Visualizza Versione Completa : Terremoto a Haiti
Roderigo
13-01-2010, 13:04
Terremoto a Haiti. Almeno 1.000 morti
http://img43.imageshack.us/img43/4390/apre2big.jpg (http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_13/terremoto-haiti-migliaia-sotto-le-macerie_ca13ade0-000d-11df-b35f-00144f02aabe.shtml)
Italiana a Port-au-Prince: strade come trappole
PORT-AU-PRINCE - E' ancora notte ad Haiti colpita da devastanti scosse di terremoto e si continua a scavare a mani nude fra le macerie, al buio perché manca la corrente. E' ancora impossibile fare un bilancio delle vittime, ma si teme che i morti siano migliaia. Duecento persone sono disperse in un albergo di lusso nella capitale, il Le Montana. Dei quattro ospedali di Port-au-Prince, tre sono crollati e il quarto non riceve più feriti perché intasato. In città sono comparsi gli sciacalli, che hanno saccheggiato un supermercato crollato. Sono circa 190, secondo la Farnesina, gli italiani che dovrebbero essere presenti sull'isola.
I voli di linea per la capitale sono stati cancellati, ma l'aeroporto è agibile. La Francia ha fatto partire due aerei con soccorritori e materiale, uno dalla Martinica e uno da Marsiglia. Dall'Italia partirà oggi un C130 militare con un ospedale da campo, personale medico e una squadra della Protezione civile. Anche altri paesi hanno offerto aiuti al governo locale. Non funzionano i telefoni nella capitale e non si riesce a comunicare con le persone che si trovano lì. Nelle ore successive al disastro, l'assenza di comunicazioni accresce l'ansia e soprattutto ostacola i soccorsi.
Il capo dell'unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano, ha dichiarato che al momento non risultano italiani coinvolti, ma ha precisato che "a mancanza di informazioni non vuol dire che non ce ne siano". "Non riusciamo a metterci in contatto con Haiti - spiega il portavoce dell'ambasciata italiana a Santo Domingo, Gianfranco Del Pero -. E' un problema nostro, dei colleghi francesi, americani, tedeschi e spagnoli con i quali stiamo collaborando. Nessuno ha davvero notizie per adesso. Tutti siamo in attesa di riallacciare le comunicazioni. Ma per ora è impossibile". Nessuna notizia si ha degli almeno 190 italiani che si trovano ad Haiti. L'ambasciata in Italia del paese caraibico è intanto tempestata di email e telefonate di studenti haitiani che vivono qui e che cercano notizie delle loro famiglie.
13 gennaio, 12:25
www.ansa.it (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/01/12/visualizza_new.html_1672992714.html)
Haiti, forte sisma distrugge edifici, migliaia morti
mercoledì 13 gennaio 2010 10:33
(Reuters) - Un forte terremoto ha colpito oggi la capitale di Haiti, distruggendo molti edifici come il palazzo presidenziale e seppellendo, sotto le macerie, migliaia di persone.
Un palazzo di cinque piani delle Nazioni Unite è crollato ieri a causa del terremoto di magnitudo 7, il cui epicentro si è verificato a soli 16 chilometri da Port-au-Prince, il più violento a colpire la povera nazione caraibica in oltre 200 anni.
Le immagini trasmesse da Reuters Television da Port-au-Prince, una città di un milione di abitanti, mostrano caos nelle strade, con centinaia di persone in lacrime e in preda al panico tra le macerie.
Uffici, alberghi, case e negozi sono crollati. Del palazzo presidenziale è rimasta la cupola sopra un cumulo di macerie.
Le Nazioni Unite hanno fatto sapere che molti membri del proprio staff che lavoravano nell'isola risultano ora dispersi dopo che anche il quartier generale dell'Onu è crollato.
VERIFICHE SU ITALIANI MA COMUNICAZIONI DIFFICILI
Al momento non risultano vittime italiane, fa sapere la Farnesina, precisando però che è difficile comunicare con Haiti.
"Verifiche su eventuali italiani coinvolti sono in corso, ci sono grosse difficoltà di comunicazione con il Paese al momento", ha detto al telefono un portavoce della Farnesina.
Fabrizio Romano, capo dell'Unità di crisi del ministero degli Esteri, ha detto in un'intervista radiofonica che 190 italiani risultano iscritti all'anagrafe consolare di Haiti.
Intanto, la Protezione civile fa sapere in una nota che in giornata partirà dall'Italia un C130 della 46esima Aerobrigata per portare ad Haiti un ospedale da campo e un team sanitario specializzato in medicina di emergenza, e che sarà poi pianificato un eventuale ulteriore invio di materiali e mezzi.
Haiti, il paese più povero dell'emisfero occidentale, non è ben attrezzato per rispondere a simili disastri.
"Rivolgo un appello al mondo, specialmente agli Stati Uniti, a fare quel che fecero per noi nel 2008 quando quattro uragani colpirono Haiti", ha detto Raymond Alcide Joseph, ambasciatore di Haiti a Washington, in un'intervista alla Cnn.
All'epoca gli Usa mandarono una nave ospedale al largo di Haiti.
UNA NUVOLA NERA
"Tutta la città è una grande nuvola nera. Ci sono migliaia di persone sedute per strada che non sanno dove andare", ha detto Rachmani Domersant, manager della fondazione di beneficenza Food for The Poor. "La gente sta correndo, urlando, piangendo".
L'intera città è al buio, ha aggiunto Domersant. Nel quartiere collinare di Petionville, non si vedono né polizia né mezzi di soccorso.
"La gente sta cercando di tirare fuori le persone dalle macerie con delle torce elettriche. Centinaia di morti? Significherebbe sottovalutare la situazione".
Il presidente Usa Barack Obama ha rivolto i suoi "pensieri e le sue preghiere" alle persone di Haiti e ha immediatamente promesso aiuti da parte degli Stati Uniti.
La Inter-American Development Bank ha garantito immediatamente 200.000 dollari come aiuti umanitari.
Funzionari Onu hanno detto che le normali comunicazioni sono interrotte e l'unico modo per parlare con la gente sul posto è via telefono satellitare. Le strade sono ricoperte di macerie.
Il terremoto è stato avvertito anche nella base navale di Guantanamo, a Cuba, dove sono detenuti 198 sospetti di terrorismo, ma il Chief Petty Oficer Bill Mesta ha fatto sapere che non ci sono stati danni alla prigione.
Dale Grant, geofisico dell'Us Geological Survey a Golden, Colorado, ha definito quello di oggi il peggior terremoto dal 1770.
"In quella zona ci sono stati due terremoti simili, nel 1751 e nel 1770, ma da allora mai si era verificato qualcosa di simile", ha detto Grant.
[/url]
http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE60C01C20100113?pageNumber=3&virtualBrandChannel=0
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Pietro Ancona
13-01-2010, 14:13
forse il popolo più povero della terra oppresso da regimi crudeli uno sempre più crudele dell'altro ma sempre appoggiati dagli USA che considerano Haiti un cortiletto di casa dove andare ad orinare quando fa comodo
terremoto.
in sicilia si dice: u cani muzzica u strazzatu. Certo in Giappone il terremoto non fa i danni di Haiti
Cero Pietro, ma anche all'aquila ha fatto molti morti e noi non siamo un paese povero..
forse il popolo più povero della terra oppresso da regimi crudeli uno sempre più crudele dell'altro ma sempre appoggiati dagli USA che considerano Haiti un cortiletto di casa dove andare ad orinare quando fa comodo
terremoto.
in sicilia si dice: u cani muzzica u strazzatu. Certo in Giappone il terremoto non fa i danni di Haiti
Neanche in California. Per pareggiare i conti dovremmo sperare in un cataclisma in Usa e Giappone che ne uguagli il numero di vittime. Di fronte ad una tragedia immane, che mi impedisce anche di guardare le immagini in tv, se proprio non ci si puo' limitare ad esprimere cordoglio e costernazione o ad attivarsi per l' invio di fondi e aiuti, si potrebbe almeno tacere.
Neanche in California. Per pareggiare i conti dovremmo sperare in un cataclisma in Usa e Giappone che ne uguagli il numero di vittime. Di fronte ad una tragedia immane, che mi impedisce anche di guardare le immagini in tv, se proprio non ci si puo' limitare ad esprimere cordoglio e costernazione o ad attivarsi per l' invio di fondi e aiuti, si potrebbe almeno tacere.
quoto in pieno, neanche io riesco a guardare quelle immagini
Pietro Ancona
13-01-2010, 17:07
Cero Pietro, ma anche all'aquila ha fatto molti morti e noi non siamo un paese povero..
ma siamo un paese corrotto. Gli studenti non sarebbero morti se ci fosse stato un pilastro che mancava.
Pietro Ancona
13-01-2010, 17:15
Neanche in California. Per pareggiare i conti dovremmo sperare in un cataclisma in Usa e Giappone che ne uguagli il numero di vittime. Di fronte ad una tragedia immane, che mi impedisce anche di guardare le immagini in tv, se proprio non ci si puo' limitare ad esprimere cordoglio e costernazione o ad attivarsi per l' invio di fondi e aiuti, si potrebbe almeno tacere.
tacere...però vi piace parlare quando si tratta di eventi che interessano tipo iran libertà etcc....
I regimi di Haiti crudeli fino al cannibalismo hanno fatto assai più morti del terremoto di ieri. Sempre con l'appoggio degli americani che hanno allevato e puntellato fior di delinquenti come papa DOC
http://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_Duvalier
tacere...però vi piace parlare quando si tratta di eventi che interessano tipo iran libertà etcc....
I regimi di Haiti crudeli fino al cannibalismo hanno fatto assai più morti del terremoto di ieri. Sempre con l'appoggio degli americani che hanno allevato e puntellato fior di delinquenti come papa DOC
http://it.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7ois_Duvalier
anche il terremoto e' colpa della Cia....
Gli studenti non sarebbero morti se ci fosse stato un pilastro che mancava.
Non mi è chiaro a che pilastro in particolare ti riferisci.
Però è verissimo che essendo un paese estremamente povero, le case sono venute giù come cartapesta.
Le strutture turistiche invece sono indenni.
non proprio, ho sentito che anche gli alberghi sono crollati.
poveri disgraziati
non proprio, ho sentito che anche gli alberghi sono crollati.
poveri disgraziati
si, è terribile Clara.
Evidentemente in un primo tempo si sono affrettati a dire così per ragioni turistiche. http://finanza.repubblica.it/News_Dettaglio.aspx?del=20100113&fonte=TLB&codnews=679
Speriamo per i nostri connazionali.
pare fossero circa 200 e solo 60 rintracciati per ora.
Pietro Ancona
13-01-2010, 19:32
Non mi è chiaro a che pilastro in particolare ti riferisci.
Però è verissimo che essendo un paese estremamente povero, le case sono venute giù come cartapesta.
Le strutture turistiche invece sono indenni.
mi riferivo al pilastro mancante al pensionato della scuola di Aquila
Cero Pietro, ma anche all'aquila ha fatto molti morti e noi non siamo un paese povero..
... sì, ma questa è una catastrofe "vera" che potrebbe aver fatto 500000 morti ...
http://www.unita.it/news/mondo/93640/terremoto_ad_haiti_enorme_catastrofe
... sì, ma questa è una catastrofe "vera" che potrebbe aver fatto 500000 morti ...
http://www.unita.it/news/mondo/93640/terremoto_ad_haiti_enorme_catastrofe
catastrofe che stiamo seguendo in tv col cuore in gola, e il dolore non ha parole
se poteva essere evitata? a limite si puo' discutere di questo, ma allo stato attuale senbra che la scienza neghi questa possibilita'
possiamo discutere della poverta'.. ma anche in questo caso e' crollato anche il palazzo dell'Onu, che propria una catapecchia non doveva essere
Haiti, migliaia di morti Il mondo si mobilita
Farnesina: forse un italiano tra le vittime
13 gennaio, 20:22
Haiti, forse mezzo milione di morti.
Aiuti, e' corsa contro il tempo.
Esperto Ingv, rischi di una nuova scossa molto forte.
Appello del papa, serve generosità di tutti.
Già attivi gruppi su Facebook, appelli su Twitter.
Haiti flagellata da catastrofi.
Haiti, il paese piu' povero del continente americano
di Marco Galdi
ROMA - Port-au-Prince non esiste più. L'apocalisse si è abbattuta su Haiti e sulla capitale del paese più povero dell'intero continente americano. I morti fatti dal terremoto che si è scatenato a partire dal tramonto di ieri si conteranno, forse, a centinaia di migliaia. Potrebbe essere la peggior tragedia della storia, superare persino i 230.000 dello tsunami di Santo Stefano 2004. Qualcosa con cui il mondo intero dovrà fare i conti: lo ha detto per primo il presidente Barack Obama, che ha chiesto al Pentagono di mobilitare tutte le forze disponibili per portare aiuto. Una guerra per salvare vite.
L'orrore di Port-au-Prince è negli occhi dei bambini rimasti vivi, nei silenzi di chi si trascina senza braccia, nelle urla di chi è rimasto cieco. I cadaveri li ammucchiano nelle aule delle scuole, o li porta via il mare, o restano sotto le macerie di quella che fu la terra della filibusta e che oggi non è più nulla. Il palazzo presidenziale, il Parlamento, la Cattedrale, il quartier generale delle Nazioni Unite, gli albergacci che qui sembravano di lusso, l'ufficio delle imposte, l'ambasciata di Francia, ma anche la prigione, le scuole, gli ospedali e le sconfinate bidonville: tutto è crollato sotto un bombardamento di scosse. Per gli oltre due milioni di abitanti della capitale di Haiti, la differenza tra la vita e la morte l'ha fatta solo il caso. Con un paradosso: i più poveri hanno avuto la fortuna di avere solo lamiere e cartoni a piovere sulle loro teste. Ancora nessuno sa quale sarà il vero ordine di grandezza del bilancio finale.
L'Onu stima che un terzo dei 9 milioni di abitanti di Haiti sia stato colpito. Ed il primo ministro Jean Max Bellerive ha parlato di oltre centomila cadaveri. Tra i morti si contano già l'arcivescovo Serge Miot e la brasiliana Zilda Arns, fondatrice della Pastorale dei bambini della Chiesa cattolica a San Paolo, decine di Caschi Blu e forse centinaia di dipendenti dell'Onu. Il capo della missione delle Nazioni Unite, il tunisino Hedi Annabi, ufficialmente è tra i dispersi. Ma hanno già inviato il suo sostituto. Si è invece salvato il presidente René Preval, che con la moglie è riuscito a fuggire subito dall'inferno.
E' tornato a far sentire la sua voce solo oggi, dicendo di temere migliaia di morti. La capitale del paese più povero dell'intero continente americano è stata distrutta dal sisma più violento mai registrato nei Caraibi. Ma dire 'terremoto' non può rendere l'idea, neppure a chi lo ha già provato sulla sua pelle. Non è stata una scossa la prima, ma un lungo, interminabile, ondeggiare e sobbalzare della terra: 60 secondi di terrore, di edifici che crollavano come tessere di domino, di automobili sbalzate in aria. I sismologi dell'istituto americano di geofisica Usgs hanno classificato la prima botta di maglio, quella scatenata alle 16:53 di ieri dalla rottura della faglia ad appena 15 chilometri da Port-au-Prince, come di magnitudo 7.0 sulla scala Richter. L'energia liberata è stata pari a quella di una bomba H da 32 megaton. Circa 30 volte più potente del terremoto che ha distrutto L'Aquila (5,8 Richter), mille volte più distruttiva dell'atomica sganciata dagli americani su Nagasaki nel 1945 (32 kiloton). Da quel momento, nelle 17 ore successive, un bombardamento di altre 35 scosse: nessuna al di sotto dei 4.5 gradi Richter. Era il tramonto, quando l'equilibrio della Terra si è spezzato. La notte ha coperto la disperazione e dato il via libera agli sciacalli.
Lì dove il reddito medio pro capite è di 1.200 dollari l'anno, i saccheggiatori si sono scatenati senza ritegno. L'immane tragedia ha fatto scattare la catena dei soccorsi. Il Papa ha lanciato un appello "alla generosità di tutti". Obama ha cominciato mandando una portaerei. La Ue nella catastrofe ha trovato la forza di unirsi mettendo insieme "per la prima volta" un coordinamento unico per gestire gli aiuti alla popolazione. Ma mentre un'altra notte sta per cominciare sull'isola da dove Cristoforo Colombo nel 1492 fece cominciare la nuova storia del mondo, tutto perde senso e proporzione. Come nel giorno dell'Apocalisse.
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/01/12/visualizza_new.html_1672992714.html
13 gennaio, 20:22
Bondourant
13-01-2010, 22:49
una tragedia immane :(
http://www.repubblica.it/images/2010/01/13/215503222-de5999fa-98c0-466f-ac04-ab10525c9168.jpg
Port-au-Prince, a mani nude
tra le macerie della città
che non c'è più
Impressionante il numero delle vittime. Un politico locale: forse 500 mila. Ancora incerto il destino degli italiani sull'isola: 70 su 190 stanno bene
Dai finestrini del bimotore dell’Air Caribe la capitale di Haiti appare un cimitero di rovine a perdita d’occhio. È il primo aereo civile che arriva da Santo Domingo all’aeroporto di Isabelle e atterra su una pista dove pochi poliziotti tentano di tenere a bada centinaia di persone che cercano di fuggire sui pochi aerei militari arrivati per portare aiuti.
In città il palazzo del presidente è crollato, il parlamento è in macerie, la cattedrale non c’è più, come anche dozzine di chiese e l’ospedale principale. Centinaia di corpi coprono le strade giacendo sotto cumuli di polvere attorno ai quali i sopravvissuti si aggirano in religioso silenzio o gridano disperazione e rabbia, braccia aperte verso le nuvole basse del cielo dei Caraibi. Si levano canti di disperazione e nenie religiose, come preghiere lanciate in un vuoto disperato.
Non c’è nessuno che raccolga le salme, ciò che resta dell’autorità governativa sono scarni comunicati trasmessi dalla radio che parlano di disastro nazionale e invitano alla solidarietà. Cercano di far sentire le persone meno sole, ma sembra che l’unico risultato sia far aumentare la paura del dilagare delle violenze. A Port-au-Prince non c’è che morte e disperazione. Il presidente parla di centinaia di migliaia di vittime, qualcuno dice mezzo milione, per la Croce Rossa almeno un terzo dei 9 milioni di abitanti di Haiti sono stati toccati in qualche modo dagli effetti del sisma, tre milioni senza tetto.
Il conteggio delle vittime viene fatto da ospedali improvvisati nelle piazze e circolano numeri parziali che per ora vanno da mille a tremila a cinquantamila anime perdute nel terremoto che la notte scorsa ha investito la più povera nazione dell’emisfero occidentale con una scossa di magnitudo 7, la più forte dal 1770. I sopravvissuti si aggirano fra le rovine cercando parenti e proprietà inghiottite dalla terra. Si è diffusa la voce che a portare i primi aiuti saranno i militari americani con elicotteri dalla base di Guantanamo, nella vicina isola di Cuba, c’è chi guarda ripetutamente al cielo aspettando che i marines portino acqua, pane. Qui manca del tutto e l’assenza di comunicazioni aumenta la confusione. L’importanza dei soccorsi aerei dipende dal fatto che il porto è stato danneggiato e le navi hanno difficoltà ad attraccare. È stato l’arrivo dei primi velivoli militari con gli aiuti, provenienti da Usa, Islanda e Venezuela a far scattare la grande corsa verso l’aeroporto da parte di centinaia, forse migliaia di disperati che si assiepano di fronte al terminal. Il personale dell’ambasciata Usa è riuscito a evacuare le famiglie americane solo proteggendo il convoglio con una scorta armata fin sotto gli aerei della Guardia Costiera decollati alla volta di Miami.
