademico americano Marc Lynch


***

Non è facile essere pessimisti sul Movimento Verde iraniano. Tutti vogliono sostenere i coraggiosi manifestanti, e quasi tutti sperano di vederli prevalere su un regime sempre più criminale. Anch’io lo spero. Ma nel corso delle ultime settimane, Washington sembra aver parlato fra sé e sé di qualcosa di più – la convinzione che un cambiamento di regime in Iran fosse in realtà vicino, e che tale cambiamento dal basso del regime sarebbe stato effettivamente più probabile e più facile rispetto a un accordo negoziato sul programma nucleare. Personalmente mi sono mostrato scettico in pubblico e in privato … ho visto i regimi arabi sopravvivere di fronte all’insoddisfazione popolare per decenni, e ho visto fin troppo chiaramente che, mentre i regimi mediorientali non sono molto efficienti, sono invece dannatamente bravi a restare al potere. Eppure, nel corso delle ultime settimane ho letto innumerevoli articoli, e mi è stato detto con fare complice e cospiratorio da molti “osservatori” dell’Iran, che l’11 febbraio sarebbe stata la svolta per il Movimento Verde. E ormai è abbastanza chiaro che non lo era. E adesso?

Il fiasco di oggi non dovrebbe sorprendere nessuno, anche se molti speravano in qualcosa di più. Non dovremmo leggere troppi significati in esso, anche se le aspettative erano salite. Ma le prospettive di un cambiamento di regime mi sono sembrate via via meno probabili nel corso del tempo, piuttosto che non il contrario. In quei primi giorni caotici dopo il fiasco elettorale, avrebbe potuto esserci la possibilità di un effetto a cascata, che avrebbe potuto cambiare le cose prima che il regime fosse in grado di mobilitarsi. Ma esso è sopravvissuto (e ci sarebbe riuscito probabilmente anche in maniera più facile, se l’amministrazione Obama avesse pubblicamente preso posizione). Da allora, esso ha sistematicamente represso e diviso l’opposizione, ha perseguitato la sua leadership e i suoi membri, e ha adottato misure per rafforzare i propri strumenti di controllo. Internet può aver giocato un ruolo decisivo o meno nell’alimentare il Movimento Verde, ma in ogni caso il regime è ora pronto a bloccare la rete quando è necessario. La tradizione sciita di commemorazioni e importanti anniversari nazionali offre punti di riferimento per l’organizzazione e la mobilitazione dell’opposizione, ma dice anche al regime esattamente dove e quando aspettarsi le attività di protesta. In breve, sono pienamente convinto che il regime iraniano sia più impopolare e meno legittimato che mai – ma semplicemente non lo vedo particolarmente vulnerabile in questo momento.

È per questo che penso che il team di Obama abbia fatto assolutamente bene ad astenersi dall’investire in un movimento di protesta che potrebbe rivelarsi incoerente o essere schiacciato. Questa posizione manca, si potrebbe dire, “della soddisfacente purezza dell’indignazione” (quest’espressione fu utilizzata dal presidente Obama nel suo discorso in occasione del conferimento del premio Nobel per la pace, quando a proposito del lavoro diplomatico disse: “So che dialogare con regimi repressivi manca della soddisfacente purezza dell’indignazione; ma so anche che sanzioni senza dialogo – e condanne senza discussioni – possono portare avanti un paralizzante status quo” (N.d.T.) ). Ma è la scelta giusta. Dobbiamo accettare i limiti dell’influenza americana sugli eventi in Iran. Ciò non significa che gli Stati Uniti non dovrebbero difendere i diritti umani e criticare la repressione – credo che l’amministrazione dovrebbe appoggiare le libertà pubbliche in Iran, così come dovrebbe farlo in tutto il mondo arabo (e oltre). Ma non dovrebbe contare su un cambiamento di regime dal basso, che sarà ampiamente determinato dalle dinamiche interne iraniane e non da atteggiamenti americani.

