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Roderigo
13-01-2010, 15:35
Google, via dalla Cina?
http://img412.imageshack.us/img412/6333/epa13xbgx20100113.jpg
Il colosso del web, dopo attacchi informatici,
ha deciso di non filtrare più le informazioni sul suo sito cinese
HONOLULU - Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha espresso grave preoccupazione e chiesto spiegazioni a Pechino, dopo la denuncia di Google di aver subito attacchi informatici provenienti dal territorio cinese e la conseguente minaccia del colosso informatico di cessare le attività nella Repubblica popolare. "Google ci ha informato delle sue accuse - ha detto la Clinton a Honolulu - che sollevano domande e gravi preoccupazioni. Noi attendiamo una spiegazione dal governo cinese". "La capacità di poter operare con fiducia nello spazio virtuale è fondamentale in una società e un'economia moderne", ha aggiunto il segretario di Stato. Google ha minacciato chiudere le sue attività in Cina - rinunciando a filtrare le informazioni sul suo sito cinese - e denunciato massicci attacchi informatici "provenienti dal territorio cinese" contro militanti per i diritti umani e almeno "altre venti società".
NIENTE PIU' FILTRI IN CINA - Il colosso del web Google ha deciso che non filtrerà più le informazioni sul suo sito cinese, riconoscendo che ciò potrebbe significare di fatto la chiusura delle sue attività in Cina. Il gruppo di Mountain View, nella Silicon Vlley californiana, sostiene di essere stato l'oggetto di ripetuti attacchi di pirateria, provenienti dalla Cina e aventi come oggetto militanti cinesi per i diritti umani oltre ad alcune grandi società.
Secondo l'edizione online del New York Times, le caselle postali di attivisti all'opposizione sarebbero state violate da pirati informatici cinesi. "Uno degli obiettivi primari degli hackers era di accedere agli account Gmail degli attivisti di difesa dei diritti umani cinesi", scrive il gruppo di Mountain View, senza attaccare direttamente il governo di Pechino, ma precisando che "non abbiamo l'intenzione di continuare a censurare i nostri risultati" sul motore di ricerca cinese. La compagnia americana riconosce che la decisione presa potrebbe forzarla a chiudere il sito cinese ed i suoi uffici nel paese.
GOVERNO PECHINO CERCA MAGGIORI INFORMAZIONI - Il governo cinese "sta cercando di avere maggiori informazioni" sulle dichiarazioni di dirigenti del motore di ricerca Google secondo le quali la compagnia potrebbe mettere fine alle sue operazioni in Cina. Lo afferma l' agenzia Nuova Cina citando un "funzionario dell' ufficio informazioni del consiglio di stato". David Drummond, il responsabile per gli affari giuridici di Google, ha affermato che in seguito ad attacchi di "pirati informatici" che hanno cercato di rubare dal sito web informazioni sui dissidenti cinesi, la compagnia sta considerando la possibilità di chiudere il suo sito web cinese, Google.cn. "E' ancora difficile dire se Google lascerà la Cina o no", aggiunge il funzionario, che ha voluto mantenere l' anonimato.
13 gennaio, 12:31
www.ansa.it (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/tecnologia/2010/01/13/visualizza_new.html_1672996592.html)
Google via dalla Cina ?
E ora si vedono le pagine del Dalai Lama ...
(...)
Si è trattato in realtà di un attacco molto ampio che ha coinvolto 34 aziende tecnologiche di diverso tipo. Di certo finora la Adobe ha ammesso di aver subito l’intrusione. Ma lunedì pomeriggio anche il “Google cinese”, il motore di ricerca Baidu era stato oggetto di una intrusione di tipo diverso (link in inglese).
E mentre la Electronic Frontier Foundation, la più grande organizzazione di difesa dei diritti degli utenti internet, plaude alla decisione di Google, quella di sottrarsi al peso della censura, e mentre la borsa si incarica di premiare il concorrente cinese (Baidu) perché resterebbe in campo dopo l’uscita di Google, la realtà dei fatti è che per la prima volta – e per iniziativa dell’azienda di Brin e Page – viene rivelata una pratica di pesante condizionamento che riguarda tutto il mondo della grande industria tecnologica in Cina. Sul fatto,ieri sera c’è stata una dichiarazione del segretario di stato, Hilary Rodham Clinton, che ha chiesto una risposta al governo cinese.
L’unico motivo per il quale non è ancora in campo una denuncia generalizzata è la paura delle aziende di esser fatte fuori dal mercato, ma l’episodio dimostra di non essere né nuovo né sconosciuto. Basta leggere il comunicato di Google: “Siamo stati, come altre aziende, oggetto di attacchi. Ma questa volta è diverso”
Questa volta, come dice il Wall Street Journal, è stato talmente sofisticato e virulento da spingere Google a costituire una squadra di investigatori e da suscitare l’interesse del controspionaggio americano. Insomma, sarebbe finita l’epoca della testa bassa, anche se mai il governo cinese è menzionato nelle posizioni di Google. Come dice il titolo del comunicato: “Un nuovo approccio alla Cina”.
(...)
http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2010/01/13/google-in-cina-ci-hanno-spiato-da-oggi-non-censuriamo-piu/
Lo spionaggio ed il controspionaggio è sempre esistito e sempre esisterà. Però ora è molto più inquietante.
Google-Cina, il mercato oltre la politica (http://it.peacereporter.net/articolo/19731/articolo/19731/Google-Cina%2C+il+mercato+oltre+la+politica)
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Ora, è possibile che le autorità cinesi oscurino del tutto Google.cn adottando la consueta giustificazione della "battaglia contro la pornografia"
Scritto per noi da
Gabriele Battaglia
http://it.peacereporter.net/upload/2/21/215/2153/21538.jpg
Nato negli anni '90: "Oggi sono uscito dal Grande Firewall e ho visto un sito web straniero che si chiama Google. Merda, è tutto tranne una copia di Baidu."