Nella prima intervista al «Miami Herald» il presidente René Preval ha descritto «scene inimmaginabili nella capitale»: «Il parlamento si è come accasciato su se stesso, il ministero delle Finanze è collassato, le scuole sono cadute, gli ospedali si sono sbriciolati». Il presidente dice che Hedi Annabi, il tunisino capo della missione di stabilizzazione dell’Onu (Minustah) è morto, anche se il Palazzo di Vetro non ha ancora confermato, pur ammettendo la morte di almeno 11 funzionari. Non ha retto neppure la principale prigione dell’isola: i detenuti che si sono salvati sono fuggiti in massa.
L’ambasciatore francese a Port-au-Prince ha detto a France2 che «non c’è alcun mezzo che ora venga utilizzato, i pochi di cui si disponeva con il servizio dei vigili del fuoco sono stati sepolti fin dalla prima scossa. La gente è in strada e sta passando la notte in strada. Alcuni di loro, a mani nude, cercano di trovare i corpi sotto le macerie». L’ambasciatore ha continuato il suo agghiacciante racconto: «Alcune vie sono cosparse di cadaveri e si vedono persone, si vede spuntare una gamba, un braccio, tra mucchi di ferraglia e di cemento, è spaventoso. Ho attraversato a piedi due quartieri, quello dove si trova la residenza dell’ambasciata di Francia che è completamente distrutta e un’altra zona che si chiama il Divano verde, dove si trova la residenza del presidente. Non c’è una casa rimasta in piedi».
I saccheggi sono già iniziati. Non c’è polizia, pochi e sperduti i militari che lasciano sguarnito anche il palazzo presidenziale ferito, mentre le forze dell’Onu contano le proprie vittime. Il loro comandante tunisino viene dato per morto e i contingenti di Brasile e Cina, i più numerosi, avrebbero subito molte perdite. Anche del loro quartier generale non è rimasto quasi nulla in piedi. Non ci sono neanche notizie di Giovanni De Mattei, viceconsole onorario d’Italia, mentre la nostra ambasciata nella vicina Santo Domingo ha inviato un funzionario per accertare la sorte dei connazionali che si trovavano a Haiti al momento della scossa. «Dicono che il palazzo Onu della Minustah e l’hotel Montana sono crollati. So che all’hotel Montana abitavano degli italiani, ma non so quanti fossero e se al momento del terremoto erano in casa. Stiamo cercando di sapere qual è stata la sorte dei dispersi», dice l’avvocato Iampieri, che lavora all’Onu ad Haiti.
La Farnesina ha fatto sapere che una settantina di italiani residenti nell’isola si sono fatti vivi per dire che stavano bene. Sono 190 gli iscritti all’Aire, il registro dei connazionali all’estero, ma non è detto che fossero tutti presenti nel Paese. Fra gli italiani di Haiti ci sono cooperanti, religiose, tecnici di azienda, e qualcuno che abitava là da decenni. Ma è possibile che si trovassero a Haiti turisti o viaggiatori che non avevano segnalato la loro presenza. Oggi arriveranno ad Haiti due esperti del ministero degli Esteri per aiutare a fare chiarezza nelle informazioni. La Croce Rossa fa sapere che le persone coinvolte nel sisma sono almeno 3 milioni.
L’arcivescovo cattolico monsignor Joseph Serge Miot è morto sotto le macerie della cattedrale, si parla di un centinaio di sacerdoti morti in tutta l’isola. Anche le star di Hollywood si stanno muovendo a sostegno della popolazione di Haiti. Ben Stiller, Angelina Jolie e Brad Pitt sono solo alcuni dei nomi delle celebrità che hanno deciso di intervenire. Matt Damon è invece già sull’isola.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1518&ID_sezione=&sezione=
Pietro Ancona
14-01-2010, 11:04
Il Berluskones al quadrato che abita la Casa Bianca si agita da due giorni invitando il mondo ad arrecare aiuto ai disgraziatissimi abitanti di Haiti molti dei quali morranno non a causa del terremoto ma per la mancanza di cure e di assistenza che ancora non giungono da nessuna parte.
Del resto la gran parte delle vittime di NewOrleans il suo predecessore li fece crepare immersi nel fango per giorni e giorni o abbandonati nelle loro case invase dalle acque.
Obama e gli USA si dovrebbero vergognare per la condizione degli abitanti di Haiti che costituisce un pezzo degli USA e come sistema economico e sociale e per la dominanza USA sul territorio e sui criminali governi dell'Isola.
Basta guardare la gente di Haiti per capire l'odio degli americani wasp per Cuba. Cuba è povera ma gli abitanti hanno dignità,
lavoro, cultura, socialità, assistenza medica, pensioni.
Gli abitanti di Haiti sono costretti a subire governi dispotici di autentici cannibali che non possono rovesciare senza provocare una invasione del Grande Fratello.
Guardare Haiti significa apprezzare immensamente Cuba con tutti i suoi difetti ma con i suoi milioni di bambini ben nutriti e che vanno a scuola e sono seguiti da gruppi di professori psicologi ed altro. Il comunismo cubano investe nel futuro che è dato appunto dai suoi
meravigliosi bambini.
ALTRO CHE SOLIDARIETA'
Ma Santo Domingo alza le barriere
"Non vogliamo haitiani in fuga"
Le autorità hanno decretato la massima allerta alle frontiere
SANTO DOMINGO
Alla faccia della solidarietà. Se mezzo mondo si muove per aiutare Haiti, da Santo Domigo alzano barriere per non accogliere disperati in fuga. Le autorità della Repubblica Dominicana hanno decretato la massima allerta lungo i diversi posti di frontiera con Haiti, da dove temono l’arrivo di un’ondata di haitiani che cerchino di lasciare il paese dopo il terremoto.
Lo ha reso noto il direttore della migrazione di Santo Domingo, Sigfrido Pared Perez, precisando che «il Corpo per la sicurezza alle frontiere dominicane (Cesfron) è stato allertato al fine di contenere possibili ondate di haitiani provenienti dal paese vicino». Perez ha pure sottolineato che «un cittadino colombiano e uno iraniano scappati dal carcere di Port-au-Prince, che èstato distrutto dal terremoto, sono stati catturati mentre cercavano di entrare nella Repubblica Dominicana da Dajabon». L’allerta è ai livelli massimi soprattutto in quest’ultima località e in un altro punto del confine, a Jimanì, molto vicino alla capitale haitiana. Bontà loro: il direttore all’immigrazione ha comunque precisato che SantoDomingo «ha provvisoriamente sospeso, per ragioni umanitarie, il rimpatrio di haitiani a Port-au-Prince».
In ogni caso, Santo Domingo sta almeno accettando decine di feriti, mutilati o con fratture di varia entità, trasferiti da Port-au-Prince a Jimani nella Repubblica Dominicana, dove si trova un piccolo ospedale. Bambini, uomini e donne sono stati trasportati in pullman nella città dominicana e ricoverati all’ospedale generale Melenciano, situato alla frontiera. I pazienti con le ferite più gravi sono stati trasportati in centri ospedalieri meglio attrezzati a Santo Domingo. Altri feriti sono stati ricoverati in nosocomi di province vicine. Il presidente Leonel
Fernandez ha ordinato ai centri ospedalieri dominicani di mettersi a completa disposizione dei superstiti del terremoto.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51242girata.asp
14/1/2010 (7:29) - LA STORIA
Un paradiso di dolore
Scoperta da Colombo, popolata di schiavi,
l’isola “bella e verde” ha patito nei secoli
colonizzatori, liberatori e catastrofi naturali
MIMMO CANDITO
Fino all’altro ieri, quando terra e cielo si sono fatti un inferno e il mondo si è capovolto da dentro le viscere delle strade e dei campi, a Haiti c’era ancora un vecchio monumento a ricordare lo sbarco di Cristoforo Colombo.
Era stato il 6 dicembre del 1492, e «Hay tierra, tierra por ahì», aveva gridato quel mattino il marinaio dall’alto della coffa della «Santa Marìa», e puntava il braccio verso sudest, nemmeno tanto sorpreso. Cristoforo Colombo, il Nuovo Mondo lo aveva ormai inventato da un paio di mesi: era sbarcato con la bandiera e la Croce a San Salvador il 12 ottobre, avamposto di tutte le Indie, e ora ecco che arrivava in quest’ultima isola prima di tornarsene a Madrid, e volle chiamarla La Espanôla, poi in latino Hispaniola. «Bella, verde di grandi alberi, e di grandi montagne», aveva annotato orgoglioso nel giornale di bordo della sua caravella.
Quel monumento a Colombo, il terremoto dell’altro ieri se l’è divorato. E Haiti resta ora appesa nel limbo di un tempo che pare doversi dimenticare d’ogni passato, assegnata simbolicamente al proprio destino di crocevia dannato della Storia dove tutte le contaminazioni, e le contraddizioni sanguinose, di questi 500 anni paiono essersi decantate sul fondo aspro delle sue terre. Perché non v’è angolo del pianeta più infelice, forse, di quest’isola un tempo «bella e verde» ma ora terzultima nelle classifica dei paesi più poveri; ma non v’è angolo del pianeta dove più che in questa Hispaniola-Haiti sia passato davvero il vento della Storia lasciando sulle sue spiagge nere e sui monti azzurri delle sue Alte Terre le tracce delle vicende, delle lotte, dei traffici, delle miserie, dei sogni, delle speranze, delle superbie inquiete, che hanno fatto la cronologia amara e forte delle società umane dal tempo lontano del Nuovo Mondo a oggi.
A Hispaniola-Haiti è passato di tutto. C’è passato il colonialismo, che è stato la storia dell’Europa centro dell’universo da quell’ottobre di metà millennio fino agli anni dell’ultimo dopoguerra, quando Fanon chiamava il mondo dei diseredati a ribellarsi loro destino di «dannati della Terra». Un colonialismo che ha segnato nell’isola tutte le tappe della sua mutazione planetaria: prima, quello degli spagnoli alla ricerca disperata dell’oro, con l’annientamento di tutti gli indigeni delle etnie Taìno e Arauachi e la loro progressiva sostituzione con gli schiavi africani importati dai negrieri arabi (ancora nel ‘700, vivevano nella colonia spagnola dell’isola 32.000 europei padroni d’ogni respiro, 28 mila mulatti, la gens de couleur mezza libera e mezza serva, ma più di 500 mila schiavi impiegati come bestie nelle miniere e nelle piantagioni di zucchero), e poi quello nord-americano, che s’impadronì dell’isola con un colpo militare nel 1915 e la controllò fino al ’34 in ossequio alla dottrina Monroe, per tenere alla larga le ambizioni delle potenze europee, la Francia (che controllava ora l’altra metà dell’isola, quella chiamata oggi Santo Domingo) e la Germania.
C’è passato poi, ad Haiti, il sogno della libertà dei poveri, seguendo le utopie felici che la Rivoluzione Francese proclamava a Parigi dalla Sala della Pallacorda. Gli schiavi neri dell’isola, quelli concentrati nelle terre di Cap Francais, si ribellarono ai loro padroni il 22 agosto del 1791 e lanciarono il proclama anch’essi della «Revolution», trasformandosi in un esercito di straccioni e di disperati che – epigoni di Spartaco - s’alleava con i mulatti della gens de couleur e con gli schiavi fuggiti verso le Alte Terre dell’interno, i maroons libertari, anarchici, figli lontani di quei «Fratelli della Costa» che avevano già fatto dell’isola l’approdo e il santuario dei bucanieri e dei pirati che veleggiavano per il Caribe battendo al vento la loro bandiera nera con il ghigno bianco del teschio.
La Rivoluzione trionfò, battè l’esercito ufficiale di Napoleone e di Parigi e proclamò l’indipendenza di quella che da quel giorno, il 1° gennaio del 1804, e per sempre cancellava la memoria coloniale di Hispaniola e diventava soltanto Haiti (ricordando l’antico nome che all’isola, Ayiti, davano gli indigeni annientati dai successori di Colombo). Ma ad Haiti c’è anche passata la delusione della decolonizzazione, che doveva segnare il nuovo mondo nato dalla II Guerra mondiale e ha invece travolto e squassato il destino di gran parte di quella che è la vera Madre Patria dell’isola - l’Africa lontana - e ha anche tradito le illusioni di una Revolution che ad Haiti liberata sembrava impiantare il tempo nuovo dei popoli dei poveri e invece non riusciva ad andare ad di là di un messaggio di solidarietà lanciato ai sogni bolivariani dell’emisfero.
Il potere «decolonizzato» impiantato con la Revolution rivelò tutta la propria incapacità a gestire il futuro delle sue genti nere, perdendosi – proprio come in Africa – in un marasma di corruzione, di violenza incontrollata, di ambizioni sanguinarie e dittatoriali, di colonnelli e generali che usavano la forza delle armi per spartirsi le spoglie dell’isola. Simbolo di questa sconfitta amara di tante speranze è la «presidenza a vita» che consegnò l’isola nelle mani di «Papa Doc» Duvalier e poi del figlio «Baby Doc», feroci padroni d’ogni haitiano con l’appoggio degli agenti segreti dei «Ton Ton Macoutes»; la loro storia precipiterà fino ai nostri giorni in una sequela di colpi di Stato che nulla più ricordano delle illusioni della Revolution libertaria.
Le povere pietre del monumento a Colombo oggi sono ammassate e confuse con le povere pietre delle case e dei palazzi schiantati dal terremoto. La Storia si mescola e pare dimenticare, tra le urla e i pianti di chi è sopravvissuto, quello che il tempo aveva darto ad Haiti.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51230girata.asp
Pietro Ancona
14-01-2010, 15:21
Nota
http://www.aristide-haiti.it/
Haiti: terremoto
come contribuire?
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=69544a0041a0db89
Haiti/ Save The Children: Almeno 2 milioni di bambini colpiti
18:27 - ESTERI- 14 GEN 2010
"Sono senza genitori e in pericolo, vanno accuditi"
Washington, 14 gen. (Apcom) - Almeno due milioni di bambini e adolescenti sono stati colpiti dal terremoto che ha devastato Haiti. Lo afferma l'organizzazione non governativa (ong) britannica Save The Children, secondo cui questo bilancio comprende feriti e orfani. Il terremoto è "un'esperienza profondamente traumatizzante per i bambini haitiani", ha spiegato Gareth Owen, responsabile delle emergenze per l'ong. "Stimiamo a due milioni (il numero di bambini, ndr) che potrebbero essere colpiti e i traumi che subiscono potrebbero segnarli a vita". I bambini, ha detto Owen, "sono in stato di shock e di pericolo: molto di loro sono diventati orfani o sono stati feriti. Hanno bisogno di essere accuditi in fretta. Migliaia non hanno più notizie della loro famiglia e dei loro amici. Ormai non possono contare che su se stessi per sopravvivere".
http://www.apcom.net/newsesteri/20100114_182752_35f3851_80758.html
Settemila corpi in una fossa comune. L'allarme: "Strage di bambini"
Si cerca ma nessuno spera nel miracolo: "Cadaveri in tutte le strade"
Blocchi stradali con massi e cadaveri
il dramma di Haiti senza acqua né cibo
dal nostro inviato ANGELO AQUARO
La città che non c'è più si vede alla fine di quella strada- che dal confine di Jimani porta dentro l'epicentro del sisma, quella via maledetta su cui sono tornati trafficanti e banditi, percorsa ininterrottamente dalle colonne della Croce Rossa. Port-Au-Prince è il buco nero che ha inghiottito migliaia di vite.
Tra i volontari che fanno la spola anche la strana coppia di due giornalisti e un poliziotto. Joseph Emmanuel, Myriam Le Branche e Clark Saint Louise sono partiti con la jeep vuota da Port-Au-Prince per caricarla di viveri a Jimani e tornare a casa. "Zucchero, acqua, tanta acqua, spaghetti, oui". Abitano a Dalmas, la via principale "circondati dai morti, come tutti". Myriam ha perso un fratello, Philip, in questo mare di morti. Nell'inferno di Port-au-Prince, da cui salgono ancora polvere e lamenti. Con le strade piene di cadaveri. Settemila solo in una fossa comune, dice il presidente Preval.
Agli angoli di quelle che una volta erano strade solo cataste su cataste. E poi la disperazione dei vivi. I vivi che chiedono acqua, acqua, acqua. "Gli assetati sono destinati a morire" grida Jimitre Coquillon, medico. E sembra un urlo biblico. Haiti si risveglia per il terzo giorno sotto le bombe del terremoto. E' una guerra, peggio che una guerra: il clima lo vedi anche negli spari e nelle esplosioni che sono già diventati la colonna sonora di questa tragedia. Le esplosioni sono l'ultima tragica beffa: è la vendetta delle case crollate, alimentate a metano.
Tra qualche giorno lì davanti al porto dovrebbe comparire una clinica militare galleggiante. Intanto i feriti si curano nei parking degli alberghi che non ci sono più. Basterà? La rabbia dei sopravvissuti dice di no: e nella notte spuntano blocchi stradali fatti di massi e cadaveri per urlare la disperazione di chi è senza aiuto. Medici senza frontiere ha occupato gli unici ospedali rimasti ancora in piedi e nell'ennesimo parking ha allestito una clinica da campo. Il semaforo che adesso lampeggia tra le macerie sembra uno scherzo macabro. L'aeroporto di Port-au-Prince riapre, poi chiude ancora, l'atterraggio sarebbe riservato soprattutto ai mezzi di soccorso ma l'ingorgo e la ripresa del traffico privato lo mandano in tilt. Le barelle dei feriti fanno il resto.
C'è chi improvvisa un piccolo funerale tra le macerie: si scava per salvare, si scava per seppellire. La regola del terzo giorno è impietosa come tutte le statistiche: il 79% dei salvataggi avviene nelle prime 72 ore. Dopo è un miracolo. Matt Arek parla per la Croce Rossa Usa. Il dramma ha una parola sola: acqua. E' il dramma dei bambini, delle donne, dei tanti disperati che tendono la mano alle magliette gialle dei volontari, ai pochi medici per le strade, al piccolo esercito dei soccorritori.
E poi i bambini. La Croce Rossa lancia l'ennesimo allarme, due milioni le piccole vittime del terremoto: morti, feriti, senza casa, senza madre, senza padre, senza tutto. Sarà l'emergenza più lunga, la più difficile da curare. Da Port-au-Prince al resto del paese è un cimitero di corpi piccini. A Jecmel una scuola è crollata con tutti i bambini dentro. Quelli che si salvano mendicano per le vie dei morti. Teneteli almeno lontano da Canape Vert: teneteli lontano dalla fogna della città. "Puzza di cadaveri, puzza di rifiuti, puzza di esseri umani".
Miracoli pochi. Un volontario dell'Onu tirato fuori da sotto le macerie strappa lacrime e gioia ai soccorritori. Ma sono ancora scosse di assestamento, ancora paura. L'ultimo allarme vero intorno alla mezzanotte di mercoledì. Decine di migliaia di persone sono andate a cercare riposo davanti all'oceano. Non hanno più casa, non hanno più niente, si contano urlando, la mamme che chiamano i figli, i figli che cercano le madri. Non è un accampamento e neppure una processione, la spiaggia è l'unico posto dove fuggire. Ma non c'è pace, non ci può essere pace. Basta un grido più forte degli altri: "Tsunami!". Torna l'inferno.