Quali sono le alternative? Alcuni sembrano volere un importante discorso presidenziale che dichiari la solidarietà americana con il Movimento Verde. Ma queste sono spesso le stesse persone che hanno deriso in passato la fede di Obama nella sua stessa retorica; tuttavia non importa – le persone cambiano, così come le circostanze. Ma un discorso di questo genere sarebbe d’aiuto? Ne dubito. Sarebbe in realtà una mossa popolare a livello nazionale americano… ma comporterebbe costi reali che Obama fa bene a evitare. Esso potrebbe incitare i manifestanti, i quali sono però già molto motivati per conto proprio. Vorrebbe dire fare una implicita promessa che gli Stati Uniti li proteggeranno se essi dovessero tentare qualcosa di più – una promessa che quasi certamente non potrebbe essere mantenuta. Inoltre renderebbe molto facile per il regime demonizzare e screditare l’opposizione dipingendola come una pedina o un burattino in mani americane. Io non ripongo molta speranza nel fatto che un cambiamento di regime interno, con o senza un palese incoraggiamento degli Stati Uniti, sarà la bacchetta magica … ma credo che ciò sarà leggermente più probabile se gli USA non si intrometteranno diventando il nocciolo del problema.

I sempre più insistenti tamburi di guerra rimangono ugualmente irresponsabili e poco giustificati come in passato. Trovo rassicurante che i consiglieri di Obama affermino che l’obiettivo principale della loro strategia è di evitare la guerra. Sarei felice se non dovessi più essere costretto ad ascoltare qualcuno che spiega come la guerra sia l’unica scelta logica, come i suoi costi non siano poi così alti, mentre i benefici sarebbero enormi. Ma a quel punto dovrei chiamarmi fuori dagli affari di politica estera, in quanto i fautori della guerra sostengono sempre tali argomenti. Un attacco americano o israeliano sarebbe rischioso, avrebbe enormi costi umani, sarebbe devastante per il resto della strategia di Obama, comporterebbe probabilmente una svolta drammatica in Iraq, avrebbe effetti significativi (seppure temporanei) sull’economia mondiale, e probabilmente rafforzerebbe il regime, piuttosto che indebolirlo. Non dovrebbe essere considerato una soluzione politica seria.

Non penso neppure che ci sia l’opportunità di raggiungere un grande accordo in questo momento. Ciò sarebbe potuto accadere nei primi mesi della presidenza Obama, se egli avesse fatto scelte diverse e avesse affrontato il problema in un quadro concettuale più aggiornato. Vi erano un sacco di buone idee in giro nella fase iniziale, riguardo alla possibilità di inserire l’Iran in un più ampio contesto regionale, e di abbattere la rigida contrapposizione a due, tipica dell’era Bush. Non sapremo mai se la crisi elettorale abbia ucciso le possibilità di una svolta positiva, o se la strategia di dialogare e di preparare contemporaneamente le sanzioni, se il dialogo avesse fallito, non fosse condannata sin dall’inizio. Ma non si può tornare indietro, il dado è tratto.

Dunque tutto ciò che ci rimane sono i negoziati e le sanzioni … che non sembrano avere grandi prospettive in questo momento, ma che almeno possono evitare le conseguenze peggiori degli altri approcci. Le sanzioni probabilmente funzioneranno meglio se rimarranno mirate e strettamente legate alla strategia negoziale (vale a dire l’approccio della Casa Bianca), invece di essere in primo luogo dimostrative e guidate dalla politica interna (vale a dire la versione del Senato). L’impegno deve essere combinato con un coerente messaggio di sostegno degli Stati Uniti alle libertà pubbliche e ai diritti umani, cosa che potrebbe aumentare, per il regime iraniano, i costi nazionali e internazionali della repressione, senza compromettere il movimento di opposizione associandolo all’Occidente. L’attenzione generale dovrebbe essere focalizzata sul modo di costruire le condizioni che permettano alla strategia negoziale di funzionare – non è un compito facile, ma si tratta della migliore opzione disponibile. In generale, noi tutti faremmo meglio se riuscissimo a distogliere il discorso pubblico dalle speranze in un cambio di regime e dalla guerra, ed a concentrarlo sulla meno attraente ma più utile questione di come far funzionare una strategia di negoziato.