Nato negli anni '00: "Cosa intendi con 'uscire dal Grande Firewall'?"
Nato negli anni '10: "Cosa intendi con 'sito web'?"
Nato negli anni '20: "Cosa intendi per 'straniero'?"
Questa è la storiella che gira nella rete cinese in questi giorni, dopo che Google ha minacciato di abbandonare il Celeste Impero. E' significativa: rivela i timori dei netizen cinesi, ma al tempo stesso la loro consapevolezza di vivere dietro una "grande muraglia" virtuale che li isola dalla libera informazione.
Non è una novità. Storielle simili girano anche a proposito dei giornali cartacei, segno paradossale del fatto che i cinesi, comunque, riescono a scambiarsi notizie e pareri anche scomodi.
Il colosso tra i motori di ricerca ha notificato martedì che starebbe valutando l'interruzione delle proprie attività in Cina, citando attacchi hackers contro i propri sistemi informativi e denunciando tentativi cinesi di "limitare la libera espressione sul Web".
In particolare, ci si riferisce alla violazione della mailbox, su Gmail, di alcuni attivisti per i diritti umani e di imprese occidentali. Si ritiene che l'attacco origini da Pechino e dintorni.
Come ritorsione, la dotcom di Mountain View annuncia l'interruzione della propria collaborazione con il governo cinese: su Google.cn è già da ora possibile ottenere risultati da ricerche come "piazza Tiananmen" e "Dalai Lama", di solito precluse.
Google aveva accettato di porre filtri alla propria search già dal suo sbarco in Cina nel 2006. Sorte simile tocca a Wikipedia (fortemente limitata), peggiore a YouTube e Facebook (bloccati a intermittenza).
Tuttavia, 300 milioni di netizen cinesi e un giro d'affari da 300 milioni di dollari l'anno avevano finora giustificato il filtraggio della search. Non erano mancate le critiche da parte dei gruppi che si battono per i diritti civili.
Dal motore di ricerca made in Usa passa in realtà solo un terzo delle search cinesi. Lo strumento mainstream è Baidu, cinese e legato a doppio filo con il governo.
La sua immagine è tuttavia in caduta libera anche sul suolo cinese, dopo che sono stati censurati i risultati di ricerche come "latte avvelenato": si vocifera infatti che Baidu abbia preso denaro dai produttori di latte contaminato con la melamina, all'origine dello scandalo dell'autunno 2008.
Ora, è possibile che le autorità cinesi oscurino del tutto Google.cn adottando la consueta giustificazione della "battaglia contro la pornografia": chi rende disponibile l'accesso a contenuti pornografici è oscurabile.
In tal caso, il cerino acceso tornerebbe nelle mani della compagnia californiana che dovrebbe fare una scelta tra le revenues del mercato cinese e la perdita d'immagine e di attendibilità dei risultati della propria search.
La vicenda è tuttavia molto interessante fin d'ora per almeno due motivi:
Primo. Laddove non può la politica, può la rete (e il mercato).
Se Hillary Clinton sbarca oltre Muraglia a fare letteralmente la questua e Barack Obama evita accuratamente di esporsi sul tema dei diritti umani durante il suo viaggio cinese, Google - cioè un'impresa del Web - può sfidare (o è costretta a farlo) il potere cinese.
Alla base c'è la natura stessa di internet, per cui il colosso di Mountain View non è una semplice azienda che opera in un Paese straniero, bensì un modello di business che oltre a guidare gli utenti nel web, vive anche delle informazioni che gli stessi utenti gli forniscono. Per funzionare, ha bisogno che tali informazioni circolino. In questo senso, non può permettersi che troppi filtri ne limitino le potenzialità e tanto meno falle nel propri sistemi di sicurezza. Altrimenti diventa inutile e, anzi, dannoso. In tal caso, meglio mollare la Cina e preservare la propria natura.
Allo stesso tempo, la rete ha mille rivoli che inevitabilmente sfuggono anche al "Grande Firewall" di Pechino. Sui network cinesi e internazionali si commenta la vicenda, anche in mandarino, e la storiella che apre questo articolo ne è un ottimo esempio: si va diffondendo una consuetudine alla critica dal basso.
E veniamo quindi al secondo punto. I meccanismi di adattamento del Partito comunista cinese sono messi alla prova.
Di recente, il Pcc è stato definito "darwiniano-leninista" e la sintesi appare calzante. Dopo Tiananmen '89, la sua dirigenza ha compreso che per sopravvivere e mantenere il potere deve incessantemente adattarsi e rispondere ai cambiamenti sociali. Ma più la società cinese si fa complessa e più questo adattamento è difficile. Ciò che non può essere inglobato nel sistema, rischia di distruggerlo.
Attualmente, Pechino deve già fronteggiare tensioni etniche e sociali crescenti.
C'è poi il ceto medio urbano che è alla base del patto sociale che regge la nuova Cina: benessere in cambio del potere. Proprio con il benessere, i neo-benestanti hanno assunto negli ultimi anni anche più consapevolezza rispetto ai propri diritti. Non sono mancate proteste difficili da ricomporre, perché nuove: le proteste di Xiamen contro l'impianto petrolchimico (2007), quelle di Shanghai contro il prolungamento del Maglev, la linea ferroviaria ad alta velocità (2008), o quelle di Urumqi contro le inefficienze dei sistemi di sicurezza nel corso della rivolta uyghura e dopo (2009).
La rete aggiunge ulteriore complessità e tensioni. Per il partito "darwiniano", la vicenda Google sarà un'ulteriore prova di adattamento.
