Visualizza Versione Completa : Rosarno, paese contro immigrati
Ci sono voluti 150 anni, ma l'Italia è fatta!
:bauscino:
Roderigo
13-01-2010, 14:14
Quel che resta di Rosarno
http://img194.imageshack.us/img194/5053/rosarno372.jpg
Perché, dopo questa ribellione, sarà più difficile mentire sull’immigrazione
Alessandra Sciurba
Sarebbe bello pensare che il vento sta cambiando. Oggi sembra quasi possibile indugiare in questa speranza.
Dopo il primo giorno di tentennamenti, gran parte della stampa, per una volta, sta riflettendo onestamente sull’accaduto.
Ci hanno provato, Maroni in testa, a liquidare Rosarno come un’orgia di violenza immotivata, quasi un impazzimento collettivo derivante dallo stato di clandestinità che sempre più, in questo paese, viene raccontato come sinonimo di criminalità connaturata.
E invece no, il coraggio di chi si è ribellato ha costretto a diradare almeno in questi giorni la cortina di menzogne che da anni in Italia accompagna ogni discorso che riguardi l’immigrazione. Non ha retto neppure per un istante l’ipotesi che il problema derivi dalla mancata applicazione della linea dura voluta da questo governo. Persino la sinistra istituzionale, incredibilmente, ha avuto per una volta il coraggio di essere davvero opposizione, anche se pesanti rimangono sulle sue spalle le responsabilità dell’annientamento dei diritti dei migranti in questo paese.
Rosarno ha mostrato al di là di ogni discorso possibile, che la ribellione per difendersi dai soprusi, dallo sfruttamento, dal razzismo, non solo è giusta ma è anche possibile. E questa è una cosa che in un paese come l’Italia molti hanno dimenticato, specialmente a Sud, dove la rassegnazione è uno stile di vita. Dove si accetta l’inaccettabile come fosse una punizione divina.
La rivolta di Rosarno, inoltre e soprattutto, ha messo a nudo tutte le ipocrisie delle ultime leggi che in Italia hanno gestito il fenomeno dell’immigrazione: leggi fatte ad hoc per favorire il massimo sfruttamento possibile della forza lavoro di migliaia di donne e uomini abbattendo tutti i costi, ovvero demolendo tutti i loro diritti.
Che la Bossi-Fini produca e alimenti solo la clandestinità è un dato oggettivo, banale, basta guardare la realtà. E non perché la legge venga troppo spesso elusa, non perché ci siano troppi magistrati che non la applicano, come ha detto il Ministro Gelmini intervistata dalla trasmissione televisiva Mezz’ora.
La Legge Bossi-fini produce strutturalmente illegalità perché impedisce, con calcolo, qualunque forma di regolarizzazione anche per chi ha un lavoro da anni, allo stesso modo in cui rende impossibile, di fatto, l’attivazione di canali di ingresso .legali sul territorio. Pensiamo per un momento all’ultimo decreto flussi, quando 700.000 domande di regolarizzazione furono presentate da altrettanti datori di lavoro che offrivano un posto fisso, la certezza di un’abitazione, e persino la disponibilità a pagare il biglietto di un eventuale rimpatrio del loro lavoratore immigrato. Di queste domande solo 170.000 furono accolte perché così stabilivano le quote, lasciando in tal modo 530.000 persone che avrebbero potuto fare ingresso nella legalità in una situazione di clandestinità forzata. Quale logica può mai giustificare questi dati? È ideologico leggere in questi numeri una volontà politica di far rimanere in una situazione di precarietà assoluta e quindi di sfruttamento il maggior numero di persone possibile?
Anche i respingimenti verso la Libia voluti da Maroni potrebbero essere letti in questa chiave.
Chi erano le persone rimandate a subire torture e violenze nel paese di Gheddafi? Capri espiatori. Poche migliaia rispetto ai grandi numeri dei migranti che arrivano nel nostro paese quasi tutti con visti che poi scadono e non vengono rinnovati. Poche migliaia e quasi tutti (e sono le stime dell’Acnur a dirlo) profughi di guerra. Persone che avrebbero diritto all’asilo, persone che avrebbero diritto all’accoglienza e che quindi costerebbero e non sarebbero così facili da trasformare in mera forzo lavoro usa e getta. Due piccioni con una fava, questi respingimenti: inscenare il grande spettacolo muscolare di uno Stato che “affronta” il problema dell’immigrazione clandestina ed evitare di sobbarcarsi i costi che la presenza di rifugiati politici inevitabilmente comportano. E nel frattempo, da frontiere meno spettacolarizzate, l’esercito di braccia necessarie a muovere questo paese non ha mai cessato di arrivare. Anche in tempo di crisi, a raccogliere le arance a 25 euro al giorno e a dormire in mezzo ai topi gli italiani (o almeno la maggior parte di loro) non ci vanno.