Marc Lynch è professore associato di scienze politiche ed affari internazionali, e direttore dell’Istituto di Studi Mediorientali presso la George Washington University

http://www.medarabnews.com/2010/02/14/iran-nucleare-e-movimento-verde-%E2%80%93-un-punto-di-vista-dagli-stati-uniti/

red sky
23-02-2010, 21:34
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6792

Il caso Iran

DI FRANCO CARDINI
diorama.it/

Qualcosa di molto grave si sta profilando in Occidente: qualcosa che forse minaccia il mondo. E’ uno scenario che purtroppo abbiamo già visto. Tra 2002 e 2003 i governi statunitense e britannico inscenarono una pietosa e vergognosa commedia cercando di far credere al mondo che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di pericolose armi segrete di distruzione di massa. Era incredibile: e infatti chi aveva capacità di comprendere e di assumere informazioni precise si rese subito conto che si trattava di una colossale e infame menzogna. Ma i mass media insistevano, i politici – anche italiani – erano già decisi a seguire il sentiero tracciato del sinistro signor Bush: il risultato fu la guerra e un’occupazione che perdura e dalla quale gli stessi italiani non sanno come far a uscire.[1]

Sette anni dopo, siamo alle solite: analogo scenario, analoghe sfrontate bugie. La vittima designata, ora, è l’Iran. Auguriamoci che le dissennate dichiarazioni dei politici e dei mass media non preludano a qualcosa di simile al pasticcio irakeno: stavolta sarebbe molto più grave.

La Repubblica Islamica dell’Iran è una società molto complessa,[2] che non è certo retta da un regime totalitario, bensì da un sistema assembleare per certi versi paragonabile a una repubblica protosovietica controllata da un “senato” di teologi-giuristi. Nata da uno strappo violento che ha sottratto trent’anni fa agli USA il suo più sicuro e fedele alleato-subordinato e che ha fatto tabula rasa d’importanti interessi petroliferi occidentali, è strutturalmente avversaria della superpotenza americana: dal momento che essa individua in Israele il principale supporto della politica statunitense nel Vicino Oriente, essa avversa radicalmente anche quest’ultimo. Non c’è dubbio che il governo iraniano attuale abusi dei suoi poteri, a cominciare da quello che gli consente di comminare pene capitali, e che non rispetti alcuni diritti della persona umana. Non è l’unico a far certe cose (tali diritti non sono rispettati nemmeno nell’illegale campo di detenzione di Guantanamo, tenuto aperto dalla Prima Democrazia del mondo): ma le fa, e ciò dev’essere denunziato con deciso rigore.

Ciò non toglie che sull’Iran il mondo occidentale in genere, italiano in particolare, sia malissimo informato. Esaminiamo sinteticamente i quattro fondamentali capi d’accusa che vengono ormai rivolti abitualmente al governo di Ahmedinejad: si sarebbe reso responsabile di gravi brogli elettorali durante le ultime elezioni e di una pesante repressione delle proteste da parte dell’opposizione; minaccerebbe e programmerebbe un attacco contro Israele, con intenzione di distruggerlo; starebbe fabbricandosi un potenziale nucleare militare; sarebbe candidato a cedere in quanto isolato internazionalmente.

Si tratta sostanzialmente di quattro calunnie, per quanto ciascuna di essi riposi su un qualche elemento di verità. Vediamole in ordine.
Prima. In una recente intervista consultabile nella versione telematica di “Panorama” del 30.12.2010 una delle maggiori esperte di cose iraniane, Farian Sabahi,[3] non ha escluso che vi siano stati brogli elettorali, ma ha sottolineato che essi non possono aver falsato sostanzialmente il responso delle urne che è stato comunque con certezza largamente favorevole ad Ahmadinejad in quanto egli, a differenza dei suoi elettori, ha saputo guadagnarsi la fiducia della maggioranza degli iraniani non grazie alle sue tracotanti minacce contro Israele, bensì con una politica sociale che ha costantemente messo a disposizione dei ceti più deboli una massa ingente di pubbliche risorse, ha consentito a 22 milioni d’iraniani di accedere a efficaci cure mediche gratuite, ha aumentato molti stipendi (p.es. del 30% quello degli insegnanti), ha aumentato del 50% ‘entità delle pensioni. Al contrario i suoi avversari, pur abilissimi a mobilitarsi su Twitter e forti nei ceti medi specie della capitale, hanno fatto ben poca breccia nei centri minori e praticamente nessuna nelle campagne. I nostri mass media insistono sui deliri oratori hitleriani di Ahmedinejad (che peraltro riassumono sistematicamente, senza darci modo di capire che cosa effettivamente egli dica, e a chi, e in quali contesti), ma non c’informano per nulla della sua politica sociale, impedendoci di farci un’idea di che cosa realmente sia l’Iran di oggi.[4]