Le ombre si muovono nella notte, prima piano, poi sempre più velocemente, l'allarme Tsunami è stato ufficialmente cancellato ma che importa, qui basta un sussurro, una frase: nessuno ha visto in tivù il presidente René Preval che alla Cnn dice di non sapere dove andare a dormire, ma non è un problema, il problema è scavare, scavare, trovare i dispersi. Nessuno ha visto niente in tivù perché qui non c'è tivù, non c'è elettricità, c'è una sola, intermittente linea telefonica. Troppo carica per sopportare tutto il dolore di Haiti.
(15 gennaio 2010)
http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/15/news/haiti_reportage_15_gennaio-1953507/
Terremoto Haiti, rischio epidemie
15/01/2010
Haiti nel caos a tre giorni dal sisma, è ancora difficile portare soccorsi ed è molto elevato il rischio di epidemie. Gli USA sono in prima linea nei soccorsi con lo stanziamento di 100 milioni di dollari e l'invio di soldati e soccorritori, l'Italia è già mobilitata con un Falcon con i primi aiuti e un C 130 con medici e ospedali da campo, la Francia chiede una maggiore mobilitazione mondiale.
Unica certezza sono i corpi allineati per terra coperti da un lenzuolo mentre altri 7000 sono già seppelliti in una fossa comune.
Manca tutto e il rischio di epidemia è altissimo e sono frequenti anche tentativi di saccheggio dei primi aiuti che arrivano.
Oltre 3 milioni le persone senza casa ad Haiti e a soffrire di più ovviamente sono i bambini molti dei quali ancora sotto le macerie.
130 italiani contattati
Sarebbero 130 gli italiani che si sono manifestati e che stanno bene. A renderlo noto è il nostro Ministero degli Esteri specificando che ad Haiti,dopo il sisma,mancano all'appello alcune decine di concittadini. E' difficile sapere quanti altri fossero nell'isola e 191 è ancora un numero teorico. Il Ministero degli Esteri continua le ricerche soprattutto nelle zone e agli indirizzi in cui risultano italiani.
Fossa comune
Il presidente di Haiti Preval ha confermato che sarebbero stati seppelliti circa settemila vittime del terremoto che martedì ha colpito Haiti in una fossa comune.
La dichiarazione del presidente è stata fatta nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente della Repubblica Dominicana, Leonel Fernandez, il primo capo di Stato straniero a visitare il Paese caraibico dopo il devastante sisma.
E proprio da Fernandez arriva un ulteriore appello agli aiuti umanitari per Haiti. Tutto il mondo in queste ore già si sta mobilitando.
Il video del terremoto
Le immagini del disastroso terremoto ad Haiti arrivano su Youtube grazie a Rainews24. Oltre 212000 le visualizzazioni della tragedia causata dal terribile terremoto che ha raso al suolo l'intera Haiti.
Ecco il link del video: http://www.youtube.com/watch?v=uxrkoXQqrDY
Il terremoto
Una catastrofe drammatica quella che si è abbattuta sull'isola di Haiti messa in ginocchio dal terremoto. La terra ha tremato, secondo dati riportati dai sismografi dell'Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV) alle ore 22:53:09 italiane del giorno 12 Gennaio, scossa di magnitudo 7, profondità di 10 km. L’epicentro del terremoto è a circa 15 km a Sud-Ovest di Port-Au-Prince, Haiti, 140 km circa ad Est di Les Cayes, Haiti, e circa 145 km a Ovest-NordOvest di Barahona, Repubblica Dominicana. Sarebbero gravissime le conseguenze di questo terremoto: tanti edifici crollati, tra cui tre ospedali, centinaia le persone che avrebbero perso la vita. Nessun numero ancora reso ufficiale, ma su "Lastampa" si legge che potrebbero esserci "500mila vittime". questo quanto affermato da Youri Latortue, senatore haitiano, che basa la sua stima sui danni provocati dal terremoto.I sopravvissuti agvrebbero trascorso la notte in strada; c'è paura per lafragilità delle loro abitazioni, assenza di soccorsi, medicine, ospedali possa far salire il bilancio oltre misura, problemi di comunicazione e scambio di informazioni. Crollata anche la sede della missione Onu, morto il tunisino Hedi Annab, il capo della missione insieme a 16 dipendenti Onu.
Nella giornata di ieri la Farnesina, attravreso Fabrizio Romano, capo dell'Unità di Crisi della Farnesina, avreva fatto sapere a Radio Uno Rai che ""al momento non risultano coinvolti connazionali. La mancanza di informazione non vuol dire che non ce ne siano. Stiamo naturalmente lavorando, sia direttamente attraverso le nostre strutture sul luogo, sia in contatto con le altre unità di crisi dei Peesi europei per arrivare a un quadro realistico e aggiornato. I connazionali, iscritti all'anagrafe consolare, sono circa 180 ai quali vanno aggiunti una decina di italiani che si sono iscritti al nostro sito 'dove siamo nel mondo'. Non possiamo escludere che ce ne siano altri che non si sono registrati né al consolato né al nostro sito". Ma c'è grande ansia perchè potrebbero esserci turisti italiani che non avrebbero comunicato la loro presenza ad Haiti.
http://www.italia-news.it/index.php?idcnt=30257&idct=4&lang=it
| Maurizio Matteuzzi
Il colpo di grazia per gli ultimi dell'Occidente
Haiti non esiste più. Si parla di almeno centomila morti. Per fare un paragone, lo tsunami del 2004 fece 240 mila vittime ma sparse in tutti i paesi sull'oceano Indiano. Il terremoto del settimo grado della scala Richter che alle 5 di giovedì pomeriggio (le 23 in Italia) ha colpito e distrutto Port-au-Prince, è stato il colpo di grazia. Non si riprenderà più. Sembra che una maledizione incomba su Haiti cherie, quella che un tempo contese a Cuba il titolo di «perla delle Antille». Quella di essere stata, la prima colonia dell'America latina a conquistare l'indipendenza e farsi repubblica - e «repubblica nera» - nel 1804 sull'onda della rivoluzione francese. Come dovesse pagare un debito inestinguibile. Che ha pagato, in moneta sonante, fino a pochi anni fa alla Francia. Che continua a pagare agli Usa, arrivati per la prima volta nel 1915 e poi, di fatto, mai più ripartiti.
Haiti, il paese più miserabile del mondo, fuori dall'Africa, sette milioni di haitiani su 10 che sopravvivono con meno di uno o due dollari al giorno, il numero 150 sui 177 paesi stando all'indice di sviluppo umano. Il paese in cui l'1% dei mulatti che parlano francese è padrone della metà della ricchezza nazionale e più del 90% dei neri che parlano creole non è padrone di niente. Il «Paese delle montagne», questo significava Haiti nella lingua degli originati Tainos, che cinque secoli fa era coperto da boschi e foreste e oggi quelle montagne sono pelate escarnificate: basta arrivare in aereo da Santo Domingo. Da una parte il verde, dall'altra il grigio.
Un pezzo d'Africa fuori dall'Africa. Ma Haiti non è fuori dall'Africa, semmai è un pezzo d'Africa nel cuore dei Caraibi. René Depestre, uno degli esponenti più noti di quella sfavillante cultura haitiana che fa da misterioso contrappunto alla sua miserabile condizione umana, sociale e politica, ha detto una volta che «due secoli dopo l'indipendenza degli schiavi, un evento maggiore nella storia politica e culturale della civiltà, Haiti è immobile sotto la soglia della miseria assoluta».
Il '900 è stato un lungo calvario per Haiti e la stragrande maggioranza degli haitiani. Violenza, invasioni, saccheggi, fame, emigrazione e fuga, fame, l'Aids (si calcola che più del 2% della popolazione sia portatore della malattia o del virus Hiv). I 200 anni di «libertà», celebrati a Port-au-Prince nel febbraio del 2004 sulla Place des Heros de la Indépendance nel Champ de Mars a fianco del bianco palazzo presidenziale crollato su se stesso martedì, non furono una festa ma l'occasione per moti sanguinosi contro il presidente Jean-Bertrand Aristide e contro la fame.
La storia di Haiti non comincia con i Duvalier ma fu Francois Duvalier, un medico adepto dei riti voodù che si prese il potere con un colpo di stato militare, a marcare per sempre l'immagine del paese. Papa Doc, presidente a vita, divenne un simbolo, con i suoi Tontons Macute, non solo per Graham Greene che ci scrisse sopra «I commedianti». Alla morte del «presidente a vita», nel '71, gli succedette il figlio, Baby Doc, anche lui, allora diciannovenne, presidente a vita. Nell'86 era diventato troppo anche per gli sponsor di sempre, Stati uniti e Francia lo caricarono su un aereo francese e lo spedirono a svernare in un esilio dorato della Costa Azzurra. Altri colpi di stato, altri generali a spolpare il paese e gli aiuti internazionali. Fin quando nel '90 fu eletto a valanga - come diceva il suo partito d'allora Lavalas - Aristide, un piccolo prete della teologia della liberazione. Una speranza. Ma durata poco. Nel '91 altro golpe militare e il generale Raoul Cedras. Fino al '94, quando il presidente Bill Clinton lo caricò su un aereo americano e lo mandò a svernare nell'esilio dorato di Miami, richiamando Aristide, senza più potere né tempo. Nel '94, scaduto il suo mandato, dovette farsi da parte e lasciare il campo a quello che allora era un suo uomo, René Préval. Anche lui eletto a valanga. Aristide fu di nuovo eletto nel 2000, ma non era più lui. Del piccolo prete che parlava della liberazione di poveri non era ormai che l'ombra. I poveri erano sempre più poveri e Haiti sempre più vulnerabile alle periodiche maledizioni di paese tropicale. Le piogge e le inondazioni del maggio 2004 provocarono 2000 morti e quelle di settembre 3000 morti. Qualsiasi «cosa» per Haiti si converte in tragedia. Quell'anno cominciò anche la rivolta della «società civile», in realtà era l'inizio di un golpe mascherato finito con il «regime change» che l'amministrazione Bush aveva deciso a Washington. Aristide fu caricato su un aereo e spedito in Sudafrica, a Haiti arrivarono i primi contingenti della Minustah, la missione Onu per la stabilizzazione di Haiti, a guida di militari brasiliani che prima di partire per Port-au-Prince si addestravano nella favelas di Rio de Janeiro.
Il contingente internazionale riuscì, sovente con metodi spicci, a stabilizzare la situazione - ma trasformandosi sempre di più in una forza di occupazione - e nel febbraio 2004 si tennero elezioni che riportarono alla presidenza Préval, visto ancora come uomo di Aristide, alla testa di un partito che ora si chiamava Espwa, Speranza. Una speranza durata poco.
Privatizzazioni, disoccupazione (più della metà della forza lavoro haitiana è o senza lavoro o con lavori precari), controllo della violenza politica e sociale a suon di mitragliatrici (i caschi blu «riconquistarono» Cité Soleil, l'infernale slum di Port-au-Prince, il regno della gang dove solo i «medici senza frontiere» e le suorine«Filles de la charité de San Vincent de Paula» potevano entrare.
Nel 2008, in aprile, l'aumento del prezzo del riso provocò moti sanguinosi e fra agosto e settembre quattro uragani in sequenza fecero 800 morti (gli stessi uragani che distrussero anche metà Cuba ma fecero un solo morto).
Haiti andava a fondo. Servizi, scuole, ospedali, strade, elettricità, acqua potabile: o non c'erano o erano fuori uso. Corruzione e via libera al narco-traffico. Si calcolava che la coca colombiana sulla via del grande mercato Usa, in quelle condizioni, andasse a nozze, un affare da 700 milioni di dollari l'anno. Che però non lasciavano che qualche briciola nel paese. L'unico scampo era, come sempre l'emigrazione, la fuga. Verso gli Stati uniti, che però, con Bush padre, con Clinton e con Bush figlio stringevano sempre di più la rete e respingevano i boat people haitiani indietro o, prima di convertirlo in un lager anti-islamico, nella base di Guantanamo.
I «donatori internazionali» di tanto in tanto si riunivano e stanziavano fondi virtuali per salvare Haiti: un miliardo di dollari nel 2004, nel 2009 la bellezza di 346 milioni. Che però non arrivanano mai e quelli che arrivavano sparivano nel gorgo della corruzione. A Port-au-Prince arrivarono anche Lula e Clinton, divenuto nel frattempo «inviato speciale per Haiti» dell'Onu. Lula nel 2004 si portò dietro tutta la nazionale di calcio brasiliana che sfilò per le strade di Port-au-Prince e la seconda volta con una squadra di imprenditori. Idem Clinton, che prometteva «investimenti diretti» mai arrivati.
Eppure, le statistiche dicono che il pil è cresciuto del 2.9%. E Préval ha messo il veto a una legge votata dal parlamento che portava da 2 a 5 dollari il salario minimo giornaliero, acconsentendo solo, alla fine, l'aumento di un dollaro.
Poi ci ha pensato il terremoto.
http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/01/articolo/2163/
Brasilia, 15 gen. (Adnkronos) - Il console di Haiti a San Paolo del Brasile, Gerge Samuel Antoine, ha affermato che il terremoto che ha colpito il Paese caraibico "è una cosa buona per noi". La dichiarazione è stata registrata dalle telecamere dell'emittente televisiva brasiliana Sbt. "La disgrazia di Haiti è una buona cosa per noi, perché così ci fa pubblicità", ha detto il console haitiano, che ha parlato non sapendo che le telecamere erano rimaste accese.
Per il diplomatico, il terremoto sarebbe stato causato dal "tanto praticare la macumba", un culto molto comune ad Haiti. "Tutta questa macumba, io non so cosa cavolo sia", ha detto il console. Pochi minuti prima, nell'intervista alla tv aveva detto di essere "molto teso e depresso per i fatti ad Haiti" e che per questo utilizzava un amuleto vodoo per "calmarsi". "L'africano stesso è maledetto - ha detto Antoine, che fa parte della minoranza bianca di Haiti - tutti i posti dove ci sono africani sono fottuti". http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=61744a89c7a18ac2
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aberrante!!
Haiti è di nuovo "americana"
La reazione di Obama alla tragedia che ha colpito Haiti è stata prontissima e forte. 100 milioni di dollari subito come «prima tranche» di aiuti, migliaia di marines e truppe scelte della (piuttosto inquietante) ottantaduesima brigata aerotrasportata per pattugliare le strade ed evitare violenze e saccheggi, portaerei e nave-ospedale, la «riconversione umanitaria» del lager anti-islamico nella base cubana di Guantanamo, le U.S. Air Force Special Operation Forces che «si è impadronita» (parole de la Repubblica) dell'aeroporto di Port-au-Prince e decide «chi può atterrare e chi no». Va bene, è «uno strappo alla sovranità nazionale di Haiti» ma anche prima «era comunque una finzione». Di fatto gli americani si ritrovano a governare Haiti come è già capitato un'infinità di volte.
Tutto bene e a fin di bene. Come a dire che, questa volta, gli Stati uniti di Obama - il primo presidente nero - «non dimenticheranno e non abbandoneranno» Haiti - la prima repubblica nera del mondo.
Ma gli Stati uniti non hanno mai dimenticato né abbandonato Haiti durante gli ultimi 100 anni (semmai l'hanno spolpata, ma questo è un'altro discorso). Altrimenti non sarebbe ridotta com'è ridotta: un Stato fallito del quarto mondo. E il terremoto non avrebbe avuto gli effetti apocalittici - almeno in termini di morti - che ha avuto.
Sia chiaro. Questo non è un processo alle intenzioni (anche se il primo anno di presidenza Obama si è caratterizzato, a giudizio quasi unanime, più per le buone intenzioni che per i risultati).
Ma Haiti è Haiti e la storia (dei suoi rapporti con gli Usa) è la storia. Per Haiti e la sua storia, i «buoni» Woodrow Wilson e Bill Clinton non sono stati molto (o niente) diversi dai «cattivi» Teddy Roosevelt e George W. Bush (Clinton e Bush, la strana coppia che Obama ha messo alla testa del team bipartisan di coordinamento degli aiuti).
Tutti si augurano che Obama abbia la forza e la volontà di rompere questo linkage perverso (e chi ne dubita si vada a leggere Noam Chomsky, non Fidel Castro o Hugo Chvez, a meno che anche Chomsky sia diventato troppo «anti-americano»).
Con le decine di migliaia di morti ancora sparsi fra le rovine di Port-au-Prince e la commozione del mondo di fronte all'apocalisse haitiana, forse è sgradevole parlarne adesso.
Invece bisogna parlarne. Adesso. E c'è chi ne parla. Ad esempio Naomi Klein, autrice di best-seller come No Logo e Shock Economy. Intervenendo a New York mercoledì scorso ha lanciato un «allarme» sulle intenzioni di quello che lei ha chiamato «il capitalismo dei distastri» (disastri naturali, disastri economici, disastri politici): «Stop them before they shock again». «Loro», quelli da fermare prima che colpiscano di nuovo, sono gli «shockterapeuti», gli adepti della «shockterapia» che il Nobel per l'economia Joseph Stigliz (altro noto «anti-americano») ha definito «i bolscevichi del mercato per la passione dimostrata verso il cataclisma rivoluzionario».
L'altra sera a New York la Klein ha detto che «deve essere assolutamente chiaro che questa tragedia - in parte naturale, in parte non naturale - non deve, in nessun caso, essere usata 1) per aumentare il debito di Haiti e 2) per portare avanti impopolari politiche favoriscono gli interessi delle nostre corporations. Questa non è una teroria del complotto. L'hanno già fatto più e più volte». E «sono pronti a rifarlo», ha aggiunto, citando a mo' di esempio un documento diffuso dalla Heritage Foundation, «uno dei sostenitori di punta dello sfruttamento dei disastri per imporre unpopular pro-corporate policies», in cui si leggeva: «Oltre a fornire immediata assistenza umanitaria, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto di Haiti offre l'opportunità di ridisegnare il governo e l'economia haitiane che da lungo tempo non funzionano, e di migliorare l'immagine pubblica degli Stati uniti nella regione».
«Loro», ha aggiunto la Klein, «non hanno aspettato neanche un giorno per sfruttare il devastante terremoto a Haiti e premere per le loro cosiddette riforme» e anche se poi quella frase è stata tolta dalla Heritage Foundation e sostituita con una «citazione più diplomatica», il loro «primo istinto è rivelatore».
Obiettivi economici a breve e lunga scadenza, obiettivi politici di riconquista dell'egemonia in un' America latina che da un po' di tempo tende a sfuggire loro di mano.
Un altro sito degli «shockteraputi», The Foundry, che si definisce «promotore di politiche e principi conservatori», sempre legato alla Heritage Foundation, scrive che, accorrendo per primi e in massa sul luogo della tragedia, «i soldati Usa hanno anche la possibilità di interrompere i voli notturni carichi di cocaina diretti a Haiti e la Repubblica dominicana dalle coste del Venezuela» (ma non venivano dalla Colombia filo-americana di Uribe?) «e di fronteggiare gli incessanti tentativi del presidente venezuelano Hugo Chávez di destabilizzare l'isola di Hispaniola». Non solo. «Questa presenza militare Usa, che dovrebbe anche includere una grossa presenza della Guardia costiera, ha anche la possibilità di prevenire un movimento su larga scala degli haitiani che si lanciano in mare su pericolose e rischiose imbarcazioni per tentare di entrare illegalmente negli Stati uniti». Così si riolverebbe anche il problema dei boat-people. Più in generale «gli Stati uniti dovrebbe portare avanti un forte e vigoroso sforzo diplomatico per fronteggiare la propaganda negativa che certamente verrà dal campo Castro-Chávez. Questo sforzo servirà anche a dimostrare che il coinvolgimento Usa nei Caraibi resta un forza poderosa per il bene delle Americhe e del mondo»
Obiettivi del resto ben chiari, per chi guardi al ruolo degli Stati uniti senza farsi obnubilare dal fascino di Obama, anche al Brasile di Lula che sta cercando, come scriveva ieri Europa, «di contendere la leadership umanitaria di Obama a Haiti», con soldi e aiuti anche se su scala infinitamente minore (mentre una coltre si silenzio copre gli aiuti di paesi come Cuba e Venezuela). Lula, di fronte alle critiche della sinistra interna (anche il Pt, il suo partito) contro «la forza di occupazione» della missione di stabilizzazione inviata dall'Onu a Haiti nel 2004, ha giustificato la preponderanza del contingente brasiliano (1200 uomini) con la necessità di controbilanciare il peso degli Usa nel paese e nella regione caraibica. Ma, per ora, il ruolo di «buono» nella tragica storia haitiana ha un solo nome e un solo protagonista: Obama.