Diciamolo finalmente: non solo le aziende, ma anche le piccole e grandi mafie che gestiscono gran parte delle raccolte stagionali su gran parte del territorio italiano non potevano trovare un alleato migliore della normativa vigente in materia di immigrazione. Da anni ormai arrivano le retate della polizia, a fine stagione, a togliere dagli impicci padroncini e caporali che non vogliono pagare i loro lavoratori. Retate che sempre se la prendono con i migranti che hanno lavorato in nero e praticamente mai con chi da quel lavoro in nero ha tratto la sua fortuna. Ci mancava solo il reato di clandestinità per dare l’ultimo e più terribile strumento a chi tratta i migranti come carne da comprare a peso: la minaccia di una delazione sempre possibile: “Non protestare. Anche se non ti pago, anche se quasi ti ammazzo di botte. La legge dà ragione a me perché se vai a raccontare qualcosa, per il solo fatto di non avere un permesso di soggiorno sei tu quello che verrà trattato come un criminale”.
Solo loro, gli uomini che da anni subiscono tutto questo, potevano raccontarlo con tanta chiarezza. Ci abbiamo provato a lungo noi ricercatori, attivisti antirazzisti laici e cattolici, membri delle associazioni e del volontariato, e tutte le volte siamo stati tacciati di mala fede e ideologia e certo non abbiamo avuto la stessa potenza e capacità.
Loro invece, pagando un prezzo altissimo, sono riusciti a farsi ascoltare. Con una dignità da cui imparare e che ancora una volta i soliti noti stanno cercando di far passare per violenza e brutalità.
È normale che anche la popolazione di Rosarno adesso sia sconvolta. C’è chi ha sparato e non è difficile immaginare di quale tipo di gente si tratti, c’è che si sta dando anima e corpo ai peggiori deliri razzisti che, guarda caso, sono accompagnati da dichiarazioni di ammirazione verso la politica della Lega e del Ministro Maroni. Ma ci sono anche tanti silenziosi che forse stanno riflettendo. Da una terra vessata e troppo spesso muta di fronte ai ricatti e alla sopraffazione si è levato un grido di rivolta che parla un’altra lingua, ma che forse si è fatto interprete di sentimenti taciuti da tanti italiani che da sempre vivono nella paura. Peccato che il divide et impera in tempi come questi funzioni così bene e la guerra di poveri contro i più poveri allontani la possibilità di immaginare un movimento che possa modificare una realtà marcia come quella meridionale, che però affonda le sue radici in un intero Stato italiano nato anche da un compromesso con la mafia dal quale non si è più liberato.
Adesso, tra le tante domande, ne resta una che preme più delle altre: dove finiranno queste migliaia di persone che con tanta forza si sono ribellate? L’unico modo per “difenderle”, come è stato dichiarato, è stato ad oggi quello di internarle dentro i centri quei centri di detenzione amministrativa che la televisione si ostina ancora a chiamare centri di accoglienza. Molti, probabilmente verranno espulsi, e per il ricordo che dell’Italia porteranno con sé bisogna provare vergogna.
Quello che hanno fatto, però, dovrà rimanere. Come un nuovo inizio fortissimo, giusto, che ha rimescolato ogni cosa facendo al contempo chiarezza.
Lo sciopero dei lavoratori migranti che si sta preparando in Italia come in Francia per il prossimo Marzo, così come la manifestazione romana fatta a sostegno della ribellione di Rosarno bloccata a manganellate prima che potesse arrivare al Viminale, potrebbero essere allora, finalmente, ulteriori passi di un percorso nuovo. Finalmente nuovo.
10 gennaio 2010
www.meltingpot.org
Roderigo
13-01-2010, 14:37
http://img685.imageshack.us/img685/8260/logocgilcisluiltorino.jpg
PRESIDIO CONTRO LO SFRUTTAMENTO
E IL RAZZISMO
Giovedì 14 gennaio – ore 17:00
piazza Castello – TORINO
Quello che è successo nei giorni scorsi a Rosarno potrebbe facilmente accadere in altre parti d’Italia dove, nell’agricoltura ed in altri settori produttivi, migliaia di immigrati irregolari sono costretti a lavorare e vivere al limite dell’umano tollerabile, sottoposti ai ricatti di chi vive di economia sommersa, anche a causa dell’attuale normativa sull’immigrazione che condanna all’espulsione chiunque prenda il coraggio a due mani e decida di denunciare le condizioni di lavoro.
La tragedia di Rosarno parla a tutto il Paese: bisogna ricostruire delle relazioni che mettano al centro la capacità di convivere con le diversità, del vivere insieme, del rispetto di diritti e di doveri di cittadinanza e del lavoro per tutti e da parte di tutti.
Non è condivisibile che una manifestazione di giusta protesta sia degenerata ingiustamente anche a danno della popolazione locale.