Seconda. Quanto all’atteggiamento di Ahmedinejad contro Israele, è indubbiamente una maldestra e odiosa misura propagandistica da parte sua la contestazione della shoah; ma, quanto alle minacce, chi non si limita al materiale scaricato da Twitter si è reso facilmente conto che il presidente iraniano non ha mai affermato che Israele vada distrutta (cioè che gli israeliani siano eliminati o cacciati), bensì che la pretesa di uno stato ebraico che si presenti come etnocratico e confessionale ma che nello stesso tempo pretenda di essere un modello di democrazia all’occidentale è evidentemente insostenibile in quanto costituisce una contraddizione in termini. Da ciò Ahmedinejad non deduce che lo stato d’Israele vada distrutto dall’esterno, ma che esso non potrà mai mantenersi sulla base dei principi proclamati. Oltretutto, nell’ormai radicato immaginario occidentale Ahmadinejad starebbe minacciando di distruzione nucleare Israele: ora, si domanda come può il leader di uno stato che non è ancora arrivato nemmeno al nucleare civile minacciare di distruzione nucleare un paese che invece dispone sul serio di un nucleare militare. Tutto ciò è assurdo. E non è difatti mai accaduto. Ahmedinejad si limita a dire che la convivenza di ebrei e di palestinesi dovrà essere rifondata su basi diverse da quelle dell’attuale stato d’Israele se vorrà avere qualche probabilità di sopravvivere.

Terza, la questione nucleare. Qui siamo al ridicolo e all’infamia al tempo stesso. L’11 febbraio scorso, trentennale della rivoluzione khomeinista, l’ambasciatore iraniano presso la Santa Sede Alì Akbar Naseri indiceva una conferenza stampa. Visto il momento “caldissimo” nell’opinione pubblica, si potrebbe supporre ch’essa è stata presa d’assalto dai media. Macché. Né un TG importante, né una testata di rilievo: è così che da noi si fa informazione. Tuttavia, le pacate dichiarazioni del diplomatico hanno richiamato un’ennesima volta a una verità obiettiva che ormai conosciamo. Il 4 febbraio scorso, il governo iraniano ha formulato alla authority internazionale nucleare, l’AIEA, una proposta molto flessibile e ragionevole: accettazione della prassi elaborata dal gruppo dei 5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Germania) nell’ottobre scorso, sulla base della quale l’Iran consegnerà delle partite di uranio arricchito al 3,5% alla Russia, che lo porterà al 20% e lo passerà alla Francia incaricato di restituirlo all’Iran. Date però le circostanze e il macchinoso sistema elaborato, il governo dell’Iran – temendo evidentemente che l’uranio gli venga sottratto – chiede semplicemente che lo scambio avvengo in territorio iraniano e che ad ogni cessione di partita di uranio al 3,5% l’Iran venga risarcito con la consegna di una pari quantità arricchita al 20%. Non si capisce perché il governo statunitense abbia rifiutato come “non interessante” una proposta del genere e si ostini a pretendere dall’Iran la pura e semplice cessione del minerale, senza contropartite né garanzie. Ciò corrisponde solo a un vecchio e abusato trucco diplomatico: formulare pretese assurde e irricevibili per poi accusare l’avversario, reo di non averle accettate. Bisogna al riguardo tener presente due cose: primo, per avviare la costruzione del nucleare militare è necessario un arricchimento dell’uranio all’80%, mentre l’Iran non è ancora in grado nemmeno di arricchirlo al 20%, limite indispensabile per gli usi civili. E di sviluppare un nucleare civile l’Iran ha diritto, in quanto paese firmatario del trattato di non-proliferazione (gli unici tre stati che non hanno firmato sono Israele, India, Pakistan). Il punto è che sembra proprio che i soggetti occidentali più importanti (quindi il governo statunitense e la NATO, che da esso è largamente controllata) siano ben decisi a procedere su una strada pregiudizialmente tracciata. In un’intervista concessa a Luigi Offeddu del “Il Corriere della Sera”, e pubblicata il 29.2.2010, Adres Fogh Rasmussen, segretario generale della NATO dall’agosto 2009, ha proferito affermazioni allucinanti nella sostanza non meno che nel tono: “Al momento dovuto, noi prenderemo le decisioni necessarie per difendere i paesi della NATO”, ha dichiarato.[5] Ha parlato di un sistema missilistico difensivo, risultato di una triplice collaborazione tra USA, NATO e Russia, fingendo di non sapere che in Realtà la Russia è preoccupata delle installazioni missilistiche USA-NATO in Romania e in Polonia, non è soddisfatta dei chiarimenti fornitile (secondo i quali esse sarebbero dirette contro la minaccia iraniana) e la sua richiesta di “collaborazione a tale sistema è, in realtà, una richiesta di controllo. Rassmunsen, ignorando del tutto le proposte iraniane, continua a proporre un diktat: l’Iran consegni tutto il suo uranio che verrà arricchito all’estero, senza alcuna possibilità di controllarne il destino, senza alcun controimpegno e senza alcuna contropartita. C’è da chiedersi chi mai potrebbe accettare imposizioni del genere.