FONTE: PeaceReporter (http://it.peacereporter.net/articolo/19731/Google-Cina%2C+il+mercato+oltre+la+politica)
14/1/2010 (10:34) - LA GUERRA DEL WEB
La Cina prova a convincere Google:
"La Rete è aperta, ma ci sono regole"
Google da tempo si lamenta per gli attacchi da hacker cinesi
"Pronti ad andarcene", Google minaccia la Cina
La veglia in Cina
"Google rimani"
Sfida col governo
Replica di Pechino dopo le minacce
del colosso di abbandonare il Paese:
«Favoriamo lo sviluppo di Internet»
ROMA
Due giorni dopo la minaccia espressa da Google di ritirarsi dalla Cina, Pechino risponde, dichiarandosi favorevole alle attività sul suo territorio di quelle aziende internazionali che rispettano la legge. La Cina intende accogliere «quelle operazioni conformi alla legge sulle aziende internet internazionali», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu.
«Internet in Cina è libero e il governo cinese incoraggia il suo sviluppo e si sforza di creare un ambiente favorevole», ha detto Jiang nel corso dell’appuntamento quotidiano con la stampa, aggiungendo: «La legge cinese vieta qualsiasi forma di cyber-attacco». Esasperato dagli ininterrotti attacchi di hacker «provenienti dalla Cina», il colosso informatico americano ha minacciato di interrompere tutte le operazioni nel paese asiatico.
Gli attacchi avevano come obiettivi principali le caselle postali di militanti cinesi per i diritti umani.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51244girata.asp
video
http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?IDmsezione=17&IDalbum=23423&tipo=VIDEO
Annibale
14-01-2010, 13:06
Google va via dalla Cina per non prestarsi alla censura governativa?
Che per una volta una multinazionale decida di comportarsi in modo etico? Ci dobbiamo credere?
Google va via dalla Cina per non prestarsi alla censura governativa?
Che per una volta una multinazionale decida di comportarsi in modo etico? Ci dobbiamo credere?
Da quello che ho compreso io, Google è seccata per attacchi da parte di hackers cinesi, e come forma di protesta a inibito i filtri che erano stati implementati all'uopo per il governo cinese.
D'altro canto, la sicurezza informatica non è un'optional per un network.
Pietro Ancona
14-01-2010, 15:19
Da quello che ho compreso io, Google è seccata per attacchi da parte di hackers cinesi, e come forma di protesta a inibito i filtri che erano stati implementati all'uopo per il governo cinese.
D'altro canto, la sicurezza informatica non è un'optional per un network.
la Cia si serve di internet per le sue porcherie contro i paesi che vuole disturbare. La Cina evidentemente disturba lo svolgimento dei programmi di infiltrazione della Cia.
la Cia si serve di internet per le sue porcherie contro i paesi che vuole disturbare. La Cina evidentemente disturba lo svolgimento dei programmi di infiltrazione della Cia.
Scenario possibile ma non si sa nulla di certo se non quello che ci viene concesso di sapere.
La Cina afferma che la censura è giusta per convincere la popolazione , niente di più niente di meno di quello che facciamo noi ormai in modo più soft: odiatori, nemici ecc. chi si oppone al governo..siamo in buona compagnia. Cmq in Cina emerge una borghesia sempre più ricca e desiderosa di libertà.. niente di nuovo sotto il sole
La Cina afferma che la censura è giusta per convincere la popolazione , niente di più niente di meno di quello che facciamo noi ormai in modo più soft: odiatori, nemici ecc. chi si oppone al governo..siamo in buona compagnia. Cmq in Cina emerge una borghesia sempre più ricca e desiderosa di libertà.. niente di nuovo sotto il sole
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=48c44a985a11ffaf
Non vogliamo lasciare la Cina"
Google apre alla trattativa
Ha "liberato" dalla censura il suo motore di ricerca: ma Mountain View riafferma il suo no ai filtri sui contenuti. In gioco un business web da 350 milioni di utenti. Microsoft sta a guardare
di TIZIANO TONIUTTI
Google non vuole andare via dalla Cina, ma si opporrà a qualunque forma di filtro. Lo conferma a Repubblica.it una fonte autorevole di Mountain View. L'ultima settimana è stata piuttosto tesa, con il colosso del web americano che ha reso visibili foto e contenuti "proibiti" sul territorio cinese (come il Dalai Lama), suscitando le ire del governo. Ma cosa è successo e soprattutto, cosa succederà?
Partiamo da ciò che è accaduto: Google ha subito incursioni da parte di hacker ai propri server cinesi, pieni di dati su persone, organizzazioni e attivisti nel mirino di Pechino. E' di queste ore la notizia che, secondo ricercatori autorevoli, gli attacchi informatici sono partiti dalle autorità cinesi. Dopo l'assalto, Google ha deciso di spezzare il giogo del controllo governativo sui contenuti indicizzati, togliendo ogni tipo di censura. E così i 350 milioni di utenti web cinesi hanno potuto (sebbene più facilmente digitando le chiavi di ricerca in inglese piuttosto che in mandarino) vedere documenti e immagini mai diffuse della storia del loro paese, da Tien an men alle esecuzioni quotidiane. Un evento.
A questa mossa Google ha dato seguito paventando l'abbandono del territorio cinese se non fosse cessata ogni forma di controllo governativo ai contenuti restituiti dal motore di ricerca. La risposta di Pechino è stata immediata e perentoria: Google resti pure, ma solo adeguandosi alle leggi locali. Google ha poi risposto facendo sapere di non avere alcuna intenzione di abbandonare la Cina, soprattutto per non lasciare a Microsoft Bing un territorio fertilissimo per il business web. Del resto Steve Ballmer, capo di Microsoft, nei giorni successivi al caso Google-Cina aveva subito rimarcato che mai e poi mai Bing avrebbe lasciato la Cina, continuando ad adeguare il funzionamento del motore di ricerca a quanto Pechino richiede. Senza problemi.