Questa situazione è il frutto di una politica migratoria non governata e dell’incancrenirsi di situazioni di estremo sfruttamento e degrado, dove lo sbocco della guerra tra poveri, presto o tardi, rischia di diventare l’esito più probabile.
Dov’è lo Stato quando si tratta di controllare le condizioni di lavoro e di vita di queste persone? Dove sono le istituzioni locali e nazionali che dovrebbero impedire condizioni di semi schiavitù nel lavoro?
La risposta dello Stato non può limitarsi esclusivamente alla lotta alla “clandestinità”, lasciando che coloro che hanno gestito lo sfruttamento di questi lavoratori restino impuniti, soprattutto se la Magistratura confermasse le responsabilità della delinquenza organizzata.
Come organizzazioni sindacali abbiamo sempre sostenuto la necessità di combattere l’immigrazione irregolare, in quanto essa produce un danno irrimediabile sia alla sana economia, sia ai diritti di tutti i lavoratori. Quelle che si debbono combattere, però, non sono le vittime di questo meccanismo, bensì le cause che producono questo grave fenomeno: l’economia sommersa, la tratta di esseri umani ed una normativa sull’immigrazione che tutto fa, meno che favorire l’immigrazione legale.
Vanno cambiate le leggi che regolano l’immigrazione dando il diritto ai lavoratori di essere regolarizzati qualora denuncino il lavoro nero.
Crediamo sia sbagliata l’introduzione della norma sul “reato di clandestinità” che prevede, nel nostro ordinamento giuridico, di punire una persona non per avere commesso un reato, ma semplicemente per lo “status” in cui si trova.
Questa disposizione pone infatti purtroppo alla stessa stregua coloro che tentano di integrarsi anche accettando di lavorare “irregolarmente” con coloro che nella clandestinità operano per delinquere. Una legge che impedisce, di fatto, alle famiglie immigrate presenti nel nostro Paese, considerate clandestine, di accedere ai servizi sanitari, sociali e alla scuola.
La società civile non può rimanere indifferente e deve mobilitarsi e reagire. La partecipazione è la strada per combattere la violenza.
Proponiamo a tutti coloro che si riconoscono in questi obiettivi di aderire al
PRESIDIO GIOVEDI’ 14 GENNAIO alle ore 17:00
in piazza Castello (davanti alla Prefettura)
http://www.fisacpiemonte.net/doc/presidiorosarno.pdf
Gruppo su Facebook (http://www.facebook.com/event.php?eid=274264968295&ref=mf#/event.php?eid=274264968295&ref=mf)
Proponiamo a tutti coloro che si riconoscono in questi obiettivi di aderire al
PRESIDIO GIOVEDI’ 14 GENNAIO alle ore 17:00
in piazza Castello (davanti alla Prefettura)
http://www.fisacpiemonte.net/doc/presidiorosarno.pdf
Speriamo che molti siano coloro che si rendono conto che queste cose possono succedere davvero in qualsiasi altro luogo in Italia. E che in molti partecipino.
Tra l'altro, la tragedia di questi immigrati già tanto provati, non è finita. Ora diventano clandestini e senza più tutele.
Migliaia di immigrati tornano clandestini «Ora rischiamo tante piccole Rosarno»
La crisi provoca l’espulsione dalle fabbriche, in Veneto un esercito di senza diritti: «Prolungare il permesso di soggiorno»
VENEZIA — C’è una bomba a orologeria nel cuore del laborioso Veneto, trasformato dalla crisi in un mosaico di piccole Rosarno pronte a esplodere da un momento all’altro. Sono le sacche di insoddisfazione, disperazione ed esasperazione che, sparse in tutto il territorio, raccolgono le migliaia di immigrati regolari trasformati dalla recessione in disoccupati e clandestini. Secondo l’ultimo rapporto Caritas-Migrantes, su 320.526 lavoratori stranieri (il 10% del totale occupati) già 23 mila hanno perso il posto, ma sono in aumento. Per ora i forestieri — 500 mila in tutto nella regione — rappresentano il 29% dei licenziati. Il problema è che dopo sei mesi senza impiego perdono il permesso di soggiorno, perciò vanno a ingrossare l’esercito dei 60 mila irregolari «storici».