Tutti auspicano un happy end per Haiti. Ma il richiamo con l'uragano Katrina, che nel 2005 spazzò via New Orleans, è forte e inevitabile. Allora il non compianto professor Milton Friedman, il guru della «economia dei disastri» e della «shockterapia», scrisse un'editoriale sul Wall Street Journal che Katrina era una tragedia ma anche «un'opportunità», e un deputato della Louisiana disse che «finalmente siamo riusciti a ripulire il sistema della case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi».
Ora «Dio» l'ha fatto con Haiti.
Allora alla Casa bianca c'era Bush, oggi c'è Obama. Vedremo cosa farà.
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/01/articolo/2171/
Pietro Ancona
16-01-2010, 16:33
dal corriere della sera questa lettera. Il mio commento
Pratiche più celeri
I bambini colpiti dal sisma a Haiti sono diverse migliaia e moltissimi hanno perduto i genitori. In Italia esistono leggi severissime per adottare dei bambini, leggi certamente giuste in periodi normali. Ma a Haiti è successa una tragedia. Per questo mi chiedo se non sia il caso di rivedere alcune procedure, in particolare quelle che riguardano i tempi e i costi. Chiedo, insomma, un’adozione controllata, ma più semplice e immediata, tanto per ridare speranza e gioia a quegli orfani. Qualche politico accoglierà il suggerimento?
Silvano Stoppa, | silvano.stoppa@poste.it
----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: silvano.stoppa@poste.it
Cc: lettere@corriere.it
Sent: Saturday, January 16, 2010 4:14 PM
Subject: adozioni internazionali
Considero vere e proprie manifestazioni di sciacallaggio le pretese di dichiarare adottabili i bambini di Haiti stradicandoli dal loro ambiente, dalle loro famiglie, quando ancora non si è neppure fatto un censimento dei superstiti del terremoto.-
Bisognerebbe avere la decenza di attendere e semmai di stabilire forme di assistenza per le comunità haitiane che si volessero assumere il compito di far crescere i bambini nel loro habitat magari con il concorso di assistenti dell'UNICEF sperando che questo organismo serva a qualcosa.
Pietro Ancona
L'immane catastrofe che ha colpito Haiti era già stata prevista: una ricerca compiuta dal professor Patrick Charles del Geological Institute of Havana e discussa in due articoli di quotidiani haitiani nel 2008, sosteneva la forte possibilità che ci fossero tutte le condizioni di un'attività sismica di grande rilievo a Port-au-Prince e che gli abitanti della capitale di Haiti dovessero prepararsi a questo evento inevitabile.
Ecco una stralcio dell'articolo originale:
"Secondo Patrick Charles, Port-au-Prince è attraversata da una grande faglia che fa parte della Zona della faglia Enriquillo. Questa inizia a Petionville e continua per tutta la Penisola Sud e finisce in Tiburon. Già nel 1751 e nel 1771, questo paese è stato totalmente distrutto da un sisma.
Come prove della sua teoria sono state registrate lieve scosse in Petionville, Delmas, Croix des Bouquets, e La Plaine.
Le scosse sono frequentemente segnali dell'avvenimeto di un sisma.
Haiti non è estranea ai forti sismi: la distruzione del Palais Sans Souci vicino a Citadelle nel 1842 ne fu un esempio, evento successo a quasi 200 anni dalla maggiore attività sismica percepita a Port-au-Prince .
Questo significa che il livello di aumento dello stress energetico della Terra potrebbe un giorno sfogarsi in un sisma di 7.2 o più gradi della scala di Richter.
Questo potrebbe essere un evento di proporzioni catastrofiche in una città senza regole edili e con abbondanti baraccopoli costruite in anfratti e altri posti sconvenienti."
In calce all'articolo un commento del professore dichiarava che "la scienza ci ha fornito gli strumenti che ci aiutano a predire questi tipi di catastrofi e ci mostrano come siamo arrivati a queste conclusioni".
Lasciamo a voi lettori eventuali commenti.
Alleghiamo i link ai due articoli:
http://www.haitixchange.com/index.php/hx/Articles/possibilty-of-earthquake-in-port-au-prince/
http://www.lematinhaiti.com/Article.asp?ID=14646
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=40654a61cabc096f
Pietro Ancona
16-01-2010, 19:27
Quello che non vi sentite dire su Haiti (e che invece dovreste conoscere)
di Carl Lindskoog, commondreams.org
Nelle ore seguenti il devastante terremoto di Haiti la CNN, il New York Times ed altri media importanti hanno adottato un'interpretazione comune circa le cause di una distruzione così grave: il terremoto di magnitudo 7.0 è stato tanto devastante perché ha colpito una zona urbana estremamente sovrappopolata ed estremamente povera. Case "costruite una sull'altra", edificate dagli stessi poveri abitanti, ne hanno fatta una città fragile. Ed i molti anni di sotosviluppo e di sconvolgimenti politici avrebbero reso il governo haitiano impreparato ad un tale disastro. Questo è piuttosto vero. Ma la storia non è tutta qui. Quello che manca è una spiegazione del perché così tanti haitiani vivono a Port Au Prince e nei suoi sobborghi e perché tanti di loro sono costretti a sopravvivere con così poche risorse. Infatti, anche se una qualche spiegazione è stata azzardata, si tratta spesso di spiegazioni false in maniera vergognosa, come la testimonianza di un ex diplomatico statunitense alla CNN secondo la quale la sovrappopolazione di Port Au Prince sarebbe dovuta al fatto che gli haitiani, come la maggior parte dei popoli del Terzo Mondo, non sanno nulla di controllo delle nascite. Gli americani avidi di notizie potrebbero anche spaventarsi apprendendo che le condizioni cui i media americani attribuiscono l'amplificazione dell'impatto di questo tremendo disastro sono state in gran parte il prodotto di politiche americane e di un modello di sviluppo a guida americana. Dal 1957 al 1971 gli haitiani hanno vissuto sotto l'ombra oscura di "Papa Doc" Duvalier, un dittatore brutale che ha goduto del sostegno degli Stati Uniti, perché è stato considerato dagli americani come un affidabile anticomunista. Dopo la sua morte il figlio di Duvalier, Jean-Claude soprannominato "Baby Doc", è diventato presidente a vita all'età di diciannove anni ed ha regnato su Haiti fino a quando non è stato rovesciato nel 1986. E' stato nel corso degli anni '70 ed '80 che Baby Doc, il governo degli Stati Uniti e la comunità degli uomini d'affari hanno lavorato di concerto per mettere Haiti e la sua capitale sulla buona strada per diventare quello che erano il 12 gennaio 2010.
Dopo l'incoronazione di Baby Doc, pianificatori americani dentro e fuori il governo statunitense hanno avviato un loro piano per trasformare Haiti in una "Taiwan dei Caraibi". Questo piccolo e povero paese situato convenientemente vicino agli Stati Uniti è stato messo in condizioni di abbandonare il suo passato agricolo e di sviluppare un robusto settore manifatturiero esclusivamente orientato all'esportazione. A Duvalier e ai suoi alleati fu detto che questo era il modo di modernizzare e di sviluppare economicamente il paese.
Dal punto di vista della Banca mondiale e dell'Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Haiti ha rappresentato il candidato ideale per questo lifting neoliberista. La povertà radicata delle masse haitiane poteva essere utilizzata per costringerle ad accettare lavori a bassa remunerazione, come il cucire palle da baseball o l'assemblare altri prodotti di consumo.
USAID però aveva piani precisi anche per l'agricoltura. Non soltanto le città haitiane dovevano diventare punti di produzione di articoli da esportare: anche la campagna doveva seguirne le sorti, e l'agricoltura haitiana fu riorganizzata per servire alla produzione di articoli da esportare e sulla base di una produzione orientata al mercato estero. Per raggiungere questo scopo USAID, insieme con gli industriali cittadini e con i latifondisti, si è data da fare per impiantare industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, al tempo stesso incoraggiando la pratica, già in uso, di rovesciare molte eccedenze agricole di produzione statunitense sul popolo haitiano.
Era prevedibile che questi "aiuti" da parte degli americani, innescando cambiamenti strutturali nell'agricoltura, avrebbero costretto i contadini di Haiti che non erano più in grado di sopravvivere a migrare verso le città, soprattutto verso Port Au Prince, dove si pensava si sarebbro concentrate le maggiori opportunità di occupazione nel nuovo settore manifatturiero. Tuttavia, quanti arrivarono in città scoprirono che i posti a disposizione nel settore manifatturiero non erano neppure lontanamente abbastanza. La città divenne sempre più affollata e si svilupparono grandi insediamenti fatti di baracche. Per rispondere alle necessità abitative dei contadini sfollati si mise all'opera un modo di costruire economico e rapido, a volte edificando le abitazioni letteralmente "l'una sull'altra".
Prima che passasse molto tempo, tuttavia, i pianificatori americani e le élite haitiane hanno deciso che forse il loro modello di sviluppo non aveva funzionato così bene ad Haiti, e l'hanno abbandonato. Le conseguenze degli stravolgimenti introdotti dagli americani, ovviamente, sono rimaste.
Quando il pomeriggio e la sera del 12 gennaio 2010 Haiti ha subìto quel terrificante terremoto, e via via tutte le scosse di assestamento, le distruzioni sono state, senza dubbio, notevolmente peggiorate dal concreto sovraffollamento e dalla povertà di Port-au-Prince e delle aree circostanti. Ma gli americani, pur scioccati, possono fare di più che scuotere la testa ed elargire qualche caritatevole donazione. Essi possono mettersi davanti alle responsabilità che il loro paese ha per quelle condizioni che hanno contrinuito ad amplificare l'effetto del terrremoto sulla città di Port Au Prince, e possono prendere cognizione del ruolo che l'America ha avuto nell'impedire ad Haiti il raggiungimento di un grado di sviluppo significativo.
Accettare la storia monca di Haiti offerta dalla CNN e dal New York Times significa addossare agli haitiani la colpa di essere stati le vittime di una situazione che non era frutto del loro operato. Come scrisse John Milton, "coloro che accusano gli altri di essere ciechi, sono gli stessi che hanno cavato loro gli occhi."
Versione originale: Carl Lindskoog, www.commondreams.org
Versione italiana da iononstoconoriana.blogspot.com/
L’ INFERNO DI DISNEY AD HAITI
Haiti Progres, "This Week in Haiti," Vol. 13, no. 41, 3-9 gennaio 1996
Può anche darsi che gli occhioni languidi ed il seducente sorriso di Pocahontas, la più recente star a cartone animato della Walt Disney, questo Natale abbiano affascinato i bambini di tutto il mondo. Ma ad Haiti Pocahontas rappresenta l'inferno sulla terra per molte delle giovani donne che lavorano nelle zone manifatturiere del paese, secondo un recente rapporto pubblicato il mese scorso.
I lavoratori che cuciono i capi d'abbigliamento firmati dai rassicuranti personaggi di Disney non guadagnano neppure abbastanza per sfamarsi, per non parlare delle loro famiglie. Questo è quanto afferma il National Labor Committee Education Fund in Support of Worker and Human Rights in Central America (NLC), un'organizzazione newyorkese. "Gli appaltatori haitiani che producono pigiami di Topolino e di Pocahontas per le ditte statunitensi che lavorano su licenza della Walt Disney Corporation in qualche caso pagano i lavoratori anche meno di quindici gourdes (un dollaro USA) per una giornata di lavoro. Dodici centesimi all'ora, in chiara violazione anche della legge locale", scrive il NLC. Oltre che con i salari da fame, le lavoratrici haitiane che producono abiti per i giganti della grande distribuzione statunitense devono vedersela con le molestie sessuali e con orari di lavoro estenuanti. "Haiti ha bisogno di svilupparsi economicamente e le lavoratrici haitiane hanno bisogno di lavorare, ma non al prezzo di vilolare i diritti fondamentali ddei lavoratori. Pagare undici centesimi l'ora chi cuce vestiti per Kmart non è sviluppo, è delinquenza", rincara la dose il NLC.
Negli ultimi due decenni, funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno sempre indicato nello sviluppo del settore della "trasformazione" l'antidoto alla povertà di Haiti. Nei primi anni '80, circa 250 fabbriche occupavano oltre 60.000 lavoratori haitiani a Port Au Prince. Il salario minimo era di 2,64 dollari al giorno. Ma molte di queste caienne hanno abbandonato Haiti dopo la caduta del dittatore Jean-Claude Duvalier nel 1986. Altre se ne sono andate poco dopo l'elezione di Jean-Bertrand Aristide nel 1990, che basò la sua campagna elettorale sulla retorica nazionalista, e ancora di più hanno lasciato il paese dopo il colpo di stato del 1991.
Le miserabili condizioni della Haiti di oggi la rendono un concorrente ideale nel mercato del lavoro mondiale, dicono i funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, e le zone industriali manifatturiere sono di nuovo al centro del programma di aggiustamento strutturale (SAP) per Haiti perseguito adesso dall'Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale (FMI).
Nonostante questo il recupero delle zone industriali manifatturiere rimane debole.
Solo 72 manifatture con circa 13.000 persone erano state ripristinate al settembre 1995, secondo una agenzia del governo haitiano. Le istituzioni finanziarie internazionali sostengono che Haiti deve abbassare gli altri costi legati alla produzione di manufatti, come le spese portuali e telefoniche ed il costo dell'energia elettrica. Pertanto, la Banca mondiale sta facendo pressioni affinché siano aziende degli Stati Uniti ad assumere il controllo di questi settori chiave attraverso la privatizzazione delle industrie di proprietà pubblica ad Haiti. Intanto, spiegano gli strateghi del SAP, i salari devono essere conservati bassi e "competitivi".
Ma il National Labor Committee (NLC) ed i lavoratori haitiani sostengono che le zone manifatturiere ad Haiti, come quelle del resto dei Caraibi e dell'America centrale, sono in realtà zone in cui la schiavitù è legalizzata. "Mentre i proprietari delle fabbriche di Haiti e le società americane stanno approfittando dei salari bassi, i lavoratori haitiani stanno lottando ogni giorno per sfamare se stessi e le loro famiglie," ha indicato l'NLC in una relazione intitolata "Come diventre ricchi pagando la gente undici centesimi l'ora"
In particolare, il rapporto rileva come i proprietari delle fabbriche stiano cercando di non versare ai lavoratori di Haiti il nuovo salario minimo di 36 gourdes al giorno (due dollari e quaranta centesimi) ed afferma che più della metà delle 40 aziende che operano nel settore manifatturiero tessile ad Haiti, al momento della ricerca dell'NLC nell'agosto 1995, stessero violando la legge sul salario minimo. Il Presidente Aristide ha sollevato il salario minimo, lo scorso mese di maggio, da 15 a 36 gourdes al giorno. Anche se è stato il primo aumento dei salari dal 1984, l'NLC deve rilevare che il nuovo salario minimo "vale meno in termini reali di quanto il vecchio salario minimo di 15 gourdes valesse nel 1990 ... Dal 1 ottobre 1980, quando il dittatore Jean-Claude ( "Baby Doc") Duvalier fissò per la prima volta il salario minimo a 13,20 gourdes, il suo valore reale è diminuito di quasi il 50%".
Nelle dodici pagine del rapporto lo NLC riserva alcune delle sue critiche più taglienti ai giganti multinazionali statunitensi, come la Sears, Wal-Mart e Walt Disney Company, che appaltano alle imprese degli Stati Uniti e di Haiti. In una fabbrica di abbigliamento di qualità in cui si producono pigiami di Topolino, i dipendenti hanno riferito che l'estate scorsa avevano lavorato 50 giorni senza pause, fino a 70 ore alla settimana, senza un giorno di riposo. "Una lavoratrice ha detto al NLC che avrebbe dovuto cucire 204 paia di pigiami di Topolino ogni giorno e che la giornata le sarebbe stata pagata 40 gourdes (due dollari e sessantasette centesimi). Lei era stata in grado di farne soltanto 144 paia, per le quali era stata pagata 28 gourdes (un dollaro e ottantasette)", scrive il NLC. Il rapporto osserva che Michael Eisner, amministratore delegato della Disney, ha guadagnato 203 milioni dollari nel 1993, circa 325.000 volte il salario dei lavoratori ad Haiti. "Se un lavoratore tipico haitiano lavorasse a tempo pieno sei giorni alla settimana a cucire i vestiti per la Disney, impiegherebbe circa 1.040 anni per guadagnare quello che Michael Eisner ha guadagnato in un solo giorno nel 1993", conclude il rapporto.
Nel complesso, lo NLC si è trovato davanti ad un "modello esemplare di abusi, tra i quali c'è quello dei salari bassi; così bassi che il proprietario della fabbrica ha riferito all'NLC che 'i lavoratori non possono lavorare bene perché non mangiano abbastanza'". Secondo la relazione una famiglia a Port Au Prince ha bisogno di almeno 363 gourdes ogni settimana, ventiquattro dollari e venti, per il cibo, il riparo e l'istruzione. "Ma un percettore di salario minimo, lavorando 8 ore al giorno 6 giorni alla settimana, porta a casa 216 gourdes, ovvero meno del 60% del fabbisogno di base di una famiglia", dice il rapporto.
Lo NLC addossa gran parte della colpa per il deterioramento delle condizioni dei lavoratori haitiani all'USAID, che ha impegnato 8 milioni di dollari di denaro dei contribuenti americani per la promozione degli investimenti esteri ad Haiti lo scorso anno. "Il governo americano ha mostrato un grande impegno a sostenere con decisione gli investimenti statunitensi ad Haiti, ma non ha mostrato alcun paragonabile impegno nei confronti dei lavoratori che producono per le aziende investitrici", sostiene l'NLC, rilevando che l'USAID ha reiteratamente esercitato pressioni sul governo di Haiti perché i salari rimanessero bassi.
L'NLC fa capo ai sindacati tessili degli Stati Uniti, e nota che i salari bassi ad Haiti saranno utilizzati per cercare di abbassare i salari degli altri lavoratori nelle Americhe. "I salari haitiani sono estremamente interessanti e sono più bassi di quelli della Repubblica Dominicana, della Giamaica, dello Honduras, di El Salvador, del Guatemala e del Nicaragua, altri paesi fitti di zone industriali manifatturiere. In altre parole, Haiti contribuisce a definire il tetto dei salari per l'intero emisfero occidentale", dice il rapporto. Haiti è attualmente sempre in prima fila nella corsa verso il ribasso.
[Per ulteriori informazioni, o per ordinare copie della relazione, contattare The National Labor Committee Education Fund, 15 UnionSquare West, New York, NY 10003-3377 Tel. 212-242-0700]
Tutti gli articoli sono protetti da copyright. Haiti Progres, Ltd. La loro riproduzione è favorita citando la fonte.
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fantasma76
17-01-2010, 15:32
Lasciamoli morire in pace.