Al di là dell'enorme perdita economica che lasciare la Cina rappresenterebbe per Google, sembra che a Mountain View abbiano approfittato dell'ingerenza del governo cinese anche per rinnovare un'immagine di purezza che Big G aveva un po' offuscato accettando - com'è avvenuto al suo avvento in Cina - di censurare i contenuti. Un atteggiamento che cozza con il motto dell'azienda, quel "Don't be Evil" ("Non fare del male") che con la cronaca della censura cinese non ha poi molto da spartire.
Quello che succederà tra Google e Cina sarà più chiaro da qui a breve. Adesso lo scenario è in movimento. La sola certezza è che questo braccio di ferro si consuma in uno degli scenari più importanti, forse il perno fondamentale della geopolitica dell'informazione di questo secolo. Gli Stati si non fanno più la guerra, ma a scontrarsi sono la politica e l'informazione, la tecnologia utilizzata per liberare le idee o, quando serve, per rinchiuderle e isolarle. Un conflitto "nuovo" che solo la Rete, nella sua sua natura rivoluzionaria, è in grado di determinare.
(17 gennaio 2010)
http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/01/17/news/google_tratta-1984995/
In sintesi:
In risposta alle dichiarazioni del segretario di stato Hillary Clinton, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhaoxu - ha risposto nel pomeriggio dello stesso giorno sul sito web del ministero che le critiche mosse dalla signora Clinton sono "dannose per le relazioni sino-americane".
La Clinton aveva chiesto chiarezza al governo di Pechino e l'apertura di un'inchiesta sugli attacchi subiti dal gigante della rete Google. La signora Clinton aveva anche aggiunto che la Cina è uno dei pochi paesi che abbia intensificato la censura di Internet durante l'anno passato. A partire dalla fine del 2008, il governo cinese ha bloccato migliaia di siti Web con il pretesto di una campagna anti-pornografia. La Cina ha circa 384 milioni di utenti internet, ma anche il sistema più complesso di censura di Internet, chiamato il Grande Firewall.
China Says U.S. Internet Accusations Harm Ties
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BEIJING — The Chinese Foreign Ministry lashed out Friday at Secretary of State Hillary Rodham Clinton’s speech on Internet censorship, calling on the American government “to respect the truth and to stop using the so-called Internet freedom question to level baseless accusations.”
Ma Zhaoxu, a Foreign Ministry spokesman, said in a written statement posted Friday afternoon on the ministry’s Web site that the criticism leveled by Mrs. Clinton was “harmful to Sino-American relations.”
“The Chinese Internet is open,” he said.
Mrs. Clinton’s speech on Thursday, in which she declared that an attack on one nation’s computer networks “can be an attack on all,” was the first in which a senior American official had articulated a vision for making Internet freedom a plank of American foreign policy. She warned that the United States would defend itself from cyberattacks, though she left unclear the means of response.
The Foreign Ministry statement, along with a fiery editorial in the English-language edition of the Global Times English-language edition of the Global Times, a populist, patriotic newspaper, signaled that China was ready to wrestle politically with the United States in the debate over Internet censorship. President Obama promised last year to start a more conciliatory era in relations with China, pushing human rights issues to the background, but the new criticism of China’s Internet censorship and rising tensions over currency valuation and Taiwan arms sales indicated that ill will could flare in the months ahead.
The debate over Internet censorship was brought to the fore in China last week when Google announced it might shut down its Chinese-language search engine, Google.cn, and curtail its other operations in China if officials here did not back down from requiring Google self-censor search results. Google made its announcement after discovering that it and more than 30 other companies were the victims of hacker attacks traced to mainland China. Separately, Google said dozens of people working on human rights in China had had their Gmail accounts hacked.
Until now, the Chinese government has been trying to frame the dispute with Google as a commercial matter, perhaps because officials want to avoid the conflict becoming a referendum among Chinese liberals and foreign companies here on Internet censorship policies. On Thursday, He Yafei, a vice foreign minister, said the Google dispute should not be “over-interpreted” or linked to the bilateral relationship with the United States, according to Xinhua, the official state news agency.
In the aftermath of Mrs. Clinton’s speech, that attitude could be changing. Mrs. Clinton pointedly said “a new information curtain is descending across much of the world,” and named China as one of a handful of countries that had stepped up Internet censorship in the past year. Starting in late 2008, the Chinese government shut down thousands of Web sites under the pretext of an anti-pornography campaign. She also praised companies such as Google that are “making the issue of Internet and information freedom a greater consideration in their business decisions.”
The State Department had invited at least two prominent Chinese bloggers to travel to Washington as a show of support for the Mrs. Clinton, and on Friday the United States Embassy here invited bloggers, mostly liberals, to attend a briefing.
Her speech was the first one by a senior American official that put forward Internet freedom as a plank of American foreign policy. With its Cold War undertones — likening the information curtain to the Iron Curtain — it was almost certain to ignite tinder in China and other countries she had named.
In its editorial, the English-language edition of the Global Times said Mrs. Clinton “had raised the stakes in Washington’s clash with Beijing over Internet freedom.”
The American demand for an unfettered Internet was a form of “information imperialism,” the newspaper said, because less developed nations cannot possibly compete with Western countries in the arena of information flow.
“The U.S. campaign for uncensored and free flow of information on an unrestricted Internet is a disguised attempt to impose its values on other cultures in the name of democracy,” the newspaper said, adding that the “U.S. government’s ideological imposition is unacceptable and, for that reason, will not be allowed to succeed.”
Articles on the Chinese-language Web site of the Global Times asserted that the United States employs the Internet as a weapon to achieve worldwide hegemony.