L’allarme «La situazione è molto seria — avverte Marco Benati, segretario Fillea Cgil Padova — solo romeni, slavi e croati tornano in patria. Tutti gli altri restano, e per campare sono costretti a cedere al mercato del lavoro nero, che infatti sta crescendo a vista d’occhio, insieme allo sfruttamento di questi disperati. Presi da cooperative, piccoli artigiani, ristoranti e bar per impieghi saltuari come scarico e scarico, lavapiatti, pulizie, volantinaggio, traslochi, facchinaggio, brevi ristrutturazioni di case spesso eseguite senza rispettare le norme di sicurezza a tutela degli stessi operai. Per non parlare dello sfruttamento nei campi, il più pesante. La tanto richiesta manodopera si ricicla così — prosegue Benati — arrangiandosi, per colpa di una legge sbagliata che non conserva il permesso di soggiorno per più di sei mesi a chi si è sempre comportato bene e per colpe non proprie si ritrova a spasso dalla sera alla mattina». Molti per sopravvivere si indebitano fino al collo, altri ricorrono ai prestiti degli amici, tanti si umiliano richiedendo ai parenti i soldi che dall’arrivo in Italia hanno sempre spedito a casa. Sono in aumento, rivelano i sindacati, gli extracomunitari costretti a posticipare i ricongiungimenti familiari o a rimandare nella terra d’origine la moglie e i figli, magari nati in Veneto e quindi ormai estranei alla cultura dei genitori. Dopodichè lasciano le case comprate o in affitto per andare a vivere in cinque o sei in mini da due o tre posti. «I più informati ricorrono all’escamotage di registrarsi come artigiani indipendenti — avverte Benati — così facendo lavorano meno, accettando qualsiasi ordine, ma almeno non perdono il permesso di soggiorno. In un anno il numero degli artigiani è cresciuto del 10%». Scuote il capo il collega Niang Boubacar, senegalese che segue africani, bangladesi e indiani: «Hanno contribuito allo sviluppo del Paese ospitante ma la politica della Lega li condanna a ingrossare l’esercito dei clandestini. E degli sfruttati. Per una giornata nei campi, a sgobbare dalle 6 alle 20, prendono 10 euro, per tre giorni come operai o tinteggiatori ne guadagnano 80/100, ma devono accettare. Stanno perdendo il lavoro anche tante colf e badanti, perfino quelle rientrate nella sanatoria (24 mila le richieste presentate in Veneto, ndr), che però non hanno ancora ricevuto il permesso di soggiorno. Se vengono licenziate, non lo avranno mai. Ogni giorno agli sportelli della Cgil arrivano stranieri che lasciano curriculum e numero di telefono nella speranza di trovare un nuovo posto». Un quadro ad alto rischio. «E il peggio deve ancora arrivare — annuncia Valerio Franceschini, segretario confederale con delega all’immigrazione della Uil — in primavera la crisi conoscerà una nuova impennata, soprattutto nei settori edile e metalmeccanico, che assorbono molti immigrati. E allora il popolo degli invisibili crescerà, sfuggendo al controllo, ora possibile grazie all’intervento di sindacati, Caritas e associazioni, che tamponano la situazione ed evitano l’esplodere di tensioni tendendo una mano agli immigrati in difficoltà. Ma ricordiamoci che non è facile per un nuovo arrivato stimato da tutti finchè regolarmente impiegato ma subito isolato e oggetto di diffidenza se improvvisamente a spasso, accettare di sparire nel nulla. La colpa — chiude Franceschini — è di un tessuto produttivo fragile ma anche di una mancata integrazione sociale dei forestieri».
Punti deboli In effetti, denuncia l’ultimo rapporto Cnel, si parla spesso impropriamente di integrazione, poichè al buon inserimento occupazionale pre-crisi non corrisponde uguale accettazione sociale dello straniero. In tal senso il Veneto è solo nono nella classifica delle regioni, anche in quanto ad accessibilità dell’extracomunitario al mercato immobiliare, per la diffidenza che ancora persiste in padroni di casa e agenzie. Per contro, è terzo nell’impiego di manodopera immigrata e per l’indice di retribuzione, con una media di 12.551,39 euro all’anno, con i picchi di Vicenza (14 mila) e Treviso (13 mila). Peccato però, rileva il Cnel, che siano mosche bianche gli stranieri assunti con qualifiche alte, ambito che vede il Veneto precipitare alla 18esima posizione. «Questi lavoratori sono maggiormente esposti agli effetti della crisi in funzione a tipologie d’inquadramento contrattuale, settori d’impiego, anzianità lavorativa e qualificazione professionale medio-bassi — conferma il dossier Caritas —. Vanno aggiunti la difficoltà a farsi riconoscere il titolo di studio e il persistere di pregiudizi nei loro confronti». «Purtroppo prevale la volontà punitiva della Lega — sottolinea don Giovanni Sandonà, coordinatore delle Caritas del Nord Est — paradossalmente, in nome della sicurezza si colpiscono sempre e solo i regolari, col risultato di alimentare il numero dei clandestini, lo sfruttamento e il sottobosco di lavoro nero che fa concorrenza illegale alle imprese oneste. In quest’ottica è rimasto inascoltato l’appello lanciato dai nostri vescovi al governo di prorogare il permesso di soggiorno ai licenziati che dimostrino di aver aver sempre lavorato e rispettato la legge. Ci si dimentica che la sicurezza fa rima con parità di diritti e doveri — ammonisce Sandonà — e si preferisce mettere il cappio al collo a chi è arrivato qui con contratti a termine per svolgere mansioni abbandonate dagli italiani. Così si rischia solo di far esplodere le sacche di insoddisfazione e l’illegalità».