Quarto. Si continua acriticamente a ripetere, da noi, che ormai l’ONU sarebbe pronta a inasprire l’embargo all’Iran e che lo stesso consiglio di Sicurezza sarebbe d’accordo: si tratterebbe solo di convincere la Cina a non usare il suo diritto di veto e a studiare sanzioni che colpiscano il governo iraniano, ma non la popolazione. Quest’ultimo proposito è manifestamente ipocrita: le sanzioni colpiscono sempre le popolazioni, e in genere rinsaldano la loro solidarietà con i loro governi (a parte l’ipocrisia del governo italiano, che sostiene di preoccuparsi per ragioni umanitarie mentre in realtà è in ansia per il grosso business iraniano dell’ENI, che potrebb’essere compromesso dalle sanzioni con un forte danno agli interessi italiani). Ad ogni modo, le sanzioni contro l’Iran non funzioneranno, perché il governo iraniano è a vari livelli in contatto positivo con molti paesi e ha stipulato o sta stipulando accordi non solo con Cina e Russia, ma anche con la Siria, col Venezuela e con la Turchia. E’ del 19.2., stando a due “lanci” AGI, la dichiarazione del viceministro degli Affari Esteri Serghiey Ryabkov, secondo la quale non solo la Russia è contraria a un inasprimento delle sanzioni contro l’Iran e indisponibile ad appoggiarle, ma si conferma intenzionata a fornire all’Iran i sistemi antiaerei S-300, come si era impegnata a fare.

Insomma, il regime iraniano può non piacere: ma non ha la possibilità e forse nemmeno l’intenzione di costruire armi nucleari e non si trova affatto in una posizione di assoluto isolamento diplomatico.
Ma allora perché gli USA sembrano preoccuparsi dell’Iran di Ahmedinejad al punto di arrivare alle esplicite minacce? L’atomica, i diritti umani e le minacce a Israele non c’entrano. C’entra invece il modesto isolotto di Kish sul Golfo Persico, che gli iraniani hanno scelto a sede di una futura rete di scambi petroliferi mirante alla costituzione di un “cartello” che si fonderebbe sull’unità monetaria non più del dollaro, bensì dell’euro. Questa è la bomba nucleare iraniana che davvero gli americani temono.

E allora, immaginiamoci un possibile e purtroppo piuttosto probabile futuro. La guerra, lo sanno tutti, è un gran ricco business: vi sono cointeressate potentissime lobbies industriali e finanziarie internazionali; è rimasta l’unica attività produttiva statunitense che davvero “tiri”; le commesse vanno rinnovate e gli arsenali debbono essere vuotati se si vogliono riempire di nuovo; poi ci sono i generali (non solo i generaloni del Pentagono, quelli che ostentano nomi da conquistatore romano, tipo Petreus; ma anche i generalucci della NATO e i generalicchi italiani, per tacer degli strateghi-peopolitici da TV…); inoltre c’è il sacrosanto spiegamento dei fondamentalisti cristiani, ebrei e musulmano-sunniti che non vedono l’ora di saltar addosso al demonio sciita; infine ci sono i poveri cristi che aspettano di venir ingaggiati come in Afghanistan e in Iraq, la folla dei portoricani in caccia della magica green card che fa di loro dei quali cittadini statunitensi, i sottoproletari che sognano di ascendere al rango di contractors. Tutte insieme, queste forze sono – non illudiamoci – potentissime.