Allora Nedda, sentendo muoversi dentro di sé qualcosa che quel morto le lasciava come un triste ricordo, volle correre in chiesa a pregare per lui la Vergine Santa. Sul sacrato incontrò il prete che sapeva la sua vergogna, si nascose il viso nella mantellina e tornò indietro derelitta.
Adesso, quando cercava del lavoro, le ridevano in faccia, non per schernire la ragazza colpevole, ma perché la povera madre non poteva più lavorare come prima. Dopo i primi rifiuti, e le prime risate, ella non osò cercare più oltre, e si chiuse nella sua casipola, al pari di un uccelletto ferito che va a rannicchiarsi nel suo nido. Quei pochi soldi raccolti in fondo alla calza se ne andarono l'un dopo l'altro, e dietro ai soldi la bella veste nuova, e il bel fazzoletto di seta. Lo zio Giovanni la soccorreva per quel poco che poteva, con quella carità indulgente e riparatrice senza la quale la morale del curato è ingiusta e sterile, e le impedì così di morire di fame. Ella diede alla luce una bambina rachitica e stenta; quando le dissero che non era un maschio pianse come aveva pianto la sera in cui aveva chiuso l'uscio del casolare dietro al cataletto che se ne andava, e s'era trovata senza la mamma; ma non volle che la buttassero alla Ruota.
- Povera bambina! Che incominci a soffrire almeno il più tardi che sia possibile! - disse.
Le comari la chiamavano sfacciata, perché non era stata ipocrita, e perché non era snaturata. Alla povera bambina mancava il latte, giacché alla madre scarseggiava il pane. Ella deperì rapidamente, e invano Nedda tentò spremere fra i labbruzzi affamati il sangue del suo seno. Una sera d'inverno, sul tramonto, mentre la neve fioccava sul tetto, e il vento scuoteva l'uscio mal chiuso, la povera bambina, tutta fredda, livida, colle manine contratte, fissò gli occhi vitrei su quelli ardenti della madre, diede un guizzo, e non si mosse più.
Nedda la scosse, se la strinse al seno con impeto selvaggio, tentò di scaldarla coll'alito e coi baci, e quando s'accorse che era proprio morta, la depose sul letto dove aveva dormito sua madre, e le s'inginocchiò davanti, cogli occhi asciutti e spalancati fuor di misura.
- Oh! benedette voi che siete morte! - esclamò. - Oh! benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me! -
http://www.liberliber.it/biblioteca/v/verga/tutte_le_novelle/html/nedda.htm- Oh! benedette voi che siete morte! - esclamò. - Oh! benedetta voi, Vergine Santa! che mi avete tolto la mia creatura per non farla soffrire come me!
Quella gente soffre da sempre, sono gli ultimi del mondo, il terremoto è solo l'ultima piaga, a che pro aiutarli per poi dimenticarseli di nuovo?
E se poi quelli si abituano e pensano che da dove vengono gli aiuti ne possono trovare altri e partono?
Che facciamo li mettiamo a Rosarno, gli diamo una cuccia, una ciotola d'acqua, e una di arance come gli ultime che abbiamo cacciato?
Non ci frega niente di quelli che respingiamo in mare, o di quelli che muoiono nel deserto Libico per i nostri accordi, e vogliamo aiutare questi che stanno dall'alta parte del mondo?
Non è meglio sganciargli una bomba atomica addosso, e ringraziare la vergine Maria che li ha fatti smettere di soffrire?
E poi aiuti per persone lontani quando non riusciamo ad aiutare quelli sotto casa, aiuti che come dissero gli U2 a Berlusconi hanno la credibilità del 3%, questo arriva di ciò che viene promesso.
Il mio realismo è orribile, ma lavarsi la coscienza con 2 euro perché si è visto un mucchietto di cadaveri in TV, trascurando che oggi sono morti 20.000 persone di fame, non è orribile?
http://2.bp.blogspot.com/_q9ePyBALP64/S1AoGx3cR5I/AAAAAAAAL_w/sL4Jx1ELyKA/s400/AIUTARLI+A+CASA+LORO.jpg
Statistiche in diretta... http://www.worldometers.info/it/
Pietro Ancona
18-01-2010, 10:00
Gli scrocconi del mondo, i grandi predatori del pianeta, hanno messo gli occhi sui bambini di Haiti. Mentre non si è ancora rifatta una anagrafe degli abitanti e le famiglie si cercano tra di loro sono pronti i piani per portare via a migliaia i bambini del popolo haitiano.
Provo disgusto per questa predazione che fa dei bambini un grande business.
Si abbia la decenza di aspettare a fare sciacallaggio!
fantasma76
18-01-2010, 11:11
Lo avevo pensato anche io Pietro, mica hanno pensato che quelli potevano essere il futuro popoli libero di Haiti, sono pronti a venderli al migliore offerente, speriamo finiscano solo in qualche famiglia che li farà crescere come Balotelli, in mezzo ai cori razzisti, e non in mano a qualche circolo di pedofili.
Cocktail in spiaggia e sport acquatici
La nave da crociera sbarca ad Haiti
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=48f54ae1648212f9
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nauseante...
Pietro Ancona
19-01-2010, 14:56
Gli USA hanno occupato l'aeroporto di Haiti e rendono difficile arrivo e sbarco di aiuti. Dopo sei giorni parlano ancora al tempo futuro "faremo" e si accingono ad occupare Haiti con un esercito come hanno fatto in Iraq. Intanto i bambini di Haiti ancora prima di cercare i loro genitori smarriti tra le macerie sono TUTTI in offerta speciale. Dei soldi che si raccolgono nel mondo gli haitiani non vedranno una lira!!
Viva l'etica del capitalismo capace di far uscire sangue anche dalle rape!
Viva la shock Economy!!
Viva il Grande e Degno successore dei Bush
può darsi che quello che tu dici sia vero, che gli aiuti ai civili scampati al terremoto nascondano, in realtà, mire espansionistiche.
mi chiedo quale sia allora il meglio per quella gente.
avere aiuti efficaci e quindi con un punto logistico gestito dagli statunitensi o morire senza tale "okkupazione"?
anche l'italia finì sotto la sfera d'influenza americana alla fine della seconda guerra mondiale.
ma è allora preferibile se fossimo rimasti sotto il nazifascismo?
Pietro Ancona
19-01-2010, 15:08
Quella gente come tu la chiami ha diritto di poter ricevere gli aiuti che gli americani sottraggono e trattengono in aeroporto per se.Hanno fatto capire che tratterranno tutti gli aiuti in miliardi di euro che si stanno raccogliendo nel mondo. Sono SCIACALLI che a quanto pare ti piacciono e giustifichi
Trovo assurdo grottesco il tuo modo di ragionare. Gli haitiani hanno diritto di ricevere l'acqua e tutto il resto. Lo sai che un aereo cubano è stato allontanato dopo aver tentato per tre giorni di atterrare.
Se è così che vuoi free la palestina stiamo freschi.
trovo il tuo modo di porti nei confronti delle speranze altrui un po' fascistello: sprezzante e avanguardista.
per ritornare invece alla discussione da te avviata io non so se tu hai mai affrontato una moltitudine che ha bisogno immediato ad esempio di acqua per non morire di sete.
calare un bidone d'acqua in mezzo vuol dire provocare centinaia di morti e il rovesciamento del bidone.
io trovo perfettamente logico che un problema venga gestito in modo razionale.
e trovo democratico che tutti possano criticarlo.
pensa te
Quella gente come tu la chiami ha diritto di poter ricevere gli aiuti che gli americani sottraggono e trattengono in aeroporto per se.Hanno fatto capire che tratterranno tutti gli aiuti in miliardi di euro che si stanno raccogliendo nel mondo. Sono SCIACALLI che a quanto pare ti piacciono e giustifichi
Trovo assurdo grottesco il tuo modo di ragionare. Gli haitiani hanno diritto di ricevere l'acqua e tutto il resto. Lo sai che un aereo cubano è stato allontanato dopo aver tentato per tre giorni di atterrare.
Se è così che vuoi free la palestina stiamo freschi.
qual'e' la fonte?
Roderigo
19-01-2010, 20:34
Berlusconi: ad Haiti manca coordinamento
http://img689.imageshack.us/img689/2990/epa19xzgx20100119.jpg
Premier invia Bertolaso per valutare aiuti
ROMA - "La situazione è drammatica. Ci dovrebbe essere una autorità che coordina tutto, ma finora questo non è accaduto". Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi, in visita nelle zone terremotate dell'Aquila. A chi gli chiede se abbia sentito Obama per il coordinamento degli aiuti, il premier risponde: "Ci stiamo sentendo un po' tutti a livello internazionale per un coordinamento ma la situazione è veramente drammatica".
Intanto sono scese a 5 le segnalazioni di italiani apparentemente ad Haiti, segnalazioni - precisa la Farnesina - ancora in attesa di riscontro. Di queste 5, almeno 2 risultano così indeterminate da far sperare che riguardino persone non effettivamente presenti ad Haiti. Lo riferisce la Farnesina fornendo il quadro aggiornato della situazione dei nostri connazionali nell'isola caraibica colpita dal terremoto: 2 decessi, cui si aggiungono 2 persone per le quali purtroppo esistono fondati motivi di preoccupazioni.
http://img695.imageshack.us/img695/4051/epa19x0vx20100119.jpg
BERLUSCONI INVIA BERTOLASO PER VALUTARE AIUTI
Il Presidente del Consiglio ha chiesto al Sottosegretario Guido Bertolaso di recarsi ad Haiti per verificare con le autorità locali, i rappresentanti delle organizzazioni internazionali e degli altri Paesi coinvolti nella organizzazione dei soccorsi, tutte le iniziative che il Governo Italiano potrebbe adottare per fornire ulteriori contributi alla soluzione del dramma che ha colpito la popolazione dell'Isola e per garantire la necessaria efficacia alle diverse iniziative di assistenza da parte dell'Italia, coordinando l'azione di quanti intendono prestare soccorso alle popolazioni di Haiti. E' quanto si legge in una nota diffusa da Palazzo Chigi. In particolare, si legge ancora nella nota, il Presidente del Consiglio ha chiesto a Guido Bertolaso di portare alle autorità politiche, sociali e religiose le espressioni del più profondo cordoglio del Governo e degli Italiani tutti per l'immane tragedia che ha colpito il popolo Haitiano. Si tratta, viene sottolineato, "di espressioni di cordoglio sincere e partecipate, in quanto, come noto, l'Italia è stato uno dei primi Paesi ad arrivare ad Haiti con un ospedale da campo, medici, tecnici e materiale sanitario e alimentare". In aggiunta alla nave della marina militare Cavour che lascia La Spezia destinazione Haiti via Brasile, altre iniziative sono allo studio per assicurare assistenza a parte delle centinaia di migliaia di sfollati privi di qualsiasi aiuto nonché per individuare ulteriori interventi a favore delle strutture sanitarie dell'Isola.
Ad Haiti - compatibilmente con le note difficoltà logistiche e di sicurezza - fa sapere la Farnesina - continua l'attività di ricerca e di assistenza dei nostri connazionali. Un' attività condotta sia direttamente dalla squadra italiana (formata da personale dell'Unità di crisi della Farnesina, della Protezione Civile e di altre Amministrazioni che hanno inviato personale di soccorso nell'isola) sia indirettamente in virtù di un coordinamento con le squadre inviate da altri paesi. Non può essere escluso - si sottolinea alla Farnesina - che nuove segnalazioni possano emergere nelle prossime giornate, così come possano darsi ritrovamenti di persone non segnalate. La squadra italiana sta poi provvedendo a favorire i rimpatri dei nostri connazionali verso le destinazioni da loro richieste.
http://img697.imageshack.us/img697/3151/re218yp8x20100118.jpg
ONU, VIA LIBERA 3.500 CASCHI BLU SUPPLEMENTARI - Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha dato il via libera all'invio di 3.500 caschi blu supplementari ad Haiti, circa 2mila militari e circa 1.500 poliziotti.
Primo lancio di aiuti Usa con paracadute - I militari statunitensi hanno iniziato a lanciare con i paracadute dagli aerei gli aiuti in beni di prima necessità per la popolazione colpita dal terremoto di quasi una settimana fa, aggirando così la strozzatura dell'aeroporto di Port-au-Prince. Lo dice un portavoce militare Usa citato da Cnn e dalla Bbc.
Si tratta di circa 14.000 pasti pronti e di circa 15.000 litri di acqua da bere, che sono stati paracadutati da un aereo cargo C-17 su una zona messa in sicurezza dai militari a nord-est della capitale Port-au-Prince. L'aereo, scrive la Cnn citando il portavoce della Us Air Force, ten.col. Leon Strictland, era partito dalla base Pope nel North Carolina poco dopo mezzogiorno ora locale di ieri (le 18 in Italia) ed ha sganciato il suo carico di 40 pacchi di viveri per complessive 25 tonnellate circa. Il portavoce dice che si tratta del primo lancio di aiuti americani con il paracadute da quando è avvenuto il terremoto e aggiunge che i militari statunitensi stanno prendendo in considerazione, visti i gravi problemi logistici all'aeroporto di Port-au-Prince, di estendere il lancio degli aiuti dagli aerei ad altre aree di Haiti. Un'opzione considerata invece finora troppo rischiosa. "Ci sono aiuti di così tante organizzazioni che si accumulano all'aeroporto da aver creato un collo di bottiglia", ha detto Strictland, aggiungendo che "da ora lanceremo le cose direttamente dal cielo e apriremo un altro punto di distribuzione a nord dell'aeroporto" di Port-au-Prince.
Intanto è di almeno 90 il numero totale delle persone finora estratte vive dalle macerie ad Haiti. Lo riferisce a Ginevra l'ultimo rapporto dell'Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitaria (Ocha). Le operazioni di ricerca dei sopravissuti - precisa il comunicato - continuano e le squadre stanno raggiungendo sempre più aree al di fuori di Port-au-Prince.
http://img697.imageshack.us/img697/2818/epa18xdxx20100118.jpg
SACCHEGGI E VIOLENZE, NUOVO MIRACOLO SMS
(di Rossella Benevenia)
Arrivano ancora sms dalle macerie di Port-au-Prince: richieste di aiuto che spingono i soccorritori a continuare a scavare, a non arrendersi, anche là dove non filtrano più segnali di vita. E a quasi una settimana dal sisma di martedi scorso, grazie ai messaggini inviati con il suo cellulare ieri sera è stata tratta in salvo una studentessa rimasta intrappolata tra le macerie dell'università. Si chiama Martine Pierre. Il suo è un altro piccolo miracolo tra la desolazione di Port au Prince.
Si continua a cercare anche al Caribbean Market, dove è scomparso da martedì notte Antonio Sperduto ma dove ieri due persone (un uomo e una donna haitiana) sono state tirate fuori vive; e all'Hotel Christopher dove ancora si spera per Cecilia Corneo anche se ormai è certo che Guido Galli, l'altro italiano rimasto tra le rovine dell'albergo, non ce l'ha fatta; e nella scuola rasa al suolo a Leogane, a ovest della capitale, con i suoi 100 alunni che non sono tornati a casa. Le Nazioni Unite hanno comunicato il ritrovamento del corpo di Galli, l'agronomo di Firenze che lavorava per l'Onu, nel pomeriggio, insieme ai nomi di altri suoi cinque dipendenti che erano ancora nella lista dei dispersi. Poco prima aveva parlato il segretario generale dell'Onu Ban ki-Moon - domenica ad Haiti per una visita lampo - per chiedere ai Paesi membri altri 3.500 uomini, 1.500 poliziotti e 2.000 Caschi Blu in più. Ne farà parte un contingente del corpo dei gendarmi europei che comprenderà anche dei carabinieri e che sarà probabilmente a guida italiana. Sono i rinforzi per i circa 11.000 (compresi i civili) già dislocati per la Minustah, la missione dell'Onu per la stabilizzazione di Haiti che al terremoto ha pagato un alto tributo di sangue, 46 morti e oltre 500 dispersi, e che fatica a riorganizzarsi. Quasi una settimana dopo il terremoto, la tragedia non ha ancora contorni definiti (70.000 cadaveri sono stati gettati in fosse comuni, almeno 250.000 sono i feriti, centinaia di migliaia i senzatetto) e l'incubo dei sopravvissuti resta tangibile nella ricerca disperata di acqua e cibo, nel caldo caraibico che infetta le ferite, nella furia delle gang che si appropriano con la violenza di tutto ciò che trovano.
Ieri una folla enorme ha dato l'assalto a un magazzino di alimentari e altre centinaia di disperati hanno saccheggiato un emporio alla ricerca di candele, bene prezioso quando manca l'elettricità. Ancora non c'é autorità locale in grado di opporsi ai saccheggiatori e alla legge del più forte: in un tardivo sussulto di legalità, il presidente René Preval ha proclamato stamane lo stato d'emergenza e il lutto nazionale, ma l'ufficializzazione del dolore non ne fa scemare l'intensità. Un portavoce americano, il contrammiraglio Mike Rogers, ha comunque dichiarato che si è in presenza di "incidenti isolati", anche se abbastanza diffusi, ed ha detto che il quadro della situazione si va stabilizzando. Più cresce la fame, più acquistano vigore e ampiezza la rabbia e la prevaricazione. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha lanciato l'ennesimo appello: la situazione è "catastrofica", la gente "si sta rendendo conto solo ora di ciò che ha perso e la disperazione aumenta". Dice il responsabile della delegazione Cicr ad Haiti, Riccardo Conti: "Dobbiamo risolvere quanto prima le questioni dell'accesso a acqua e impianti igienici, le epidemie sono dietro l'angolo". Intanto la comunità internazionale continua a promettere lo stanziamento di milioni di dollari e di euro a breve e a lungo termine per la ricostruzione: ieri è stata la volta dell'Unione Europea che ha trovato l'accordo su progetti per un totale di oltre 400.000 euro. L'ex presidente Usa Bill Clinton, è intanto arrivato a Port-au-Prince assieme alla figlia Chelsea portando aiuti.
Un numero sempre maggiore di disperati è allo stremo, chi può muoversi cerca di spostarsi verso le campagne, il miraggio é la Repubblica Dominicana che però ha chiuso da giorni la sua frontiera agli sfollati. Caos è la parola dominante. Ne ha dato l'ultima drammatica prova un incidente ancora non chiaro avvenuto nell'area dell'aeroporto di Port-au-Prince, dove viene smistata la maggior parte degli aiuti: un americano è morto, altri tre sono rimasti feriti.
19 gennaio, 19:50
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fantasma76
19-01-2010, 22:14
"Gli Usa stanno occupando Haiti"
Chavez attacca la Casa Bianca
Anche il presidente del Nicaragua contro gli Stati Uniti: hanno sfruttato il terremoto. Barack Obama: siamo lì solo per aiutare chi ha bisogno
Il presidente venezuelano Hugo Chàvez ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno approfittando del terremoto ad Haiti per «occupare militarmente» il Paese. «Stanno occupando Haiti facendo finta di nulla», ha detto Chàvez, allegando che gli Usa starebbero inviando nel Paese caraibico «migliaia di soldati armati, come per una guerra». Per il presidente venezuelano se Washington vuole davvero aiutare gli haitiani deve inviare «medicinali, acqua e alimenti». «Chi ha detto che mancano soldati con fucili e mitragliatrici? Questo è aggravare il problema. Obama mandi medici, tende e medicine» ha dichiarato Chàvez durante il programma televisivo «Alò Presidente». Il presidente della Venezuela ha annunciato che il suo governo donerà ad Haiti «tutto il combustibile» di cui il Paese caraibico ha bisogno, e ha affermato che la prima nave cisterna partirà oggi. Il ministro degli Esteri venezuelano, Nicolàs Maduro, ha dichiarato che due aerei cargo russi sono arrivati in Venezuela per rafforzare il trasporto di rifornimenti ed utensili verso Haiti.