Gli imprenditori Accuse dalle quali il settore produttivo si tira fuori. «Nell’industria non ci sono lavoro nero nè licenziamenti di massa degli stranieri — dice Gianpaolo Pedron, vicedirettore di Confindustria Veneto — che per il 19,7% hanno usufruito degli ammortizzatori sociali». «Nei nostri campi gli immigrati rappresentano una risorsa e non sono certo trattati da schiavi — ribattono alla Cgil Coldiretti, Cia e Confagricoltura —. Anzi, è in crescita il numero di contratti a tempo indeterminato anche per gli extracomunitari e le imprese spesso si preoccupano pure della loro sistemazione». Sullo sfruttamento nei campi, motivo di scontro fra l’onorevole dell’Udc Antonio De Poli («Siamo all’agricoltura del Ku klux klan») e il ministro Luca Zaia («Falso, tolleranza zero»), torna il vicegovernatore Franco Manzato: «Da noi gli extracomunitari sono una risorsa, quelli che lavorano nei campi lo fanno nel rispetto delle leggi, molti con contratti stabili, ci sono controlli continui. Un caso-Rosarno in Veneto è impossibile, siamo un modello da esportare: per legalità, assenza di contrasti sociali, integrazione, attaccamento e difesa dei valori veri civili, a partire dalla famiglia».
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2010/12-gennaio-2010/migliaia-immigrati-tornano-clandestini-ora-rischiamo-tante-piccole-rosarno-1602275590364.shtml
Michela Nicolussi Moro
12 gennaio 2010(ultima modifica: 13 gennaio 2010)
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2010/12-gennaio-2010/migliaia-immigrati-tornano-clandestini-ora-rischiamo-tante-piccole-rosarno-1602275590364.shtml
Alessandra
14-01-2010, 01:31
L'amore dei bianchi
di Alessandro Portelli
«È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti»: così si apriva il preambolo delle leggi razziste proclamate dal governo italiano fascista nel 1938. Da allora abbiamo fatto notevoli progressi: non ci proclamiamo più francamente razzisti, anzi discettiamo su prestigiosi organi di stampa se sia proprio educato chiamare «negri» i deportati di Rosarno. Siamo gente civile, ci mancherebbe altro - razzisti, ma ipocriti. E se è vero che l'ipocrisia è un omaggio del vizio alla virtù, razzisti che si vergognano e, come tutti i pervertiti, lo fanno di nascosto. Finché non viene scandalosamente alla luce.
Dopo averlo negato per anni, adesso tutti deplorano il razzismo negli stadi, tutti sono d'accordo a sospendere le partite se partono cori razzisti, ma poi non succede mai e si punisce il giocatore nero che rimanda l'offesa al mittente.
A posteriori tutti, dal papa in giù, deplorano anche con parole eloquenti le violenze (beninteso, tutte le violenze, quelle di chi spara e quelle di chi si ribella contro gli sparatori) - ma quando le cose succedono non c'è ombra di prete a fare testimonianza fermando i fedeli cristiani che sparano e fanno barricate. E lasciamo perdere la sinistra, che vagola per giungle e deserti tutti suoi - e i centristi che trovano estrema pure l'idea che un bambino nato in Italia sia italiano (come in Francia o in quegli Stati Uniti che imitiamo sempre solo nel peggio).
Rosarno allora è un elemento di chiarezza: la rivolta nera mette a nudo la violenza della schiavitù e dello sfruttamento; il pogrom bianco mette in pratica quello che si annidava nei discorsi e nelle teste del senso comune, che si realizzava in una miriade di singoli episodi, e che le persone intelligenti minimizzavano come folklore o ignoranza; e il ruolo delle istituzioni ridotto alla presenza-cuscinetto delle forze dell'ordine svela la vacuità a cui si è ridotta la sfera pubblica, dalla politica all'informazione.
Adesso lo possiamo dire francamente di nuovo: il razzismo riunifica l'Italia. Meno di un secolo fa severi antropologi discettavano se i calabresi fossero o no di razza italiana; adesso il razzismo contro gli immigrati mette d'accordo leghisti e terroni. Il governo decide di cacciare, deportare o esorcizzare i bambini stranieri che superano il trenta per cento nelle scuole, sapendo benissimo che non si può fare, che un sacco di questi bambini sono nati in Italia, che tanti parlano italiano meglio dei loro compagni, e che comunque la percentuale è superata in pochissimi casi; ma ci lucra sopra come effetto annuncio, per spaventare i cittadini con un pericolo inesistente affinché si rifugino sotto le ali protettrici del Partito dell'Amore.