Se non ci salva il duplice “veto” russo-cinese al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (ma anche quello non sarà sufficiente: basterà la NATO, come in Afghanistan nel 2001: poi, l’ONU sarà costretta ad avallare…), oppure, meglio ancora, un deciso “no” degli israeliani che - a differenza del loro governo - non hanno perduto il ben dell’intelletto e la voce dei quali potrebbe contare moltissimo dinanzi all’opinione pubblica mondiale , l’aggressione all’Iran probabilmente si farà. E’ molto più facile di quella all’Iraq del 2003: il sunnita e “laico-progressista” Saddam poteva contare su molti amici negli USA, in Europa e nel mondo musulmano, l’Iran fondamentalista e sciita non ne dispone. Poi, tra qualche anno, qualcuno in gramaglie verrà a dirci che no, ci eravamo sbagliati, la bomba nucleare proprio l’Iran non ce l’aveva e nemmeno i terribili missili puntati contro l’Occidente; qualcun altro sgamerà, altri ancora si rifugeranno nell’amnesia. Frattanto, nella migliore dell’ipotesi, ci saremo infilati in un pantano sanguinoso e costoso, peggiore di quelli afghano e irakeno messi insieme: un pantano nel quale sguazzeranno allegramente solo le anatre e le rane tipo gli imprenditori, i militarastri e i sottoproletari del “finché-c’è-guerra-c’è-speranza”, che ciascuno al suo livello ci guadagneranno (“produzione e consumo” in alto, patacche e promozioni a mezza tacca, “posti di lavoro” in basso) , o tipo La Russa, che già ora s’inorgoglisce dei suoi picchetti d’onore e delle sue finte uniformi militari. Se non altro, tutto ciò darà una nota comica alla vicenda. Ma non illudiamoci: quella sarà soltanto la migliore fra le ipotesi.

Franco Cardini
Fonte: www.diorama.it/
Link: http://www.diorama.it/index.php?option=com_content&task=view&id=178&Itemid=1
22.02.2010

NOTE

[1] I media ci hanno poi informati che le armi di distruzione di massa non c’erano: ma nessun governante nessun politico di quelli che a suo tempo avevano stragiurato sulla loro esistenza, nessun intellettuale o pubblicista di quelli che immaginavano scenari festosi (tipo i liberatori che arrivano a Baghdad in mezzo ai fiori e alle bandiere del popolo irakeno liberato…), nessun mezzobusto televisivo-opinion maker ha fatto ammenda dell’errore in cui aveva tentato d’indurci, o meglio della menzogna proferita. Anzi, a dimostrazione della longevità dei falsi miti, Tony Blair, nel corso della sua pietosa autocritica che sigilla il fallimento della sua carriera di politico (dopo i danni che ha fatto, e che purtroppo paghiamo e pagheremo noi) è tornato sulle armi di distruzione saddamiste come se fossero davvero esistite, “dimenticando” al figuraccia sua e di altri.
[2] Cfr. L’iran e il tempo. Una società complessa, a cura di A. Cancian, Roma, Jouvence 2008; A.Negri, Il turbante e la corona. Iran trent’anni dopo, Milano, Tropea, 2010.
[3] Di cui cfr. F.Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Milano, Bruno Mondadori, s.d.
[4] Cfr. il lucido commento di M.Tarchi, La lezione iraniana, “Diorama letterario”, 296, ott.-dic. 2009, pp. 1-3.
[5] L.Offeddu, “L’iran si fermi sul nucleare o la NATO dovrà difendersi”, “Corriere della Sera”, 20.2.2

Edric
24-02-2010, 00:12
Primo punto.

E' un problema interno alla democrazia iraniana. Il fatto che siano stati registrati dei brogli, sembrerebbe abbastanza rilevanti, è stato sicuramente uno dei motivi più importanti per i quali l'opposizione è scesa nelle strade a protestare, proteste che sono state represse nel sangue, durante le quali persone sono state incarcerate e torturate.
Il consenso del regime è in verita un pò di più a macchia di leopardo.
Il sistema dei contributi sociali messo in piedi si è mosso su dinamiche di tipo maffiose. E' vero che ha raggiunto anche gli strati più bassi ma creando misure di tipo assistenzialistiche clientelari.
Quelli che ci hanno guadagnato veramente in questi anni sono le Guardie Rivoluzionarie che hanno sviluppato molteplici interessi nella sfera economica, in particolare nel settore delle forniture petrolifere.