Come riporta Presstv.com, anche il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha sollevato una pioggia di critiche contro gli Usa: «Le truppe americane hanno preso il controllo dell'aeroporto. Non c'è nessuna logica in quello che stanno facendo. Haiti non ha bisogno di militari, ma di aiuti. Spero che ritireranno presto le truppe che occupano il Paese». Intanto Barack Obama ha mobilitato i riservisti dell’esercito americano per aiutare la popolazione di Haiti. In particolare, è stato allertato lo staff medico per lavorare nelle strutture allestite nel Paese caraibico, e la Guardia costiera per garantire la sicurezza dei porti. Nel decreto, il presidente americano ha autorizzato il segretario alla Difesa, Robert Gates, e il segretario alla Sicurezza nazionale, Janet Napolitano, a chiamare ogni unità dei riservisti di cui vi sia necessità.
Obama in un'intervista a Newsweek ha assicurato: «Siamo a Haiti per una semplice ragione: in momenti di tragedia gli Stati Uniti d’America si fanno avanti e aiutano. Siamo fatti così. Per decenni la leadership dell’America è stata fondata sul fatto che non usiamo il nostro potere per soggiogare altri, lo usiamo per farli rinascere: lo abbiamo fatto con gli ex nemici della Seconda Guerra Mondiale, paracadutando cibo e acqua a Berlino, aiutando la gente della Bosnia e del Kosovo a ricostruire la loro vita e la loro nazione».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51371girata.asp
Non vorrei sbagliarmi ma gli USA invece della protezione civile usa la guardia nazionale, cioè un esercito territoriale. Poi è anche giusto che venga inviata un mini esercito a difendere e distribuire gli aiuti, ma gli aiuti do stanno?
Come è possibile che sono scesi una decina di elicotteri con una cinquantina di parà nel palazzo presidenziale, e non hanno portato una bottiglia d'acqua alla popolazione, che invece li aspetta coi macete per poter contendersi quelli che scendono dal cielo?
fantasma76
19-01-2010, 22:30
da Il Manifesto
Haiti è di nuovo "americana"
Maurizio Matteuzzi
La reazione di Obama alla tragedia che ha colpito Haiti è stata prontissima e forte. 100 milioni di dollari subito come «prima tranche» di aiuti, migliaia di marines e truppe scelte della (piuttosto inquietante) ottantaduesima brigata aerotrasportata per pattugliare le strade ed evitare violenze e saccheggi, portaerei e nave-ospedale, la «riconversione umanitaria» del lager anti-islamico nella base cubana di Guantanamo, le U.S. Air Force Special Operation Forces che «si è impadronita» (parole de la Repubblica) dell'aeroporto di Port-au-Prince e decide «chi può atterrare e chi no». Va bene, è «uno strappo alla sovranità nazionale di Haiti» ma anche prima «era comunque una finzione». Di fatto gli americani si ritrovano a governare Haiti come è già capitato un'infinità di volte.
Tutto bene e a fin di bene. Come a dire che, questa volta, gli Stati uniti di Obama - il primo presidente nero - «non dimenticheranno e non abbandoneranno» Haiti - la prima repubblica nera del mondo.
Ma gli Stati uniti non hanno mai dimenticato né abbandonato Haiti durante gli ultimi 100 anni (semmai l'hanno spolpata, ma questo è un altro discorso). Altrimenti non sarebbe ridotta com'è ridotta: uno Stato fallito del quarto mondo. E il terremoto non avrebbe avuto gli effetti apocalittici - almeno in termini di morti - che ha avuto.
Sia chiaro. Questo non è un processo alle intenzioni (anche se il primo anno di presidenza Obama si è caratterizzato, a giudizio quasi unanime, più per le buone intenzioni che per i risultati).
Ma Haiti è Haiti e la storia (dei suoi rapporti con gli Usa) è la storia. Per Haiti e la sua storia, i «buoni» Woodrow Wilson e Bill Clinton non sono stati molto (o niente) diversi dai «cattivi» Teddy Roosevelt e George W. Bush (Clinton e Bush, la strana coppia che Obama ha messo alla testa del team bipartisan di coordinamento degli aiuti).
Tutti si augurano che Obama abbia la forza e la volontà di rompere questo linkage perverso (e chi ne dubita si vada a leggere Noam Chomsky, non Fidel Castro o Hugo Chvez, a meno che anche Chomsky sia diventato troppo «anti-americano»).
Con le decine di migliaia di morti ancora sparsi fra le rovine di Port-au-Prince e la commozione del mondo di fronte all'apocalisse haitiana, forse è sgradevole parlarne adesso.
Invece bisogna parlarne. Adesso. E c'è chi ne parla. Ad esempio Naomi Klein, autrice di best-seller come No Logo e Shock Economy. Intervenendo a New York mercoledì scorso ha lanciato un «allarme» sulle intenzioni di quello che lei ha chiamato «il capitalismo dei disastri» (disastri naturali, disastri economici, disastri politici): «Stop them before they shock again». «Loro», quelli da fermare prima che colpiscano di nuovo, sono gli «shockterapeuti», gli adepti della «shockterapia» che il Nobel per l'economia Joseph Stigliz (altro noto «anti-americano») ha definito «i bolscevichi del mercato per la passione dimostrata verso il cataclisma rivoluzionario».
L'altra sera a New York la Klein ha detto che «deve essere assolutamente chiaro che questa tragedia - in parte naturale, in parte non naturale - non deve, in nessun caso, essere usata 1) per aumentare il debito di Haiti e 2) per portare avanti impopolari politiche favoriscono gli interessi delle nostre corporations. Questa non è una teroria del complotto. L'hanno già fatto più e più volte». E «sono pronti a rifarlo», ha aggiunto, citando a mo' di esempio un documento diffuso dalla Heritage Foundation, «uno dei sostenitori di punta dello sfruttamento dei disastri per imporre unpopular pro-corporate policies», in cui si leggeva: «Oltre a fornire immediata assistenza umanitaria, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto di Haiti offre l'opportunità di ridisegnare il governo e l'economia haitiane che da lungo tempo non funzionano, e di migliorare l'immagine pubblica degli Stati uniti nella regione».
«Loro», ha aggiunto la Klein, «non hanno aspettato neanche un giorno per sfruttare il devastante terremoto a Haiti e premere per le loro cosiddette riforme» e anche se poi quella frase è stata tolta dalla Heritage Foundation e sostituita con una «citazione più diplomatica», il loro «primo istinto è rivelatore».
Obiettivi economici a breve e lunga scadenza, obiettivi politici di riconquista dell'egemonia in un'America latina che da un po' di tempo tende a sfuggire loro di mano.
Un altro sito degli «shockteraputi», The Foundry, che si definisce «promotore di politiche e principi conservatori», sempre legato alla Heritage Foundation, scrive che, accorrendo per primi e in massa sul luogo della tragedia, «i soldati Usa hanno anche la possibilità di interrompere i voli notturni carichi di cocaina diretti a Haiti e la Repubblica dominicana dalle coste del Venezuela» (ma non venivano dalla Colombia filo-americana di Uribe?) «e di fronteggiare gli incessanti tentativi del presidente venezuelano Hugo Chávez di destabilizzare l'isola di Hispaniola». Non solo. «Questa presenza militare Usa, che dovrebbe anche includere una grossa presenza della Guardia costiera, ha anche la possibilità di prevenire un movimento su larga scala degli haitiani che si lanciano in mare su pericolose e rischiose imbarcazioni per tentare di entrare illegalmente negli Stati uniti». Così si risolverebbe anche il problema dei boat-people. Più in generale «gli Stati uniti dovrebbero portare avanti un forte e vigoroso sforzo diplomatico per fronteggiare la propaganda negativa che certamente verrà dal campo Castro-Chávez. Questo sforzo servirà anche a dimostrare che il coinvolgimento Usa nei Caraibi resta una forza poderosa per il bene delle Americhe e del mondo»
Obiettivi del resto ben chiari, per chi guardi al ruolo degli Stati uniti senza farsi obnubilare dal fascino di Obama, anche al Brasile di Lula che sta cercando, come scriveva ieri Europa, «di contendere la leadership umanitaria di Obama a Haiti», con soldi e aiuti anche se su scala infinitamente minore (mentre una coltre di silenzio copre gli aiuti di paesi come Cuba e Venezuela). Lula, di fronte alle critiche della sinistra interna (anche il Pt, il suo partito) contro «la forza di occupazione» della missione di stabilizzazione inviata dall'Onu a Haiti nel 2004, ha giustificato la preponderanza del contingente brasiliano (1200 uomini) con la necessità di controbilanciare il peso degli Usa nel paese e nella regione caraibica. Ma, per ora, il ruolo di «buono» nella tragica storia haitiana ha un solo nome e un solo protagonista: Obama.
Tutti auspicano un happy end per Haiti. Ma il richiamo con l'uragano Katrina, che nel 2005 spazzò via New Orleans, è forte e inevitabile. Allora il non compianto professor Milton Friedman, il guru della «economia dei disastri» e della «shockterapia», scrisse un editoriale sul Wall Street Journal che Katrina era una tragedia ma anche «un'opportunità», e un deputato della Louisiana disse che «finalmente siamo riusciti a ripulire il sistema della case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l'ha fatto per noi».
Ora «Dio» l'ha fatto con Haiti. Allora alla Casa bianca c'era Bush, oggi c'è Obama. Vedremo cosa farà.
Roderigo
20-01-2010, 23:22
Haiti: nuova scossa Panico e rabbia
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A otto giorni dal sisma estratti vivi dei bambini
PORT AU PRINCE - A otto giorni dal terremoto, dalle macerie sono state estratte vive otto persone nelle ultime 24 ore: tra loro quattro bambini, tra cui una neonata e una ragazza di 26 anni. In precedenza un uomo era stato salvato dalle macerie del 'Caribbean market' e una donna di 70 anni dalla cattedrale di Port-au-Prince.
La neonata è sopravvissuta senza cibo né acqua: i soccorritori l'hanno trovata nella culla della sua casa di Jacmel dove si trovava quando la terra ha tremato. La piccola Elisabeth Joassaint è stata consegnata dai soccorritori all'incredula mamma, una ragazza di 22 anni, anche le scampata alla tragedia. Analoga la sorte di una bambina di 5-6 mesi è stata estratta viva dalle macerie di Port Au Prince e portata all'ospedale italiano da alcuni haitiani.
La bambina è stata visitata, sta bene, ed è stata portata all'ospedale Saint Damien, attiguo a quello italiano, per ulteriori controlli. Dalle macerie è stata estratta anche la madre, portata d'urgenza all'ospedale di Santo Domingo. E' stata la stessa donna ad indicare ai soccorritori dove si trovava la piccola. Sopravvissuto anche un bimbo di cinque anni, ricoverato in ospedale in uno stato di grave disidratamento. La mamma del piccolo e' morta, il padre manca all'appello.
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PANICO PER NUOVA SCOSSA, AUMENTA RABBIA E VIOLENZA
dell'inviato Vincenzo Sinapi
PORT AU PRINCE - Molti pensavano che l'incubo fosse finito, che dopo una lunga serie di repliche il terremoto se ne fosse andato lontano. Invece, poco dopo le sei di mattina, si è fatto di nuovo sentire nelle strade piene di rifiuti e sfollati di Port au Prince e nel resto di Haiti. Una scossa violenta: 6.1 la magnitudo, poco dopo le sei di mattina. Il panico è dilagato dovunque. All"Hotel Plaza, appena riaperto, un ospite ha cercato scampo buttandosi dalla finestra: é precipitato da alcuni metri e si è fracassato la testa, ma non è morto. Alcune vittime, però, ci sarebbero state nel crollo di alcuni edifici in un sobborgo della città: "Difficile avere notizie precise", allarga le braccia il console onorario d'Italia ad Haiti, Giovanni De Matteis. Così come non si sa ancora bene che cosa sia successo a Jacmel, città vicina all'epicentro.
Lì si trovano praticamente isolati due cittadini italiani: è molto difficile raggiungere quel posto via terra e uno dei due dovrebbe essere evacuato in elicottero. L'altro ha deciso di restare. La nuova scossa ha aumentato se possibile lo scoramento per le centinaia di migliaia di sfollati radunati nelle tendopoli di fortuna. In quelle condizioni, se non altro, non hanno avuto paura. "Non ho un tetto sopra la testa, perché dovrei averla?", ci dice Rosa Marie Charles, età imprecisata, ospite di un campo di Carrefour, una delle zone più degradate di Port au Prince. E' proprio in questa tendopoli che gli sfollati hanno creato da sé, che monta la rabbia per gli aiuti che non arrivano.
La strada davanti all'accampamento, allestito all'interno della scuola Lumiere, è stata sbarrata stamane da una barricata fatta di sassi, pezzi di legno e lamiere. Su una specie di tavolaccio, poi, è stato sistemato il cadavere di un uomo avvolto alla meglio in una coperta. Le auto sono costrette ad arrampicarsi sul ciglio della strada per riuscire a passare lo stesso, ma il macabro blocco stradale su Boulevard Jean Jacques Dessaline vuole essere, soprattutto, un segnale. "Siamo stanchi, abbiamo fame, abbiamo sete e nessuno ci aiuta. Fate qualcosa": questo il messaggio di Pierre Louis Laroche, uno dei capi della protesta. In effetti, qui intorno, non si vede nessuno, nessuno distribuisce acqua o cibo, nessuno si occupa della gestione delle tendopoli, nessuno sembra preoccuparsi delle condizioni igieniche o sanitarie, che sono pessime, con quintali di rifiuti ammucchiati ai bordi della strada, sulle macerie. Jean Claude Auguste, "un artista", almeno così si presenta, spiega che gli unici aiuti - un po' d'acqua - sono arrivati dal presidente di una squadra di football, poi niente. Invece, abbiamo bisogno di tutto". Qui, insomma, non si tratta di ricostruire le case. Questa fase è davvero molto in là da venire. Si tratta, invece, di distribuire gli aiuti che, a tonnellate, giacciono all'aeroporto.
Il problema è che la rabbia della gente monta ogni giorno di più ed anche distribuire casse di acqua diventa un'operazione complessa e ad alto rischio. Pier Louis, il capopopolo, assicura che loro non arriveranno mai alla violenza, ma è un dato di fatto che a Port-au-Prince i saccheggi e le razzie si fanno ogni sera più numerose. "Le zone più calde - spiega un investigatore del team italiano arrivato sul posto all'indomani del sisma - sono quelle di Martissant, Bolasse e tutta l'area degli ex palazzi del potere ora distrutti: qui il rischio è la sera, quando le gang prendono il sopravvento, ma ci sono altre zone, come la Delmas 19, diventate pericolose anche di giorno. E se l'insofferenza aumenta, sarà sempre peggio".
E' quello che la gente di qui ha già capito benissimo. Per questo, lungo le strade, i camion ammassati di persone che se ne vanno dalla capitale del terremoto sono decine, in particolare vanno a Cayes, a sud, dove il sisma non ha fatto danni e non c'é rischio che qualcuno affamato ti assalti.
20 gennaio, 22:51
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haiti 20 gennaio 2010
Troppi giornalisti ad Haiti
Sisma ad Haiti: la comunità internazionale si mobilita. "Tenete duro: arrivano i giornalisti". (Dilem, Algeria)
“La catastrofe che ha colpito Haiti pone delle importanti questioni al giornalismo. È necessario che ci siano dei limiti fatti di rispetto e di responsabilità. Bisogna che le informazioni siano inquadrate in un contesto corretto senza scadere nel voyeurismo. Non ci saranno troppi giornalisti ad Haiti?”, si chiede Le Devoir.
Sul sito del giornale canadese è scoppiata la polemica tra i lettori: ci sono effettivamente troppi giornalisti? Sono d’intralcio all’organizzazione degli aiuti internazionali? “I reporter sono indispensabili per la copertura mediatica e quindi per sensibilizzare il mondo, sia le persone comuni sia i governi. Il loro ruolo è quello di andare sul posto e verificare che la realtà non sia deformata da racconti che vengono diffusi senza controllo. Ma in questi giorni abbiamo visto delle scene scioccanti. Giornalisti che per riprendere le operazioni di salvataggio le rallentavano, per esempio”, continua Le Devoir.
Tuttavia secondo il giornale canadese “sarebbe molto peggio se la stampa non fosse lì a raccontare e a monitorare la situazione”. La rivista statunitense New Republic è molto più critica: “La copertura mediatica della crisi umanitaria ad Haiti è stata a dir poco ridondante. Le decine di reportage che arrivano da Haiti stanno mettendo a dura prova una situazione già abbastanza fragile”.
Secondo New Republic trasportare e mentenere le centinaia di giornalisti che sono ad Haiti in questo momento “non è un gioco che costa poco”. “La Cnn e la Cbs hanno cinquanta inviati sul posto in queste ore, Fox venticinque. E ogni rete televisiva che si rispetti ha un numero simile di persone impiegate a seguire questa storia. I quotidiani sono più parchi, per esempio il New York Times e il Washington Post hanno dieci giornalisti. Vista la situazione drammatica del paese è difficile credere che la presenza così massiccia della stampa non stia ritardando l’arrivo degli aiuti e degli operatori umanitari. C’è scarsità di alloggi ad Haiti, ma anche scarsità di alimenti e di acqua. Tutti questi giornalisti finiscono per sottrarre risorse ai sopravvissuti del terremoto”.
Per evitare di creare ulteriori difficoltà, New Republic suggerisce di costituire dei pool – cioè delle squadre di giornalisti che producono contenuti per più di una testata – e di annullare in questo modo la competizione tra le diverse emittenti. “Invece di creare un problema logistico ogni volta che un disastro naturale si abbatte su qualche area del mondo, si potrebbe utilizzare questo protocollo di lavoro che è usato normalmente in altri contesti”, conclude New Republic.
http://www.internazionale.it/home/?p=14946
Troppi giornalisti ad Haiti e dovrebbero essere regolamentati in pool oppure no?
I giornalisti creano davvero problemi logistici e ritardano l'arrivo degli aiuti umanitari o fanno solo il loro dovere ?
La copertura mediatica è stata ridondante o no?
Fino a dove i limiti del diritto di cronaca ?
fantasma76
21-01-2010, 12:58
Troppi giornalisti ad Haiti e dovrebbero essere regolamentati in pool oppure no?
I giornalisti creano davvero problemi logistici e ritardano l'arrivo degli aiuti umanitari o fanno solo il loro dovere ?
La copertura mediatica è stata ridondante o no?
Fino a dove i limiti del diritto di cronaca ?
Per molti giorni l'unico medico è stato un giornalista della BBC, per caso qualcuno sta progettando un golpe usando le macerie come armi, e non vuole testimoni?
Le accuse agli Usa da Bolivia e Venezuela: "Vogliono occupare militarmente l'isola"
L'Onu: "Forse non riusciremo mai a sapere quante persone sono morte lì sotto"
Il premier haitiano: "Basta polemiche"
"Gli americani sono i benvenuti"
Trovata un'altra bambina viva sotto le macerie. Frattini contrario alla sospensione delle ricerche
Gli aiuti della Croce Rossa e l'intervento di Medici Senza Frontiere: 130 operazioni chirurgiche al giorno
ROMA -
Gli americani sono i benvenuti ad Haiti. Lo ha detto alla radio francese Rtl il primo ministro haitiano, Jean-Max Bellerive, intervenuto per sedare le polemiche sul dispiegamento militare statunitense ad Haiti dopo il sisma. Le sue dichiarazioni sono state confermate da quelle del presidente haitiano, René Preval, che ha precisato: "Non siamo sotto tutela statunitense: il loro intervento è stato concordato". E mentre l'Onu conta i suoi morti e ammette la straordinarietà di questa emergenza, il premier haitiano lancia un appello: "Basta con le polemiche, gli aiuti sono necessari".