Da un pezzo abbiamo capito che tutto questo non è mero residuo del passato ma anche un prodotto rinnovato di tutte le modernità. Lo vediamo proprio in quello che stanno facendo alla scuola. Il razzismo non è solo ignoranza ma è anche ignoranza, e più smontiamo le scuole, più indeboliamo un anticorpo. Non solo: perché allo svuotamento della scuola non corrisponde più un vuoto. Lo spazio abbandonato si riempie di altre informazioni, di altre conoscenze. Anni fa, intervistando giovani attivisti di destra a Roma, mi colpì il fatto che tutti avevano fior di referenze bibliografiche sulla punta delle dita, ma non avevano gli strumenti critici per capire che erano fonti inattendibili, referenze fasulle. Adesso dovremmo domandarci quante ore anche il normale razzista di massa trascorra navigando in rete, frequentando Facebook o You Tube (o guardando i tg) senza gli strumenti che gli permettano di non bersi come oro colato le oscenità e le banalità che ci trovano. Nell'età dell'informazione, nell'economia della conoscenza, è sempre più facile essere contemporaneamente informati e ignoranti. L'altro fattore è la terra. Modernizzazione, da almeno mezzo secolo in qua, vuol dire abbandono dell'agricoltura, mettere le fabbriche al posto degli aranci, poi lasciar marcire le fabbriche, lasciar marcire le persone che dormono dentro le loro rovine, e adesso lasciar marcire gli aranci che nessuno raccoglie, i neri perché li hanno cacciati, i bianchi perché non accettano paghe «da neri».
Negli Stati Uniti in agricoltura e nell'industria agroalimentare si sono formate le nuove schiavitù dei lavoratori migranti; e questo aspetto del modello americano in Italia lo stiamo tragicamente imitando, e migliorando con l'aggiunta nostrana di 'ndranghete e camorre. Ma siccome la campagna e l'agricoltura sono per definizione arretrate e obsolete nessuno si accorge che questo è forse il problema economico e sociale più grosso che abbiamo davanti. Chissà se adesso, dopo lo sdegno e le belle parole, qualcuno comincerà a riorientarsi.
Per ora, il nostro sindacato più progressista è scettico sull'opportunità di uno sciopero dei migranti. Se lo fanno da soli si ghettizzano (come se non lo fossero già) - e allora perché non lo facciamo tutti insieme, un bello sciopero generale contro il razzismo e lo sfruttamento? E se poi non riesce che figura ci facciamo? Ma che figura ci facciamo invece se non lo facciamo?
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100112/pagina/01/pezzo/268771/
kalandar
14-01-2010, 09:03
Cosa è cambiato dopo Rosarno
Questo articolo è uscito su “Vanity Fair”.
Ricorderemo il gennaio 2010 come il mese in cui, per la prima volta, un’intera piana del sud è stata sgomberata di tutti gli uomini con la pelle nera che la popolavano. A prescindere dal fatto che avessero o meno in tasca il permesso di soggiorno, potevano al limite essere pure cittadini italiani, ma era proprio il colore della loro pelle a motivarne l’allontanamento. Trasferiti per proteggerli da un popolo ostile, è la motivazione ipocrita, che regala agli organizzatori delle ronde criminali, armati di fucili e di spranghe, una vittoria sul campo dell’inciviltà.
Seguiranno altre Rosarno, siatene certi, nell’Italia razzista che sei mesi fa ha legalizzato le ronde e ora finge di scandalizzarsi se a metterle in pratica sono i manovali della ‘ndrangheta. Mi indispettisce la condiscendenza di un bel pezzo dei mass media che esitano a denunciare il razzismo dilagante, lo minimizzano come sana reazione della plebe a un’eccessiva presenza di stranieri, la cui sorte peraltro starebbe a cuore solo di una minoranza di privilegiati. L’accanimento degli ultras contro Balotelli, il nero italiano? Colpa dei suoi atteggiamenti provocatori. Una soluzione per il malfunzionamento delle scuole? Tetto del 30% ai bambini stranieri, e pazienza se tale direttiva risulterà inapplicabile nelle periferie metropolitane.
Se la Lega scherza sul “Bianco Natale” e il suo quotidiano esalta il sindaco di Verona sotto il titolo “Tosi fa nero Balotelli”, il doppio senso va preso con simpatia. Ma se invece il presidente della Camera, Gianfranco Fini, raccomanda procedure più rapide e trasparenti per i permessi di soggiorno e la cittadinanza, apriti cielo. Perfino l’acrobata Francesco Rutelli, spericolato nell’attraversamento degli steccati politici, sceglie “Il Giornale” di Feltri per dichiarare che Fini esagera. E la Lega gongola quando gli editorialisti del “Corriere della Sera”, prima Giovanni Sartori e poi Angelo Panebianco, rincarano la dose contro Fini. Macché integrazione, i musulmani resteranno sempre un corpo estraneo alla nostra società (Sartori). Affrontare il tema della cittadinanza significa partire dalla coda anziché dalla testa (Panebianco).