One big question is whether ordinary Chinese will, to any large degree, accept China’s arguments justifying Internet censorship. Unlike government policies on sovereignty issues such as Tibet or Taiwan, media censorship is often derided by urban, middle-class Chinese, especially those who call themselves “netizens.” China has the most Internet users of any country, some 384 million by official count, but also the most complex system of Internet censorship, nicknamed the Great Firewall.
Except in the western region of Xinjiang, which is only starting to restore Internet access after cutting service off entirely following ethnic riots in July, canny netizens across China use software to get over the Great Firewall while chafing at the controls.
Brian Knowlton contributed reporting.
http://www.nytimes.com/2010/01/23/world/asia/23diplo.html?hp
Corriere della Sera
Internet
Varie iniziative e software per oltrepassare i sistemi limitanti
Internet, ecco come superare la censura
Crittografia e peer-to-peer in campo contro i cyberattacchi dei governi totalitari
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=60d558c141f36f68
In sintesi:
In risposta alle dichiarazioni del segretario di stato Hillary Clinton, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhaoxu - ha risposto nel pomeriggio dello stesso giorno sul sito web del ministero che le critiche mosse dalla signora Clinton sono "dannose per le relazioni sino-americane".
La Clinton aveva chiesto chiarezza al governo di Pechino e l'apertura di un'inchiesta sugli attacchi subiti dal gigante della rete Google. La signora Clinton aveva anche aggiunto che la Cina è uno dei pochi paesi che abbia intensificato la censura di Internet durante l'anno passato. A partire dalla fine del 2008, il governo cinese ha bloccato migliaia di siti Web con il pretesto di una campagna anti-pornografia. La Cina ha circa 384 milioni di utenti internet, ma anche il sistema più complesso di censura di Internet, chiamato il Grande Firewall.
In riferimento a quanto sopra:
questo è il commento sui recenti fatti accaduti, alla luce delle affermazioni del Segretario di Stato americano Hillary Clinton, e delle conseguenti dichiarazioni del portavoce del ministro degli Esteri cinese Zhaoxu. Per nulla incoraggianti.
23/1/2010 - L'INTERVISTA
Paal: "Questo è l'inizio
di uno scontro tra due civiltà"
L'ex consigliere di Reagan: le dittature potrebbero creare una Rete alternativa
"La polemica sulla libertà su Internet segna l'inizio di un anno terribile nelle relazioni fra Stati Uniti e Cina". Parola di Douglas Paal, vicepresidente della Fondazione Carnegie a Washington, ex stretto collaboratore di Ronald Reagan e direttore per l'Asia nel Consiglio della sicurezza nazionale di George Bush sr.
Perché crede che Hillary Clinton abbia scelto di porre con chiarezza a Pechino la questione della libertà su Internet?
«L'America è fondata sulla libertà di parola, anche sul Web. Era un passo inevitabile e la recente scelta di Google di porre la questione della censura in Cina è stata un acceleratore».
A suo avviso il caso-Google è stato determinante?
«Hillary aveva già deciso di fare il discorso ma Google ha aggiunto un tassello importante: le aziende americane che operano in Cina convivono male con le rigide regole della censura locale. Sono un ostacolo alle loro attività».
C'è un nesso fra il discorso di Hillary e quello fatto in autunno da Obama a Shanghai contro la censura su Internet?
«Il governo cinese a Shanghai era riuscito a limitare la diffusione delle parole pronunciate da Obama nell'incontro con gli studenti. Ora Hillary ha dato una veste molto più ufficiale, governativa, all'importanza del tema per gli Stati Uniti».
Si aspettava la dura replica delle autorità cinesi?
«L'aspetto più interessante della loro risposta è costituito dall'articolo pubblicato su una rivista specializzata in commercio, nel quale si ricostruisce nei dettagli come Internet al momento sia gestito da una Ong che di fatto è un'emanazione del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti...».
E' un messaggio?
«Certo, e neanche troppo velato. La Cina sta dicendo che se gli Stati Uniti insistono nell'imporre le proprie regole e i propri valori a Internet, la contromossa potrebbe essere creare un Internet alternativo, assieme a Nord Corea, Iran e ad altri Paesi che praticano la censura all'informazione. E' un approccio da guerra di mercato. D'altra parte non è forse vero che l'Europa vuole creare un sistema Gps alternativo a quello attuale basato sui satelliti Usa? Il governo americano non deve sottovalutare tali avvertimenti».
Che impatto avrà il duello sulla libertà di Internet sulle relazioni fra Usa e Cina?
«Ci suggerisce che siamo all'inizio di un anno che si annuncia terribile nelle relazioni bilaterali».
Perché fa questa previsione?
«Guardiamo il calendario per capire che cosa ci aspetta. In febbraio gli Stati Uniti proporranno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite le nuove sanzioni contro il programma nucleare dell'Iran e già sappiamo che la Cina non le voterà. In marzo gli Stati Uniti vareranno un nuovo pacchetto di aiuti militari a Taiwan che a Pechino creerà forte irritazione, poi in aprile si terrà a Washington il summit tanto voluto da Barack Obama contro la proliferazione nucleare, al quale la Cina non parteciperà. Se a ciò aggiungiamo che fra i due Paesi esiste un ampio spettro di contenziosi commerciali irrisolti e che presto il presidente Obama potrebbe incontrare il Dalai Lama, leader dei tibetani in esilio, non è difficile comprendere come il nodo della libertà su Internet non è che la punta dell'iceberg che ci sta per piombare addosso».
Ciò significa che l'intenzione degli Stati Uniti di avere nella Cina un partner strategico privilegiato a livello globale è a rischio?