La polemica politica. In questi giorni, infatti, alcuni paesi - Venezuela e Bolivia in testa - hanno accusato gli Stati Uniti di "arroganza" e "occupazione militare" nei confronti di Haiti. Durissimo, ad esempio, è stato il commento del presidente venezuelano Hugo Chavez, secondo il quale dietro "l'eccessivo dispiegamento militare degli Usa" ci sarebbe la volontà del paese di "impadronirsi di Haiti, dei suoi cadaveri e delle lacrime della gente''.
Parole che sono state respinte dalle autorità haitiane: "E' chiaro che gli americani sono qui su nostra richiesta - ha detto il premier Bellerive - e che sono venuti per assisterci nei nostri bisogni umanitari o di sicurezza, per esempio nel trasporto di fondi". Haiti non è "sotto tutela statunitense", ha precisato dal canto suo il presidente René Preval, intervistato dal quotidiano Liberation. "I militari americani giunti sull'isola - ha aggiunto - sono soldati del genio, ingegneri, medici e altre figure che possono garantire la protezione dei trasporti e dei lavori".
"Nessun blocco ideologico nel ricevere anche l'aiuto di venezuelani, cubani o francesi", ha concluso Preval. Concetto ribadito dal primo ministro: "Tutti sono d'accordo nel dire che l'aiuto dei diversi eserciti, in un quadro controllato e concertato, e nell'ambito di un dialogo, è il benvenuto ad Haiti". E la mobilitazione degli Stati Uniti, in effetti, è stata notevole. La Casa Bianca ha previsto di inviare 4.000 soldati supplementari sull'isola, portando a 15.000 i suoi effettivi coinvolti in operazioni di soccorso.
Onu, "Difficile bilancio finale". E che non sia tempo di polemiche lo suggeriscono anche le Nazioni Unite, che ammettono una triste possibilità: il bilancio finale del terremoto potrebbe non sapersi mai, il sisma è stato troppo devastante. Mercoledì le autorità haitiane hanno detto che le vittime sono state tra le 100 mila e le 150 mila e che oltre 70mila salme sono già state sepolte. Ma secondo l'Onu tali cifre sono semplicemente delle ipotesi. Il conteggio è reso complicato dal totale collasso delle istituzioni di governo e dal fatto che molte persone si trovano ancora sotto le case, gli alberghi, gli edifici pubblici crollati.
Vittime Onu. Non è chiaro neanche il bilancio delle vittime della missione Onu ad Haiti. Nel timore di errori e volendo prima avvisare le famiglie, per giorni le Nazioni Unite sono state estremamente caute nel fornire i dati, lasciando il compito ai governi nazionali. Domenica l'Onu ha parlato di quasi 650 dispersi tra il personale civile, conteggio che è sceso a 296 mercoledì: la ragione, ha spiegato Nick Birnback, portavoce del dipartimento di peacekeeping delle Nazioni Unite, è che la gran parte dei dispersi erano haitiani, che dopo il terremoto hanno lasciato gli edifici e sono tornati a casa, senza più riuscire a contattare l'organizzazione. Al momento, invece, le Nazioni Unite hanno confermato il decesso di 46 dipendenti, tra cui almeno 35 peacekeeper e funzionari stranieri. Ma si tratta di un numero destinato a crescere almeno fino a 70: il bilancio più tragico nella storia delle Nazioni Unite.
Bambina trovata viva tra le macerie. Ma forse i miracoli, ad Haiti, sono ancora possibili. Proprio oggi dalle macerie è stata estratta una bambina di 11 anni: viva, a otto giorni di distanza dal sisma. Ieri è stata la volta di due neonate trovate illese e sopravvissute senza acqua e senza cibo. Il tutto mentre sull'isola si sta decidendo per la sospensione definitiva delle ricerche. Una decisione prematura, secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini. "A mio avviso - ha detto in merito alla questione - qualche sforzo si deve ancora fare". Il ministro ha poi ricordato che sono ancora due gli italiani che mancano ancora all'appello, mentre altri due sono stati dichiarati "definitivamente dispersi".
Medici Senza Frontiere. Intanto continua l'opera dei chirurghi di Medici Senza Frontiere, attivi in dieci sale operatorie in funzione giorno e notte nelle città di Port-au-Prince, Leogane e Jacmel. In questi giorni le equipe di MSF stanno effettuando una media di 130 interventi chirurgici al giorno. All'ospedale di Carrefour, nella capitale, è stato avviato un programma di supporto psicologico per i pazienti che hanno subito amputazioni degli arti e per le loro famiglie. In un altro centro è iniziata l'attività di fisioterapia per gli ustionati, mentre proseguono le dialisi per le vittime della sindrome da schiacciamento. I medici hanno continuato a occuparsi delle lunghe code di pazienti in attesa di cure e interventi chirurgici, anche mentre Port-au-Prince veniva colpita nuovamente da una forte scossa di assestamento mercoledì mattina.
Gli aiuti della Croce Rossa. Ad Haiti sono in arrivo 5 voli della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa con 6.500 Kit per famiglia, 500 tende e 6 macchine. Lo scopo - rende noto l'organizzazione umanitaria - è quello di raggiungere 60 mila famiglie da assistere. Nell'isola sono arrivati il Presidente e il Segretario Generale della Federazione Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, Tadateru Konoa e Bekele Geleta, in visita sui luoghi del disastro. Sul fronte sanitario, per i sopravvissuti i maggiori problemi sono rappresentati dalle ferite e dalle infezioni a seguito dei traumi non curati. In aumento con la mancanza di acqua potabile anche la minaccia di malattie infettive e diarrea. A causa dei danni alle strutture mediche, i trattamenti di routine per persone con malattie preesistenti come la HIV/AIDS, diabete e cancro non possono essere effettuati.
Blue Panorama in pista per sostenere Haiti. Sui voli diretti a Santo Domingo, la compagnia aerea Blue Panorama mette a disposizione gratuitamente le stive cargo per trasportare gli aiuti destinati alla popolazione di Haiti. "Voliamo nel paese a fianco e ci sembra doveroso dare il nostro contributo", ha spiegato il presidente di Blue Panorama, Franco Pecci, in occasione della convention con i tour operator a Marsa Alam. "Per due mesi, mettiamo a disposizione le nostre stive per chi vuole inviare aiuti ad Haiti, riservando fino a 7-8 tonnellate su ogni volo - ha aggiunto - per un totale di 25 tonnellate a settimana, 100 al mese. Abbiamo già avuto contatti con la Provincia di Roma e di Milano".
(21 gennaio 2010)
http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/21/news/haiti_polemiche_aiuti-2028958/
Deborah Fait
22-01-2010, 09:04
Haiti: Israel il primo bimbo nato nell’ospedale da campo
di Fulvio Del Deo
http://www.vivitelese.it/wp-content/uploads/2010/01/rinascita1-130x130.jpg (http://www.vivitelese.it/wp-content/uploads/2010/01/rinascita1.jpg)Gli israeliani, ben allenati da sempre alle emergenze anche nel loro quotidiano, sono stati rapidi come nessuno al mondo nella realizzazione di quello che la CBS e Sky hanno giustamente definito la “Rolls Royce della medicina ad Haiti”. (http://www.youtube.com/watch?v=qbcUAFbXGBI)
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40 chirurgi, 24 infermieri, medici, paramedici, attrezzature per raggi x, radiologi, una farmacia fornita di tonnellate di medicinali, una sala rianimazione, due sale operatorie, un’incubatrice, un reparto di pediatria e uno di maternità. In tutto 220 persone che, rapportate ai 7 milioni di abitanti del loro paese, sono davvero molte, soprattutto se si considera che la Cina (un miliardo e mezzo di abitanti) ha inviato solo 60 volontari.
Israele ha realilzzato il tutto, senza dilungarsi in formalità, mentre i potenti del mondo ancora apparivano disorientati da quella catastrofe immane e non sapevano da dove prendere il principio. Fortunatamente è lunghissimo l’elenco degli Stati che hanno offerto il loro sostegno ad Haiti, Stati ricchi e meno ricchi, ognuno si è mobilitato materialmente o ha offerto il proprio aiuto economico. L’Italia ha anche cancellato l’intero debito del paese caraibico. Unici a non muovere un dito, secondo quanto riporta la [URL="http://www.cbsnews.com/stories/2010/01/14/world/main6097735.shtml"]CBS Associated Press (http://www.youtube.com/watch?v=qbcUAFbXGBI), sono i ricchissimi sceicchi del petrolio.
Commuove e allo stesso tempo riempie di orgoglio il lieto evento di domenica scorsa: il primo bambino messo al mondo nell’ospedale da campo israeliano, la mamma ha voluto chiamarlo Israel (http://media.nationalreview.com/post/?q=OWJkY2NhZDhiNjlkMDE0ZWQ0NzM2YzZkMjhmMjEzOWQ=).
http://www.vivitelese.it/2010/01/haiti-israel-il-primo-bimbo-nato-nellospedale-da-campo/ (http://www.vivitelese.it/2010/01/haiti-israel-il-primo-bimbo-nato-nellospedale-da-campo/)
Israele fa miracoli per aiutare i feriti
http://www.ebraismoedintorni.it/israele-fa-miracoli-per-aiutare-i-feriti-haitiani
fantasma76
22-01-2010, 16:36
Denuncia dell'organizzazione Onu: "Abbiamo informazioni su 15 piccoli spariti dagli ospedali, dopo il sisma"
Esaurite le speranze di trovare sopravvissuti. Appello del presidente haitiano Preval: "Coordinare gli aiuti"
Haiti, allarme Unicef: "Bimbi scomparsi"
Mosca agli Usa: "Non approfittino della crisi"
http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/22/news/haiti_stop_ricerche-2038498/
PORT-AU-PRINCE - Allarme dell'Unicef ad Haiti. "Abbiamo informazioni su 15 bambini scomparsi dagli ospedali, dopo il sisma", ha affermato oggi a Ginevra Jean Claude Legrand, esperto del Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, insistendo sull'esistenza di reti per la tratta di bambini. Queste reti "già esistevano prima del sisma" e molte hanno rapporti con il "mercato illegale delle adozioni", ha aggiunto. Dopo catastrofi come il sisma queste reti si attivano 'immediatamente per sfruttare la situazione.
L'incubo dei ladri di bambini
L’agenzia Onu, che lavora da anni ad Haiti, ricorda di aver già lanciato in passato l’allarme sul traffico di minori haitiani attraverso Santo Domingo e aggiunge che «sfortunatamente molti di queste reti di traffico hanno legami con il ’mercatò delle adozioni internazionali». La notizia arriva nel giorno in cui il governo accelera sul fronte delle adozioni, ma solo -tiene a precisare Palazzo Chigi- una volta accertato lo stato di adottabilità dei bambini, dichiarato dalle autorità haitiane. L’Onu e le ong da giorni infatti insistono sui rischi di adozioni che non siano trasparenti. C’erano circa 20mila orfani nei quasi 200 orfanotrofi di Haiti prima della catastrofe e, dopo il sisma, ci sono probabilmente molti altri bambini lasciati senza genitori dal devastante terremoto del 12 gennaio. Secondo l’Unicef, la metà della popolazione di Haiti, ha infatti meno di 18 anni e, nel 2007, c’erano 380.000 orfani.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51488girata.asp
Gli sciacalli sono accorsi per primi, la tratta è iniziata, poi ci si domanda come è possibile che dei bimbi vengano affidati a dei pedofili, semplice costano poco.
Gli sciacalli sono accorsi per primi, la tratta è iniziata, poi ci si domanda come è possibile che dei bimbi vengano affidati a dei pedofili, semplice costano poco.
Davvero, disgrazia su disgrazia, pure gli sciacalli.
Le persone in fuga passano la frontiera e vanno verso Repubblica Dominicana per prendere l’aereo, ma molte compagnie hanno aumentato il costo dei biglietti.
La vera sfida sarà la ricostruzione.
Non per tornare di nuovo alle politiche di accoglimento, ma sentivo alla televisione Gad Lerner invitato in una qualche trasmissione, e diceva che nolenti o volenti ci dovremo attivare a ricevere queste ondate di persone che, da qualche parte dovranno pure andare. E d'ora in poi sarà sempre più così. Ed è vero.
Haiti/ Frattini: Qualche miracolo ancora possibile
http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2010/01_gennaio/23/haiti_frattini_qualche_miracolo_ancora_possibile,22617830.html
Haiti: nelle braccia dell’Occidente
di Lucio Caracciolo
RUBRICA IL PUNTO. Molti haitiani sperano in un protettorato straniero. Usa e Brasile in prima fila. Obama non vuole ripetere gli errori di Bush e ribadire la leadership americana nel giardino di casa. Una prova per il presidente.
(articolo pubblicato su la Repubblica il 16/1/2010)
“Questa tragedia è una cosa buona per noi, perché ci fa pubblicità”. La frase sfuggita a George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile, davanti alle telecamere dell’emittente Sbt, a prima vista appare un distillato di puro cinismo. Ma rivela probabilmente la speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto: assoggettarsi a un protettorato internazionale. Nel senso pieno del termine. Meglio un governo di stranieri che l’anarchia e le vessazioni dei banditi. Se poi questi stranieri sono americani, capofila di una cordata con Brasile, Francia e Canada, investiti delle responsabilità primarie in quanto potenze più influenti sull’isola, tanto meglio.
Le assicurazioni della Casa Bianca di non voler governare Haiti, obbligate dal bon ton diplomatico, passano in second’ordine di fronte all’immediato, robusto e assai esibito impegno americano nel dopo-terremoto. Per il primo paese indipendente dell’America Latina (1804), nel quale Simon Bolivar trovò rifugio e assistenza, sperare nella colonizzazione nordamericana è un bel paradosso. E forse si rivelerà una chimera, quando fra non molto i riflettori dei media saranno spenti. Ma nell’ora più triste e insieme più globale di quella terra miserrima, come negare ai sopravvissuti il sogno di un futuro diverso? Di diventare un altro Puerto Rico?
La catastrofe che il 12 gennaio si è abbattuta su Port-au-Prince e su milioni di haitiani ha scatenato una nobile competizione fra nazioni, organizzazioni internazionali e associazioni private a chi soccorre prima e meglio i superstiti. La solidarietà di cui siamo testimoni esprime quel senso di appartenenza al genere umano - al di là di razza, credo, storie e frontiere - che solo le grandi emergenze sanno suscitare. Nelle scelte dei maggiori leader mondiali e regionali si possono però intravvedere anche le strategie geopolitiche che segnano questa competizione non solo umanitaria.
Acominciare da Obama: “Questo è un momento che richiede la leadership dell’America”. La mobilitazione militare e civile, l’impegno personale del presidente, la formidabile eco mediatica rivelano che lo spirito missionario degli americani, pur in tempi di crisi, resta vivo. Su questo slancio, Obama si propone di raggiungere tre obiettivi.
Primo e principale: non ripetere l’errore di Bush, che di fronte allo tsunami asiatico del 2004 e soprattutto al disastro provocato l’anno dopo dall’uragano Katrina, si mostrò torpido e distratto. Confermando l’immagine di una superpotenza egoista e declinante. E destando il sospetto che asiatici e neri americani – le vittime “invisibili” dello tsunami e di Katrina – non fossero per Bush meritevoli di attenzione. Da quella pessima performance del suo predecessore, più ancora che dal disastro iracheno, Obama trasse la convinzione di poter competere per la Casa Bianca. Oggi che la sua stella non brilla come i suoi sostenitori speravano un anno fa, il presidente non poteva farsi cogliere impreparato da una simile emergenza.
Secondo: dare profilo specifico alla sua visione - finora piuttosto retorica - degli Stati Uniti come potenza capace di esprimere la propria egemonia non attraverso l’esibizione o peggio l’impiego della forza, ma raccogliendo intorno a sé ampie coalizioni internazionali. E assumendosi la responsabilità di guidarle. Sotto questo profilo, Haiti è il caso perfetto: un’impresa umanitaria dall’eco planetaria, circoscritta nel “cortile di casa” americano, lo spazio caraibico. Dove non esistono potenze in grado di competere con il colosso a stelle e strisce. La Cina è lontana. Degli europei conta solo la Francia, sollecitata in questo caso dal richiamo storico e culturale della francofona Haiti. Riferimento che spiega anche l’interesse canadese, o meglio del Québec, che per rafforzare la sua impronta francofona ha importato una vasta colonia haitiana. Parigi e Ottawa peraltro si muovono di concerto con Washington.
Terzo: impedire che forze nemiche o inaffidabili prendano piede a Haiti. Un classico Stato fallito, di fatto non governato da nessuno. Haiti non è la Somalia, certo. Ma i recenti corteggiamenti venezuelani al presidente Préval, sostanziati da forniture energetiche e progetti infrastrutturali, miravano a calamitare Haiti nell’Alba, l’asse antiamericano guidato da Caracas e L’Avana. L’intervento di Obama, che intende porre gli haitiani sotto la provvisoria (?) tutela statunitense, serve anche a stroncare tali velleità. Intanto, Cuba ha aperto il suo spazio aereo ai voli di soccorso americani. Mentre la base di Guantanamo – più nota come prigione per terroristi che Obama prometteva di chiudere e non ha chiuso – funge da hub logistico per le operazioni Usa nell’isola terremotata, da cui la separa solo uno stretto di un centinaio di chilometri, il Windward Passage.
Il principale partner degli Stati Uniti in questa operazione è il Brasile. Insieme ai primi soccorsi, Lula ha inviato sul posto il ministro della Difesa Nelson Jobim. A Haiti sono schierati 1.266 soldati brasiliani impegnati nella missione Onu di stabilizzazione (Minustah), a guida verde-oro. L’impegno che si protrae da sei anni, con scarso successo, non è unicamente volto a riportare l’ordine a Haiti. Vuole anche illustrare le ambizioni brasiliane di potenza non solo sudamericana ma tendenzialmente panamericana. Dunque proiettata anche verso i Caraibi e l’America centrale. In un rapporto di cooperazione/competizione con gli Stati Uniti, da cui pretende un trattamento paritario. Brasilia peraltro resta refrattaria alle gesticolazioni neobolivariste di Chavez e alla sinistra radicale di Ortega (Nicaragua), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador).
Quando l’emergenza haitiana sarà trascorsa, speriamo con duraturo sollievo per quella popolazione, potremo procedere a una doppia verifica geopolitica. Per l’America, vedremo se avrà dimostrato con successo che non intende tollerare Stati falliti nell’”estero vicino”. Destinati forse un giorno a fungere da trampolini di lancio di potenze ostili od organizzazioni terroristiche. Quanto al Brasile, stabiliremo se la sua proiezione di potenza oltre la frontiera sudamericana può sostanziarsi in una sfera d’influenza privilegiata, magari in coabitazione con gli Stati Uniti. Così ponendo fine all’assoluta, bisecolare egemonia a stelle e strisce sull’emisfero occidentale[/COLOR]..
http://temi.repubblica.it/limes/haiti-nelle-braccia-delloccidente/10253?h=0
fantasma76
23-01-2010, 13:16
Davvero, disgrazia su disgrazia, pure gli sciacalli.
Veramente la frase doveva essere:
Davvero, disgrazia su disgrazia, oltre gli sciacalli pure il terremoto.