Perfino coloro che dovrebbero rappresentare il punto di vista del liberalismo europeo, alla prova dei fatti, fingono di ignorare che il problema italiano odierno non sono gli insegnanti timorosi di celebrare il Natale (si contano sulle dita di una mano lungo tutta la penisola), bensì i milioni di stranieri lasciati in balia di una legislazione arbitraria, capricciosa nel lasciare vaghi tempi e requisiti dell’integrazione.
Lasciatelo dire a uno come me, approdato in Italia all’età di tre anni, riconosciuto cittadino italiano solo ventisette anni dopo!
Sempre con quella motivazione, il timore di non essere capito dal popolo bue, trattato come un bue, il Partito Democratico ha evitato di varare normative favorevoli all’integrazione quando governava. Nelle file del Pd le attuali proposte di Fini venivano rintuzzate perché troppo audaci. Nel frattempo l’Italia scivolava nella normalità quotidiana dei pogrom (sì, ormai ce n’è almeno uno al giorno), nell’eloquio razzista sdoganato alla tv e sui giornali, nella legislazione discriminatoria.
Non stupisce apprendere, nello Stato che ha tollerato la cacciata di tutti i neri dal paese di Rosarno, che la discussione della legge sulla cittadinanza breve sia stata rinviata a dopo le elezioni regionali di marzo. Per prudenza. Altrimenti chissà che legge ne sarebbe venuta fuori. Forse avrebbero stabilito di togliere il passaporto a tutti quelli come me: italiani per sbaglio?
http://www.gadlerner.it/2010/01/13/cosa-e-cambiato-dopo-rosarno.html
<TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 border=0><TBODY><TR><TD class=sezione colSpan=2>LUCA RICOLFI
Rafforzare Stato e Mercato
</TD></TR><TR><TD>http://www.lastampa.it/common/images/pixel.gif</TD></TR><TR><TD class=articologirata colSpan=2>Giuliano Ferrara lunedì sul Foglio ha posto la domanda giusta: «Mi volete spiegare come mai nell'eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all'altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l'ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell'economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatorie altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali? »
La domanda è giusta non solo perché dopo i fatti di Rosarno sono proprio questi i pensieri che ci ronzano in testa, ma perché quel che scrive Ferrara parlando di un episodio specifico ha una valenza del tutto generale. Un modo semplice di misurare il grado di integrazione degli immigrati è quello di fare il rapporto fra due numeretti: il peso degli studenti stranieri sul totale degli studenti, e il peso dei detenuti stranieri sul totale dei detenuti. Se facciamo questa operazione scopriamo che, da anni, il grado di integrazione nelle regioni del centro-nord è circa il quadruplo di quello delle regioni del Mezzogiorno, che in Veneto è il doppio che in Calabria, e che in Lombardia e nelle regioni rosse è ancorapiù alto che nel Nord-Est.
Come mai?
Per tanti motivi, presumibilmente. Ma il motivo di fondo è che nel centro-nord, oltre a una genuina cultura dell'accoglienza (specialmente forte nelle regioni rosse), convivono due condizioni fondamentali. Tanto mercato e poca assistenza, come giustamente sottolinea Ferrara.Ma anche la precondizione irrinunciabile di un buon funzionamento del mercato: uno Stato menoassente. Senza questa precondizione anche il mercato non può funzionare, e la xenofobia diventa la risposta istintiva alla mancanza di regole.
FONTE: La Stampa (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6855&ID_sezione=&sezione=)
</TD></TR></TBODY></TABLE>
Roderigo
14-01-2010, 13:06
La pista mafiosa
http://img96.imageshack.us/img96/9228/300x200139234603b74ill1.jpg
Rosarno ritorna lentamente alla vita. I piccoli bus che trasportano i lavoratori agricoli hanno ripreso servizio per portare gli immigrati (i non africani) nei campi. Nei bar, invece, non si parla d'altro che della retata del 12 gennaio contro un clan locale della 'ndrangheta. È stata arrestata una delle famiglie mafiose che controlla la città, insieme a due abitanti di Rosarno che hanno partecipato alla caccia all'uomo del 7 e 8 gennaio.
Le Monde, Francia
www.lemonde.fr (http://www.lemonde.fr/europe/article/2010/01/13/emeutes-racistes-en-calabre-une-piste-mafieuse-a-l-etude_1291087_3214.html)
Arianna Lux
14-01-2010, 13:28
http://www.video.mediaset.it/video/matrix/full/150731/puntata-del-12-gennaio.html
fantasma76
14-01-2010, 16:08
“Vanity Fair” e il Manifesto mi dovrebbero pagare i diritti, si sono resiconto che siamo diventati Piemontesi e abbiamo attuato i loro metodi e il metodo del Lombroso, forse fra altri 150 anni diventeremo italiani.