«Al momento entrambe le capitali hanno questo interesse ma le differenze esistenti sono destinate a diventare più palesi. Anche perché Washington, come il discorso di Hillary dimostra, sembra aver deciso di accelerare, di parlare chiaro su alcuni temi».
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1530&ID_sezione=58&sezione=
Roderigo
30-01-2010, 01:23
MOTORI DI RICERCA NELLA TERRA DI MEZZO
Una rete IN PIENO REGIME
http://img204.imageshack.us/img204/7056/schermata1x.png
di Simone Pieranni
Arriva nelle libreria statunitensi una nuova apologia di Google firmata dal giornalista Ken Auletta proprio quando in Cina il gradimento della società di Mountain View è ai minimi storici. Storie di un successo e di un conflitto esemplificativi delle tendenze presenti su Internet dopo la crisi
Il 12 dicembre del 2009 il China Daily sottolineava lo stile e la generosità di Google. Il motore di ricerca statunitense aveva pubblicato la classifica dei termini più ricercati sulle proprie pagine. E in Cina la parola più volte cercata su Google.cn è stata «Baidu», ovvero il nome del principale competitor dell'azienda Usa. Un destino ridicolo, perché comunque la si pensi, la diatriba tra Google e la Cina ha un retrogusto fatto di: dimissioni di un manager, strane premonizioni di un manager di Baidu, secondo il quale «Google in Cina tra cinque anni non ci sarà più», guerre di mercato all'insegna di accuse di favorire la pornografia e una minoranza di navigatori che, all'interno del numero più alto di utenti internet al mondo, 384 milioni, si sta ritagliando uno spazio poco visibile ai governi, ma ben più evidente per un'azienda con le caratteristiche di Google. La censura cinese, come ha scritto qualche blogger, era perfetta. Peccato, ha aggiunto, non avessero previsto il web 2.0. Twitter più di ogni altro strumento di social network ha infatti cambiato molto lo strato cinese del web. Ma il punto di svolta è avvenuta quando Google, unica organizzazione (aziendale) al mondo, ha sfidato pubblicamente la censura cinese, fino a portare gli stessi censori ad ammetterla e a definirla necessaria per il mantenimento della pace sociale in Cina. Per molti cinesi, da tempo alla prese con una battaglia continua per sfuggire alle tecniche censorie del governo, uno spiraglio mica da poco. Ora si attendono le trattative tra il gigante di Mountain View e il gigante del mondo.
La storia della presenza di Google in Cina è anche la storia di quanto è accaduto negli ultimi anni nel web cinese e chiarirà come la decisione del motore di ricerca statunitense di eliminare i filtri alla navigazione, dopo un attacco informatico massiccio subito dalla Cina, è stata preceduta da stranezze, bizzarrie cinesi e destini incrociati di persone e fatti.
Luci e ombre di un accordo
La storia di Google in Cina passa quasi sempre attraverso il ricordo del patto sancito tra Mountain View e governo cinese, nel 2006, circa i filtri alla ricerche, per evitare contenuti sgraditi a Pechino. In realtà c'è molto di più e il contenuto degli anni cinesi di Google non può che porre in dubbio chi ritiene che lo strappo compiuto dai vertici dell'azienda, sia dovuto ad un mercato poco interessante. Vero che Baidu è leader, ma è anche vero che i motori di ricerca in Cina costituiscono un mercato in rapida ascesa. Non si tratta solo di search engine: si tratta di suite di navigazione, di mail, di download, di servizi e di telefonia mobile. In parole povere: pubblicità e informazioni. Google nel 2005 pose alla propria guida cinese Lee Kai Fu: la notizia rimbombò da Pechino a Redmond, sede della Microsoft. Lee era infatti il vice presidente cinese dell'azienda di Bill Gates e il suo passaggio a Google sembrò sancire una svolta epocale negli equilibri mondiali delle aziende internet. Con la sua presenza Google sembrava avere trovato la chiave per scardinare il mercato cinese.
Lee si mise al lavoro pronosticando tempi lunghi, da buon cinese, per l'affermazione nella Terra di Mezzo del motore di ricerca Usa. Nel 2006 attivò google.cn con gli accordi del caso e poi iniziò il proprio cammino in Cina, come gu ge, nome cinese annunciato da Eric Schmidt nel 2006: nel 2007 avvia la partnership con China Mobile, investe in Xunlei, un downloader di file cinesi, acquisisce 265.com un sito con un alto «traffico» (contemporaneamente Baidu acquisisce qualcosa di simile, hao123.com), investe poi in Tianya, la principale Bbs cinese con cui lancia un servizio simile a quello di Yahoo! Answer e annuncia una partnership con Sina.com il principale portale della Cina. Tra il 2008 e il 2009 lancia i propri servizi di mp3 attraverso accordi con siti cinesi. Poi dal giugno 2009 i primi scricchiolii: in primis l'accusa di veicolare contenuti pornografici, poi a settembre le clamorose dimissioni del boss cinese Lee Kaifu, via Twitter. Proprio lui, il giorno dello strappo di Google con la Cina, ha twittato un messaggio che sancisce una delle letture in voga nel web cinese: «un capitano non dovrebbe mai sfuggire ai propri doveri, specie se a conoscenza del fatto che la nave sta affondando».