Perché li gli sciacalli ci stavano da prima del terremoto, e chi compra i bambini purtroppo non è spinto solo dal desiderio di adottare, ma c'è un giro di pedofilia che tocca Italia e Olanda da moltissimo tempo.
Veramente la frase doveva essere:
Davvero, disgrazia su disgrazia, oltre gli sciacalli pure il terremoto.
Perché li gli sciacalli ci stavano da prima del terremoto, e chi compra i bambini purtroppo non è spinto solo dal desiderio di adottare, ma c'è un giro di pedofilia che tocca Italia e Olanda da moltissimo tempo.
Si, vero.
Onu ed Unicef stanno controllando.
La ONU investiga la desaparición de huérfanos
Unicef vigila el aeropuerto para evitar que los menores salgan sin control de Haití
HIDALGO - Enviada especial a Puerto Príncipe -
22/01/2010 23:45
El absoluto descontrol en los días posteriores al terremoto ha motivado a Unicef, organización dependiente de la ONU que protege a los menores, a investigar la desaparición de varios niños huérfanos en Puerto Príncipe.
La jefa de protección de Unicef, Julie Bergeron, confirmó el jueves a este periódico que unos 140 críos abandonaron el país, con permiso del Gobierno haitiano, en las horas posteriores al seísmo pero que su salida de Haití no se produjo en circunstancias claras. Bergeron habló de "absoluto descontrol" y afirmó que la organización ha puesto personal en el aeropuerto de Puerto Príncipe para controlar los vuelos y la salida de los pequeños. "Nos consta que en al menos un caso un bebé ha salido de Haití por avión sin ningún tipo de documentación legal", afirmó la responsable de Unicef.
Unicef tiene datos de un bebé al que sacaron del país sin documentación
A las declaraciones de Bergeron se unieron este viernes datos facilitados desde Ginebra, una de las sedes de Unicef, en la que un representante de la organización señaló que habían desaparecido unos 15 niños de los hospitales de Haití.
Ante el revuelo que se montó, la organización afirmó después en un comunicado que no son datos confirmados oficialmente, pero sí advirtió de que existen "riesgos para los niños que no están acompañados de familiares o que aún no han sido localizados por algunas de las organizaciones de ayuda hunanitaria.
"Unicef está preocupado por las condiciones actuales en Haití, que pueden propiciar el tráfico infantil, pero no puede confirmar cuántos niños están desaparecidos", señala el comunicado. La organización asegura que ha recibido avisos de que hay niños que han salido de hospitales solos, sin ningún adulto que se ocupe de ellos. "Ante esta situación, Unicef está habilitando, en colaboración con otras organizaciones, varios centros seguros para niños que necesiten cuidados y protección temporales", rezaba el comunicado.
«Si la quieres, te la doy: es para ti»; así ofrece una madre a su hija de 8 años
Instalaciones para niños
"El trabajo de Unicef en estos momentos tiene como alta prioridad localizar y trasladar a lugares seguros a todos aquellos niños que después del terremoto se han quedado solos. Para ello, se desarrollan labores de búsqueda y se están habilitando instalaciones en las que se pueda albergar a estos niños de forma temporal pero en condiciones de seguridad", concluye.
Julie Bergeron, desde Puerto Príncipe, insinuó que ese descontrol del principio propició que bastaba con decir que un bebé era de un familiar muerto para que pudiera salir desde el aeropuerto.
La mayoría de las ONG se oponen a las adopciones masivas en Haití
En las calles de Puerto Príncipe hay muchos niños y adolescentes que están solos y que han tenido que reagruparse de manera espontánea con otras personas que también han perdido sus casas. Hay muchos menores que están al cuidado de tías o abuelas, pero estas a su vez acarrean con otros parientes y no hay comida ni agua para todos.
"Si la quieres te la doy, es para tí"; así ofrece Marie Thérèse a su hija, Joanna, de 8 años. La madre le atusa el pelo y le mira los dientes. La conversación se produce de manera espontánea en el barrio de Pacot, donde madre e hija están en la puerta de una casa semiderruida. "Yo no puedo darle de comer, llévatela", insiste la mujer, mientras tira del brazo de la hija.
La madre, Marie Thérèse, habla español, pero la niña no y sonríe con cara de no entender nada. La madre hace repetir a la pequeña: "Llévame contigo, tengo hambre, quiero comer", y así lo hace la cría, de manera automática. La mujer insiste en que la niña está sana y es guapa y que no la puede cuidar.
Ante la negativa, la madre insiste: "Tú puedes decir que es tu hija, llévatela". Cuando se le vuelve a decir que no, la madre cuenta su historia, que comparten muchas mujeres haitianas. "Su padre, mi marido, se murió en el terremoto, me he quedado sola, no doy abasto con todo", concluye Marie Thérèse, que insiste en que no le importaría no volver a ver más a su hija.
Ante el temor de que los pequeños huérfanos terminen en manos de mafias internacionales, Unicef y otras organizaciones aconsejan paralizar los acogimientos y las adopciones de haitianos hasta que la situación en el país se normalice.
Muchas ONG están recibiendo miles de llamadas de norteamericanos y europeos interesados en adoptar uno de los muchos huérfanos que ha dejado la tragedia. "Y muchos tienen prisa, pero las cosas hay que hacerlas dentro de la legalidad", afirma Bergeron.
Experiencia traumática
La mayoría de las organizaciones que trabajan por los derechos de la infancia consideran que el traslado de un menor superviviente de un terremoto a otro país le va a causar un nuevo trauma. "Su colocación temporal en el extranjero es más traumática que útil, el cambio en su entorno conlleva un nuevo trastorno en sus vidas", concluye desde Haití la jefa de protección de Unicef, que considera que la única excepción deben ser los procedimientos que estén a punto de finalizar.
http://www.publico.es/internacional/288089/onu/investiga/desaparicion/huerfanos
fantasma76
23-01-2010, 16:31
Fiammetta Cappellini, rappresentante di AVSI ad Haiti, racconta a il sussidiario i giorni trascorsi tra aiuti e organizzazione logistica per far fronte all’emergenza terremoto. «Ora siamo tutti in un tunnel buio. Ma sentiamo nel cuore che siamo fatti per la vita. Non da soli, ma con l’aiuto di tutti, ce la faremo».
Tratto da www.ilsussidiario.net
DIARIO HAITI/Fiammetta: così la vita ricomincia, grazie ai bambini… Fiammetta Cappellini, cooperante AVSI ad Haiti, racconta i primi passi con cui le persone provano a costruire, ricominciando da quello che è rimasto. L'emergenza è totale, si divide quel che si ha: un materassino in più è il massimo del riguardo possibile per le donne incintE, poi toccherà a chi ha i figli piccoli... I primi aiuti iniziano ad arrivare, pian piano la vita ricomincia.
Credo che se siete veramente interessati alla vicenda, una volontaria che conosce il prima e il durante, potrà raccontare di prima persona ciò che accade e di cosa hanno bisogno.
http://www.avsi.org/default.asp?nofather=yes&pageName=NewsDettaglio&ID=586
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2010/1/20/DIARIO-HAITI-2-Fiammetta-mentre-scrivo-degli-spari-cancellano-la-calma-apparente/62368/
comunque leggendo ci sono tendopoli dall'uragano del 2003, cresciute con l'uragano del 2008, e ora si teme che Haiti diventi una mega tendopoli e cosi resti per sempre.
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=68f55ae1de5edb28
23/1/2010"Ad Haiti presto altro terremoto"
Sismologi Usa: "Sarà violentissimo"
fantasma76
23-01-2010, 18:56
è giunta la sentenza?
che propongono, aspettare la morte?
TERREMOTO ARTIFICIALE PROVOCATO DAGLI USA?:confused:
Sabato, 23 gennaio
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=40f45af9dabdc81e
fantasma76
24-01-2010, 17:05
<object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Ak5Wj_eDo38&hl=it_IT&fs=1&"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Ak5Wj_eDo38&hl=it_IT&fs=1&" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object>
Mo il ministro giapponese è un noto alcolizzato, l'intervistatore sarà uno scemo, ma se e in Svizzera qualcuno ha pensato di processare uno perché creava terremoti, anche se poi è stato assolto, l'idea non deve essere tanto pazzesca o no?
sottosegretario di Stato replica alle polemiche scatenate dal capo della Protezione civile
che poi in serata rettifica: "Non parlavo degli Usa ma delle organizzazioni internazionali"
Haiti, Clinton ironizza su Bertolaso
"Le sue critiche? Polemiche da bar"
Frattini ricevuto nella capitale americana: "Apprezziamo molto la vostra leadership"
WASHINGTON - Il segretario di Stato Hillary Clinton ironizza sulle accuse fatte dal sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso, sulla gestione statunitense degli aiuti in Italia. "Mi sembrano quelle polemiche che si fanno il lunedì dopo le partite di football" ha dichiarato il capo della diplomazia Usa replicando alle parole di Bertolaso. "Ci sono enormi organizzazioni coinvolte ad Haiti - aveva detto in un'intervista su Rai Tre il capo della Protezione civile - e c'è moltissimo da fare, ma la situazione è patetica, tutto si sarebbe potuto gestire molto meglio. Si assiste a una fiera della vanità ma manca una capacità anche di coordinamento e di leadership".
La Clinton ha ricevuto al dipartimento di Stato Franco Frattini (che aveva intanto già preso le distanze dalle dichiarazioni di Bertolaso) per poi tornare a ringraziare "il grande aiuto e la collaborazione che l'Italia sta dando a Haiti". "Senza l'esercito sarebbe stato impossibile portare i soccorsi alla popolazione haitiana", ha detto il segretario di Stato americano. "Per gli Stati Uniti è stato possibile arrivare prima perché Haiti è vicina a noi''.
Dello stesso parere il ministro degli Esteri: "Apprezziamo molto la leadership americana, l'impegno di Obama e dell'amministrazione Usa per Haiti", ha ribadito. "Stiamo portando una nave (la Cavour, ndr) con elicotteri e carabinieri per garantire l'ordine pubblico, in stretta collaborazione con gli Stati Uniti".
Hillary Clinton ha ricordato il sisma in Abruzzo: "L'Italia ha sofferto anch'essa un tragico terremoto però ovviamente, la logistica e le infrastrutture di Haiti sono molto diverse da quelle de L'Aquila". Poi ha ricordato l'amicizia con il ministro degli Esteri Frattini. "Con Franco -ha detto la Clinton - ci siamo sentiti spesso negli ultimi tempi e continueremo a farlo".
Ma in serata Bertolaso è intervenuto di nuovo sulla vicenda: il suo, ha sostenuto, non era un attacco agli Stati Uniti, che "stanno mettendo in campo uno sforzo importante" per la popolazione di Haiti; ma una "critica alla mancanza di coordinamento delle organizzazioni internazionali" che sta lasciando "migliaia di haitiani abbandonati a se stessi". E poi ha replicato anche a Frattini: "Respingo l'ipotesi che abbia parlato come reazione emotiva: è noto che sono pagato per stare calmo ma anche per fare le cose per bene". Il ministro degli Esteri, da Washington, aveva definito le sue critiche "legate ad un elemento emotivo".
(25 gennaio 2010)
http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/25/news/clinton_contro_bertolaso-2071121/
Alle brutte figure dell'Italia non c'è mai fine.
Roderigo
29-01-2010, 00:25
Haiti, i morti sono 170 mila
http://img204.imageshack.us/img204/7140/epa26yjmy20100126.jpg
Adolescente trovata viva a 15 giorni dal sisma
ROMA - Continua a crescere il bilancio ufficiale delle vittime del terremoto di Haiti, ma anche quello dei miracoli. Una ragazza è stata estratta viva dalle macerie di una casa ieri sera, a 15 giorni dal terremoto: profondamente disidratata, sotto shock, con una gamba ferita, ma ancora capace di piangere, ridere e respirare. Di miracolo ha parlato proprio uno dei soccorritori: "Non so come sia riuscita a resistere tanto a lungo". Poco prima il presidente René Preval aveva annunciato il bilancio delle vittime era salito a 170.000, inteso come numero dei cadaveri recuperati dalle macerie nel Paese devastato il 12 gennaio scorso, ventimila in più rispetto alla cifra comunicata tre giorni fa. Preval ha anche fatto il conto delle devastazioni materiali: 225.000 abitazioni e 25.000 edifici commerciali sono stati rasi al suolo.
Ma il presidente ha affrontato anche il tema politico, annunciando da una parte che le elezioni legislative in programma il prossimo 28 febbraio sono rinviate a data da destinarsi (passo inevitabile visto che l'Ufficio elettorale è tra gli edifici pubblici completamente distrutti dal sisma), dall'altra che non ha intenzione di ripresentarsi quando (nel febbraio 2011) scadrà il suo mandato presidenziale. Intanto sono proseguiti ancora oggi, ad oltre due settimane dal terremoto, i saccheggi a Port-au-Prince, mentre l'Onu lancia l'allarme per la minaccia rappresentata dai leader delle gang di evasi e dai trafficanti di bambini. I saccheggi nelle strade della capitale sono ormai sistematici, e vengono affiancati da chi tra le macerie cerca legno e metallo, oppure chi recupera la merce dal proprio negozio distrutto, prima che i bulldozer entrino in azione. Resta 'stabile' anche il malcontento degli sfollati - oltre un milione secondo le ultime stime - radunati a migliaia sotto il sole cocente nei campi di soccorso.
Ovunque sorgono cartelli, in lingua francese, inglese o spagnola, che recitano: "Abbiamo bisogno di aiuto, cibo, acqua e medicine". Il governo ha annunciato lunedì di avere installato 400.000 tende, che possono ospitare tra le cinque e le dieci persone ciascuna. Stamani, l'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu, Navy Pillay, ha lanciato l'allarme sulla minaccia rappresentata dai leader delle gang criminali evasi dalle carceri del Paese - nel complesso gli evasi sopravvissuti al crollo delle prigioni sarebbero oltre 6.000 -, dai trafficanti di uomini, dalle esecuzioni sommarie di presunti ladri. E l'Unicef denuncia che la "situazione attuale ad Haiti favorisce i trafficanti di bambini".
Il miracolo dell'adolescente trovata viva in una casa crollata nei pressi di una scuola professionale è arrivato dopo quello di un uomo di 31 anni è stato estratto vivo dai militari statunitensi dopo aver passato 12 giorni sotto le macerie a Port-au-Prince. Era rimasto intrappolato in una scossa successiva al terremoto del 12 gennaio. L'uomo, in mutande e coperto di polvere, è stato salvato da militari statunitensi: "E' stato trasportato in ospedale e se la caverà", ha detto un soldato dell'82/a Divisione aerotrasportata Usa, anche se ha "una gamba stritolata".
28 gennaio, 13:19
www.ansa.it (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2010/01/25/visualizza_new.html_1678415542.html)
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Video Clip Spot solidali Haiti, ipotesi agghiacciante: terremoto artificiale provocato dagli U.S.A?
In queste ore si è diffusa rapidamente una notizia secondo la quale il terribile terremoto di Haiti sarebbe il risultato dell’ultimo di una serie di test, condotti in gran segreto dagli Stati Uniti. Un’ipotesi agghiacciante che merita approfondiment, riflessioni e…doverosi chiarimenti.
Secondo Russia Today, il presidente del Venezuela....
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=11d400f8ea87498d
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ho trovato queste due notizie, separatamente, la prima penso sia inattendibile, il video non sono in grado di decifrarlo:confused::confused::confused::confused:
http://img638.imageshack.us/img638/3950/storyhaitidoctorsfb.jpg
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=30e412214ecd9fc0
Haiti: da una parte si muore dall'altra ci si mette in posa
Scritto da Nicola Sorrentino
Sabato 30 Gennaio 2010
Haiti è già terra dimenticata da tutti. Lo è già dal punto di vista politico, dove non esiste un vero e proprio governo che si prenda cura del suo popolo, ma solo dirigenti e politicanti pronti ad arricchirsi le tasche. Non è bastato un terremoto, un'apocalisse è meglio chiamarlo, per dare credito a una popolazione che oltre a perdere case e persone care, ha visto sradicarsi in questi giorni anche la dignità e il diritto alla vita. Chi gira per le strade di Pourt au Prince assiste a una vera e propria mostra dell'orrore, l'aspetto dominante e caratteriale dell'individuo di Haiti è semplicemente il fai da te, paradosso macabro visto il contesto. Gruppi numerosi di persone che costruiscono degli accampamenti, improvvisati ovviamente, che dovrebbero dar riparo temporaneamente a chi è senza casa, praticamente tutti.
Mentre si cerca il materiale adatto per non subire "altri crolli", dalla plastica alla legna e a tutto ciò che può ritornare utile, gli altri Paesi discutono sul da farsi, sul coordinamento degli aiuti che non sembra esserci. La notte la fanno da padrone i saccheggiatori, teppisti, approfittatori che se ne vanno in giro a a far danni; la polizia li cattura, un colpo in testa e via. Lo scenario è composto da sacchi della spazzatura buttati un po' ovunque per strada, tante macchie nere in lontananza, contengono cadaveri, ce ne sono molti che non hanno avuto buona sorte neanche da morti. I bambini rimasti orfani sono troppi, c'è chi addirittura se ne fa carico avendo già dai 2 ai 3 figli, veri e propri santi; chi invece dispiaciuto, deve lasciare queste creature alla loro sorte fra le lacrime di entrambi. I bambini vengono raggruppati e messi su veri e propri camion-cellulari, dall'esterno sembrano animali, dall'interno sono esseri umani. Li portano a mangiare, a mangiare quel poco che c'è, preti e pastori sembrano essere gli aiuti più presenti, si distribuisce a stento acqua e qualche biscotto, qualcuno improvvisa dei generatori di emergenza per ricaricare il suo cellulare, qualcuno riprende la sua attività di venditore ambulante, ma non sarà solo stavolta, di fianco ai suoi quadri esposti si sfiora la tenda di una famiglia, sistemata li perchè non c'era altro. Inferno caraibico: da ammirare la volontà degli haitani di ricominciare a testa alta nell'attesa degli aiuti, quest'ultimi non sanno coordinarsi mentre invece chi è senza casa non perde tempo. In uno scenario che probabilmente verrà dimenticato e messo da parte dai giornali, c'è chi invece vuole finire sui media, sulla carta stampata e sui social network più in voga. Su Facebook sono apparse foto di medici, volontari e soldati che sorridendo, con bottiglie di champagne ben in vista o imbracciando armi, testimoniavano la loro presenza in un contesto dove a stento si trattengono le lacrime. L'orrore è in una foto di un medico, con l'espressione compiaciuta mentre di fianco a lui c'è un corpo senza vita. L'umanità è morta ai Caraibi, quelli che vediamo sono zombie e nulla più.
http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/31/news/portavano_via_da_haiti_33_bambini_dieci_americani_arrestati_al_confine-2137235/
Portavano via da Haiti 33 bambini
Dieci americani arrestati al confine
e fra i morti da considerare quelli sopravvissuti al terremoto e ammazzati dalle guardie antisaccheggi
...
Alle brutte figure dell'Italia non c'è mai fine.
In questo caso credo che Bertolaso abbia invece detto le cose come stanno.
In questo caso credo che Bertolaso abbia invece detto le cose come stanno.
:applaus::applaus::applaus:
http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2010/02_febbraio/01/Haiti,%20non%20sono%20orfani%20i%20bambini%20nelle%20mani%20di%2010%20americani,22760099.html?mod=frame&provid=14
Haiti, non sono orfani i bambini nelle mani di 10 americani
http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2010/02_febbraio/01/haiti%20%20denunce%20di%20traffico%20bambini,22755948.html
Haiti: denunce di traffico bambini
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