Carlotta
11-02-2010, 16:00
Troppo vino avevano bevuto quella notte. Alle sei del mattino vacillarono verso il mare. Lei si abbandonò sui cactus di una duna ad occhi chiusi, fragrante d’alcol, calda come un toast, da prendere a morsi. Offriva la bocca semiaperta. Aggrappato al suo petto che saliva e scendeva con un respiro profondo, nel consueto gioco dei sì e dei no, lui la baciò, ondeggiando avanti e indietro. Un turbine di luce lo travolse.
«Sei mia!»
E fu un mare di velluto blu, la notte di ieri.
Il trillo di una voce lo riscosse. Il diavolo che aveva ancora in corpo lo drizzò a sedere in mezzo alla spiaggia brulicante di soggetti marini.
«Adesso sai com’era» balbettò.
«Com’era che cosa?»
«Non è stato meraviglioso?»
Aveva la voglia di prima, più forte che mai.
Lei garrì: «Ah, sì. Un sonno magnifico. Pareva il Bello Addormentato nel Bosco.»
Lui si guardò per abbottonarsi la camicia, richiudere i pantaloni, allacciarsi la cintura: disperatamente in ordine come un signorino al primo appuntamento.
“Ho sognato ho sognato.”
Sotto il sogno che lo possedeva con un’urgenza dimenticata, reprimeva qualcosa che non avrebbe trattenuto a lungo. Di fatto, stava per esplodere.
Era una voglia forsennata di ragazzo, di quando una compagna di scuola dondolava le gambe nel crepuscolo masticando gomma americana sulla spalletta di un ponte e lo carezzava con le cosce nude. Lui la baciava in piedi, suggellato al chewing-gum.
«Che fai?» gli chiedeva la bimba. «Andiamo via. Domani… »
Domani… Fra un minuto.
«Si può sapere che hai?»
Una voglia matta. Da venirsi addosso — giusto come in questo momento.
«Ok. Torno da sola.»
Ok. Lui stava bagnandosi a dirotto e sussultava piano, come adesso nella rena spazzata da un vento che spazzava di colpo i suoi trent’anni.
Dopo, aveva resistito a ogni sevizia. In acqua era il trampolino della piccola rizzacazzi: lei gli teneva i piedi sui punti cruciali, lui le ficcava le dita nel cache-sex. Avevano mangiato sulla spiaggia, le gambe fra le gambe, a formare un desco d’amore. L’asciugamani non era un letto per due, lei doveva sentire sulla pelle qualcosa di più cocente dei raggi meridiani; era bionda di sabbia, un incubo da fargli fare il bis della mattina.
«Che ore sono?» gli chiese in camera il suo tormento, quando rientrarono in hotel.
Lui rispose a caso, ignorando l’orologio.
«Si calmi» gli disse lei. «Come fa ad essere così… ?»
Che domanda, ipocrita borghese!
«Pardon.» La spinse contro il muro. Si aspettò di sentirla strillare: «Per chi mi ha preso?». Aveva un’espressione d’innocente playgirl cascata da qualche provincia americana nella depravazione del vecchio continente. In effetti lanciò uno strillo: «Mi lasci!»
Lui stava facendo del suo meglio per stracciarle la minigonna. Le sue zone erogene erano indifese.
Lei prese un gatto d’alabastro dal cassettone e glielo sbatté in testa. Dovette acconsentire alla sua volontà.
«Chi sei? Dove vai? Vengo con te» le balbettò dal pavimento.
«Neanche per sogno» lo rimbeccò e sparì nel bagno.
Quando riapparve, si asciugò le dita sulla pelle di lui, ammirandolo: «Che ciuffo spavaldo!»
Il bernoccolo esaltava la sua spavalderia.
A dita congiunte, lei lo costrinse a curvare il capo e con la punta della lingua lo penetrò fra le labbra. Le sue zone erogene erano sempre più inermi. Lei sgusciò via d’un tratto: «Santo Cielo, devo andare!»
«Non andartene! Ti ho amato prima di sapere il tuo nome che non so, prima di conoscerti.»
«La vita, a volte, è un’altra cosa, capisci?»
«Vita mia, non capisco.»
Lei afferrò una valigia e varcò la porta con la gonna ritta sul culetto.
Uno spasimo al cuore e un altro più giù frenarono lo slancio di lui. Non riuscì a tenerle dietro. Un’orchestra di cicale gli friniva nel cervello. Il ricordo di lei era più feroce di un rimorso, più fresco di una ferita aperta. La sua rosa purpurea non languiva. Mosse le dita. Si avviò verso il bagno. Appoggiato al lavandino rincorse il rimpianto di lei e un piacere scordato. Uno sbocco violento lo contorse come certi sfoghi che lo aggredivano alle soglie del risveglio. Aprì il rubinetto. Il tormento di lei scorreva via. L’assenza di dolore, una malsana felicità. Era stata la giornata dell’infanzia: una giornata bestiale.