Secondo Punto.
A dirla così sembrerebbe che Amadhinejad faccia il fratello maggiore, magari autoritario - questo sì - ma per il bene dei palestinesi e degli israeliani perchè uno stato etnico non è sostenibile e quindi le sue minacce (anche di Raftaghani) di una sola atomica per estirpare gli ebrei dalle terre dell'Islam, sarebbero da considerare un avvertimento a fin di bene.
La realtà è, secondo me, che il messaggio irrealistico dal punto di vista della minaccia militare concreta nei confronti di Israele è in realtà:
1) un'arma di distrazione di massa per compattare il paese e comprimere le critiche interne
2)una modalità per gareggiare con l'arabia saudita e i paesi a maggioranza sunnita per la leadership regionale.
E' contenuta in molto analisi la considerazione che il desiderio dell'Iran di possedere l'arma nucleare sia legato più ad una questione di status per suggellare il suo ruolo in Medioriente che con l'obiettivo di utilizzarla veramente perchè sarebbe un suicidio.
Inoltre negli ambienti della Guardia Rivoluzionaria, che tra l'altro mira a salvaguardare i propri interessi, non c'è tutta questa voglia di imbarcarsi in un conflitto.
l'opposizione.

Terzo punto.
Quanto al diritto di sviluppare il nucleare civile non vi sono dubbi, anche se io sono sia per il disarmo e la non proliferazione e contro l'energia nucleare, che l'Iran abbia questo diritto parimenti ad altri paesi. tra l'altro il progetto nucleare iraniano era già iniziato con lo Scià ed è stato portato avanti da tutti i leader che gli sono succeduti, compresi quelli che oggi guidano (con difficoltà)
Sono d'accordo sul fatto che la questione dell'arricchimento dell'uranio vada ancora contrattata. Mi è sembrata pertinente la richiesta che le modalità di scambio dell'uranio avvengano con maggiori garanzie per l'Iran. Credo che una richiesta di questo tipo verrebbe portata avanti da qualsiasi governo in carica nel paese.
La strada della diplomazia andrebbe ulteriormente percorsa (senza per altro decadere la questione dei diritti civili, anche se ho i miei dubbi che questa questione non si presti a fare il gioco del regime).
Quanto alla partita sanzioni sono molto scettico per diversi motivi:
1)le sanzioni rischiano di colpire soprattutto la società civile ricompattando un regime che, sul lato dei diritti umani, si mostra alquanto crudele.
2) se sono mirate, potrebbe colpire solo alcuni settori, ma in questo caso la Cina, che è il più grande partner commerciale per l'approvvigionamento dell'oro nero (che gli serve come l'aria), potrebbe vanificare l'operazione. La Russia, che invece ne trarrebbe probabilmente un vantaggio, perchè il valore del suo gas rimarrebbe in questa maniera alto avrebbe qualcosa da guadagnarci da sanzioni mirate ma nulla da un cambio totale di regime.
Infatti l'Iran oltre che avere grossi giacimenti di petrolio, ha anche a disposizione enormi giacimenti di gas liquido, di migliore qualità e più facilmente trasportabile del gas russo. Quindi tutto sommato gli sta bene per il momento che le cose stiano così se non fosse che, con la scusa della minaccia iraniana, non sia molto contenta che Washington piazzi delle batterie missilistiche così vicine al suo territorio ed, in particolare, sistemi di scudo spaziale.
Per questo motivo aveva proposto all'Iran, per tranquillizarlo circa la minaccia (reale) israeliana di garantire a sua volta, con l'avvallo della Turchia, un sistema di intercettazione missilistico.
Gli USA sono in difficoltà in Iraq e già in passato hanno ricevuto l'aiuto dall'Iran per gestire alcuni problemi, sono in difficoltà in Afghanistan ed anche su quello scenario non si possono permettere di avere ulteriori problemi oltre quelli che già hanno.

Quindi, in conclusione, credo che la partità diplomatica non si sia per nulla conclusa. Il problema per gli americani è quella di frenare Israele, che ha già da tempo pianificato un attacco contro le basi nucleari iraniane, ed è stata più volte fermata dallo stesso Bush.
In questo senso sarebbe indispensabile continuare il riavvicinamento alla Siria e isolare Hzbollah e Hamas, in modo da rasserenare gli Israeliani. Ma in fondo, secondo me, la causa palestinese è per l'Iran solo una questione di immagine, mentre il problema di Amadhinejad è oggi continuare a disporre del denaro con il quale paga i contributi sociali che gli hanno permesso di gestire il consenso.

Quarto punto.
In qualche modo ho già risposto sopra.

Non sò quanto spazio possa avere nella real politik la protesta per i diritti civili e per la democrazia in Iran, questione che personalmente mi tocca molto, e che penso vada sostenuta dalla società civile mondiale, in modo che chi lotta per la libertà nel proprio paese non si senta solo.