Meno porno per tutti
«Usa Baidu e saprai delle cose, usa Google e saprai...troppe cose». È una delle tante frasi che circolano nei social network cinesi: l'internet locale pone tanti punti di domanda sul caso Google, provando in questa maniera a interpretare gli ultimi avvenimenti della rete cinese. C'è anche chi cerca alcune giustificazioni nel surreale - una delle teorie in voga afferma che i vertici di Google sono alieni il cui algoritmo è stato sventrato da Al Quaeda -. Al di là delle spiegazioni di questo tipo, rimane il fatto che per Google i motivi di tensione con il governo cinese sono iniziati con il tentativo da parte delle autorità di fare passare la nota Green Dam Youth Escort, un software che doveva essere installato in tutti i pc venduti in Cina dal primo luglio 2009 per controllare la connessione in rete, evitanfo che i giovani accedessero a materiali «sconvenienti». Il progetto è stato accantonato per il il boicottaggio di molti utenti e perché le aziende produttrici di computer si sono dimostrate refrattarie a installare un software che dai primi test mandava in tilt tutti i computer, a causa di bachi e una incompatibilità con Windows. Il governo cinese è allora passato al contrattacco rasando centinaia di siti, mentre Google è stato accusato di diffondere materiale pornografico. Diverso il trattamento riservato da Pechino per Baidu, alimentando i dubbi sulla vericidità delle accuse governative. In primo luogo perché anche Baidu veicolava materiale pornografico; in secondo luogo perché da un'attenta analisi del traffico, un blogger piuttosto famoso, Keso, aveva fatto notare come gli accessi alla versione giapponese di Baidu fossero prevalentemente cinesi. «Che cosa cercano i cinesi, si chiedeva, nella versione giapponese di Baidu?» Il porno, naturalmente.
A dicembre del 2009 alcuni analisti avevano sancito il momento delicato per Google in Cina: Baidu aveva annunciato che le proprie quote di mercato erano salite fino al 77%, con Google fermo ad un 19%, ma in crescita rispetto al precedente 17%. Baidu fornisce ai propri utenti 740 milioni di pagine web, già nel 2008 oltre cinque milioni di cinesi hanno visitato il suo sito. Tra i vari servizi offre anche una enciclopedia on-line (la Wikipedia cinese). Conta oltre seimila dipendenti e nel 2009 ha dovuto fronteggiare la crisi, resa evidente da alcune manifestazioni, come quella del 15 maggio scorso, quando migliaia di dipendenti sono scesi in strada a Shenzhen, uno dei polmoni dell'economia cinese, per protestare contro la riduzione di stipendio del 30% decisa dall'azienda. In mezzo a questi dati non erano pochi quelli che sottolineavano le grandi potenzialità di Google: dopo la fallimentare esperienza russa, dove a causa della peculiarità della lingua il motore di ricerca russo Yandex domina in modo incontrastato, l'approccio in Cina è stato diverso, al punto che Eric Schmidt, Ceo di Google, aveva affermato che in futuro «la Rete parlerà cinese».
Lo spettro di Android
Specialmente nei servizi sui cellulari, Google, grazie alla partnership con il principale operatore di telefonia cinese, China Mobile, stava erodendo non poche quote alla concorrenza. Baidu del resto beneficia dallo status di operatore storico (è nata nel 2000) e, secondo i suoi dirigenti, è in grado di mettere insieme gli strumenti necessari affinché i cinesi possano ottenere informazioni non solo attraverso il motore di ricerca, ma anche attraverso alcuni strumenti di social networking, come Baidu Post Bar. Così, mentre Baidu, allineato alle esigenze del governo cinese, per ora sembra concentrarsi sulla ricerca, le ambizioni di Google in Cina sembravano andare ben al di là della linea tradizionale che unisce pubblicità e search. Il vero asso nella manica è costituito dalla piattaforma operativa open source di telefonia mobile Android, pronta a sbarcare in Cina. Forse un'intenzione che ha preoccupato non poco competitors e governo cinese. Una delle tante chiavi interpretative di un labirinto di cui ancora non si intravede un'uscita, ma in cui attori principali potrebbero essere gli utenti cinesi, molto più vivi e creativi di quanto si pensi o di quanto venga spesso comunicato.
il manifesto 21 gennaio 2010
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Roderigo
30-01-2010, 01:32
GOOGLEPLEX
Un algoritmo nel campus del successo
http://img109.imageshack.us/img109/6625/googleplex.jpg
di Marco Codebo
In Googled (Penguin Press) il giornalista Ken Auletta racconta la storia del motore di ricerca più usato al mondo seguendo il modello della biografia dell'americano di successo. Nelle vite dei capitalisti il trionfo negli affari dipende da un concorso di diversi elementi: un'idea vincente, determinazione, fortuna ed un ambiente favorevole. Nel caso di Larry Page e Sergey Brin, i fondatori di Google, questi fattori corrispondono all'algoritmo PageRank per indicizzare le pagine web, alla fede nella missione di rendere la conoscenza accessibile a tutti, alla miopia della concorrenza. Il secondo punto è quello chiave, perché l'obiettivo di Google è rendere il mondo migliore tramite un'efficiente circolazione del sapere: il denaro non è un fine ma il mezzo per tradurre l'idealismo dei due founders in risultati tangibili.
Google ha conosciuto un incredibile successo finanziario grazie a due programmi, AdWords and AdSense, che permettono di piazzare microannunci sulle pagine web dove i naviganti arrivano dopo aver cliccato su una certa parola nel motore di ricerca. La pubblicità risulta così molto più mirata che sui giornali o in televisione, dove contiene sempre una componente di azzardo visto che i reali fruitori del messaggio pubblicitario rimangono una massa indistinta. Con Google invece è solo cliccando su «culatello» che uno si trova davanti ai link sponsorizzati di sei salumifici: sono quelli che hanno pagato per poter comparire sul margine destro della pagina dei risultati. Sconfitti di tale tecnica sono giornali, riviste e televisioni, dinosauri tecnologici condannati a perdere lettori, spettatori e soldi. Visto che Google investe i suoi guadagni in un miglioramento del servizio, sembrerebbe così confermato il sogno dei founders di rendere l'informazione accessibile a chiunque in una maniera più rapida, economica ed interattiva di quella consentita dai media tradizionali.