Non si aspettava di avere gli occhi pieni di lacrime mentre raccoglieva la valigia. Lei era una piccola canaglia appena incontrata e, perdio, la valigia non era la sua! Al manico era appeso un cartellino.
Alla fine lesse: “Dott. Brando Brandali”. Che nome nerboruto per tanta leggiadria!
«Sei mia!»
E fu un mare di velluto blu, la notte di ieri.
Il trillo di una voce lo riscosse. Il diavolo che aveva ancora in corpo lo drizzò a sedere in mezzo alla spiaggia brulicante di soggetti marini.
«Adesso sai com’era» balbettò.
«Com’era che cosa?»
«Non è stato meraviglioso?»
Aveva la voglia di prima, più forte che mai.
Lei garrì: «Ah, sì. Un sonno magnifico. Pareva il Bello Addormentato nel Bosco.»
Lui si guardò per abbottonarsi la camicia, richiudere i pantaloni, allacciarsi la cintura: disperatamente in ordine come un signorino al primo appuntamento.
“Ho sognato ho sognato.”
Sotto il sogno che lo possedeva con un’urgenza dimenticata, reprimeva qualcosa che non avrebbe trattenuto a lungo. Di fatto, stava per esplodere.
Era una voglia forsennata di ragazzo, di quando una compagna di scuola dondolava le gambe nel crepuscolo masticando gomma americana sulla spalletta di un ponte e lo carezzava con le cosce nude. Lui la baciava in piedi, suggellato al chewing-gum.
«Che fai?» gli chiedeva la bimba. «Andiamo via. Domani… »
Domani… Fra un minuto.
«Si può sapere che hai?»
Una voglia matta. Da venirsi addosso — giusto come in questo momento.
«Ok. Torno da sola.»
Ok. Lui stava bagnandosi a dirotto e sussultava piano, come adesso nella rena spazzata da un vento che spazzava di colpo i suoi trent’anni.
Dopo, aveva resistito a ogni sevizia. In acqua era il trampolino della piccola rizzacazzi: lei gli teneva i piedi sui punti cruciali, lui le ficcava le dita nel cache-sex. Avevano mangiato sulla spiaggia, le gambe fra le gambe, a formare un desco d’amore. L’asciugamani non era un letto per due, lei doveva sentire sulla pelle qualcosa di più cocente dei raggi meridiani; era bionda di sabbia, un incubo da fargli fare il bis della mattina.
«Che ore sono?» gli chiese in camera il suo tormento, quando rientrarono in hotel.
Lui rispose a caso, ignorando l’orologio.
«Si calmi» gli disse lei. «Come fa ad essere così… ?»
Che domanda, ipocrita borghese!
«Pardon.» La spinse contro il muro. Si aspettò di sentirla strillare: «Per chi mi ha preso?». Aveva un’espressione d’innocente playgirl cascata da qualche provincia americana nella depravazione del vecchio continente. In effetti lanciò uno strillo: «Mi lasci!»
Lui stava facendo del suo meglio per stracciarle la minigonna. Le sue zone erogene erano indifese.
Lei prese un gatto d’alabastro dal cassettone e glielo sbatté in testa. Dovette acconsentire alla sua volontà.
«Chi sei? Dove vai? Vengo con te» le balbettò dal pavimento.
«Neanche per sogno» lo rimbeccò e sparì nel bagno.
Quando riapparve, si asciugò le dita sulla pelle di lui, ammirandolo: «Che ciuffo spavaldo!»
Il bernoccolo esaltava la sua spavalderia.
A dita congiunte, lei lo costrinse a curvare il capo e con la punta della lingua lo penetrò fra le labbra. Le sue zone erogene erano sempre più inermi. Lei sgusciò via d’un tratto: «Santo Cielo, devo andare!»
«Non andartene! Ti ho amato prima di sapere il tuo nome che non so, prima di conoscerti.»
«La vita, a volte, è un’altra cosa, capisci?»
«Vita mia, non capisco.»
Lei afferrò una valigia e varcò la porta con la gonna ritta sul culetto.
Uno spasimo al cuore e un altro più giù frenarono lo slancio di lui. Non riuscì a tenerle dietro. Un’orchestra di cicale gli friniva nel cervello. Il ricordo di lei era più feroce di un rimorso, più fresco di una ferita aperta. La sua rosa purpurea non languiva. Mosse le dita. Si avviò verso il bagno. Appoggiato al lavandino rincorse il rimpianto di lei e un piacere scordato. Uno sbocco violento lo contorse come certi sfoghi che lo aggredivano alle soglie del risveglio. Aprì il rubinetto. Il tormento di lei scorreva via. L’assenza di dolore, una malsana felicità. Era stata la giornata dell’infanzia: una giornata bestiale.
Non si aspettava di avere gli occhi pieni di lacrime mentre raccoglieva la valigia. Lei era una piccola canaglia appena incontrata e, perdio, la valigia non era la sua! Al manico era appeso un cartellino.
Alla fine lesse: “Dott. Brando Brandali”. Che nome nerboruto per tanta leggiadria!