Il quadro idilliaco è completato dall'organizzazione del lavoro in Google, che esalta il lavoro di gruppo, favorisce relazioni verticali all'interno della compagnia (Brin and Page tengono regolari meeting con i dipendenti), e consente ad ogni tecnico di dedicare il 20% del proprio tempo a progetti di sua scelta. Non a caso tutti chiamano campus il quartier generale dell'azienda a Mountain View, alludendo all'ambiente accademico da cui Google ha mutuato una parte significativa della propria cultura. Il rapporto di Google col personale appare innovativo anche nel contesto antigerarchico della Silicon Valley e testimonia della distanza abissale che ormai separa le punte avanzate dell'innovazione capitalistica dal fordismo della fabbrica novecentesca. L'azienda ne trae notevoli vantaggi, visto che nelle stime dei dirigenti la metà dei prodotti messi sul mercato da Google proviene dalle ricerche autonome dei suoi tecnici. Al tempo stesso qui si profila una possibile contraddizione fra l'indipendenza necessaria alla ricerca e il bisogno di vendere spazi pubblicitari: cosa succede se un progetto genera un prodotto la cui commercializzazione entra in conflitto con un importante inserzionista? Chi vince fra un'invenzione che porta vantaggio al bene comune e l'impresa che la deve per forza incanalare in una direzione che produca profitto?
Ci sono poi le critiche dei settori libertari del web circa la violazione della privacy degli utenti e il tipo di conoscenza che è veicolato da Google. La prima questione ruota intorno ai cookies, frammenti di sofware spediti da un sito web al computer di un utente (o meglio al suo programma per navigare su internet) per raccogliere informazioni su quest'ultimo. Lo scopo è facilitare successive visite al sito, che a tal scopo si fa rinviare i dati contenuti nel cookie ogni volta che ne ha bisogno. Google è accusato (www.google-watch.org/) di usare cookies particolarmente invasivi della privacy degli utenti e per di più capaci di rimanere attivi fino al 2038. Al di là del tasso di paranoia dei radicali del web, non c'è dubbio che ad una compagnia che vende pubblicità mirata l'archiviazione di dettagliate informazioni sui propri utenti (indirizzo IP del computer, gusti individuali, dati personali, storia delle ricerche sul web) appaia come una risorsa potenzialmente molto redditizia. Persino chi, come Auletta, oggi crede nell'idealistica onestà dei founders, non può certo garantire che l'azienda non ceda un giorno alla tentazione di monetizzare i dati in suo possesso, vendendo agli inserzionisti il diritto di accedervi.
Per quanto riguarda il tipo di sapere che si materializza grazie all'uso di Google, è stato notato come il metodo inventato da Brin e Page si fondi su un radicale antiumanesimo. Come ha osservato Alessandro Baricco, le pagine che Google considera più utili sono quelle verso le quali punta un maggior numero di links (I barbari, Fandango). La ricerca sul culatello non dà un risultato qualitativo, il prodotto migliore sulla base dell'umanistica valutazione del gusto, ma quello meccanico della quantità di pagine web che hanno citato un determinato salumificio. È un argomento irrilevante per la cultura di Google, che per formazione sia dei founders che del personale privilegia un sapere fondato su dati elaborabili per mezzo di strumenti matematici. Il punto debole del metodo è che una volta «googlata» la conoscenza assume caratteristiche ostili all'innovazione, cioè all'idea stessa che giace alla base del successo di Google. Un nuovo tipo di culatello particolarmente saporito potrebbe non arrivare mai in cima alla lista Google perché sottovalutato a vantaggio dei salumifici già affermati e perciò più citati sul web.
Auletta si attesta su una posizione di appoggio critico alla compagnia di Mountain View, sostenendo che Google vende fiducia: vende cioè la capacità della compagnia di mettere in contatto gli inserzionisti con i clienti giusti. Il giorno che l'azienda venisse meno a questa fiducia gli utenti le volterebbero le spalle e si rivolgerebbero a produttori più affidabili. È un ragionamento che trasferisce la fiducia da Google al mercato, ma che lascia gli utenti esposti al rischio di crolli improvvisi, come nelle crisi di borsa. Cosa accadrebbe nel caso di un subitaneo collasso della fiducia nella bontà degli strumenti di Google? Come potrebbero sopravvivere gli utenti ad un'improvvisa apnea dell'informazione, dove si indirizzerebbero visto l'attuale quasi monopolio di Google sul web, e chi gli prenderebbe indietro il sapere avariato che si ritroverebbero memorizzato nei loro computer?
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FANTASTORIE
Il web dopo la cacciata di Larry Page e Sergey Brin
Uno dei principali blogger cinesi, Han Han, si è divertito a immaginare il futuro del web cinese, partendo dalla scomparsa di Google in Cina. Nel 2011 una nota governativa intimerà: «usare i motori di ricerca rende il popolo pigro». Qualche leader locale dichiarerà pubblicamente: «non ho mai usato un motore di ricerca». Il governo arruolerà milioni di persone pagate 50 centesimi (circa 5 centesimi di euro) per postare sui forum in favore del governo. Nel 2015 il governo taglia internet e fornirà computer senza tastiera. Nel 2016 ci saranno solo un milione di utenti on line, che navigheranno un'unica grande pagina.
I problemi però arriveranno: ci saranno milioni di commentatori dei forum senza lavoro. Il «Quotidiano Del Popolo» scriverà: «un'industria è stata sacrificata, ma per il bene della nazione». Nel 2019 la Cina chiuderà i propri confini, ma nel 2020 il mondo si distruggerà. Qualche discendente dei Maya chiarirà che in caso di eventi così straordinari, un ritardo di qualche anno, è un errore di ben poco conto.
il manifesto 21 gennaio 2010
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