Si sono resi conto adirittura che come dicevo quando le ronde erano solo un progetto che la storia si sarebbe ripetuta, e al nord i rondisti sarebbero stati fanatici armati di manganelli e purghe, e al sud dai soliti gerarchi mafiosi, quelli contro cui sbattette il muso quello che oggi fa Maroni, il prefetto Cesare Mori, incorruttibile funzionario "piemontese" inviato dal governo fascista in Sicilia per debellare la mafia. La sua azione energica permise di distruggere quasi interamente la struttura di base della malavita organizzata siciliana e offrì a Mussolini un argomento per la sua propaganda. Ma quando Mori iniziò a indagare troppo in alto, venne messo da parte, e le tracce del suo lavoro accuratamente eliminate.
Dopotutto al sud la mafia è l'unico stato che abbiamo veramente conosciuto, se lo debellano poi ne dovremo inventare un altro.
http://www.video.mediaset.it/video/matrix/full/150731/puntata-del-12-gennaio.html
Italia: un paese unito dal razzismo
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=69d44a09f8887509
Roderigo
18-01-2010, 16:08
LE DUE CALABRIE
«Qui a pochi km gli immigrati li integriamo.
E combattiamo le cosche»
http://img168.imageshack.us/img168/3189/35424570120c703fef73.jpg
Il sindaco antimafia di Riace Mimmo Lucano:
«Dietro gli scontri un piano di destabilizzazione della 'ndrangheta»
di Silvio Messinetti
Mimmo Lucano è in viaggio verso Rosarno, a portare solidarietà ai migranti vittime di odio, disprezzo ed emarginazione sociale. La sua è una testimonianza significativa delle "due Calabrie" in tema di immigrazione.
Fabbriche abbandonate, casolari diroccati, baracche fatiscenti, cisterne di olio, vecchie cartiere: gli africani di Rosarno vivono qui. A Riace tutt'altra musica: gli immigrati sono pienamente integrati dentro un percorso istituzionale condiviso di solidarietà ed accoglienza. Perché a distanza di poche decine di km politiche migratorie a due velocità? È così difficile esportare il modello Riace?
Sono profondamente addolorato da quanto sta avvenendo a Rosarno. Mi vergogno di essere calabrese, perché è indegno che i migranti siano buoni quando devono raccogliere gli agrumi, e, per il resto, sono maltrattati e vilipesi come esseri umani. Ad ogni modo, a Riace e Rosarno ci sono due Calabrie diverse. A Riace ci sono meno migranti e quello che abbiamo realizzato è frutto di un processo graduale, realizzato attraverso una coesione sociale e un percorso collettivo.
Quello che sta accadendo ha una matrice razzista o c'è qualcos'altro dietro?
Sono convinto che sia in atto un disegno della criminalità organizzata che punta a destabilizzare. La provocazione di ieri è solo l'elemento scatenante di una condizione insopportabile.
Wim Wenders ha definito Riace un'utopia e questa estate ci ha girato un film sull'immigrazione. Rosarno cos'è?
Se la nostra è utopia, il mondo, compreso Rosarno, è una pazzia. I respingimenti sono una barbarie. Come si può respingere una persona che ti sta chiedendo aiuto? Non abbiamo fatto nulla di speciale. È la normalità l'utopia di cui parla Wenders.
A Rosarno c'è un commissario prefettizio perché il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Se fossi sindaco di Rosarno cosa faresti?
Bisogna subito agire, perché non è tollerabile la situazione di quelle persone che vivono in condizioni aberranti. Servirebbe un piano straordinario di emergenza sanitaria e abitativa, attraverso cui vengano garantite condizioni accettabili per gli immigrati di Rosarno.
Sei stato vittima di numerosi attentati intimidatori da parte della 'ndrangheta. Gli africani di Rosarno subiscono da sempre i soprusi e le angherie dei mafiosi.
La spedizione punitiva di ieri contro gli immigrati è, dal punto di vista della criminalità organizzata, un fatto positivo che serve a provocare un livello di confusione generale e destabilizzazione che distoglie l'attenzione da altre questioni. Ad ogni modo, tutte le città calabresi devono fare i conti con le infiltrazioni mafiose. Noi, grazie al processo collettivo di cui parlavo prima, abbiamo sbarrato il passo a questa permeabilità diffusa, forti di un protagonismo e di una coesione sociale economica e civile. C'è un processo di carattere etico che ha fatto rinascere la comunità.
Parafrasando un bel libro scritto sul tema, gli africani si salveranno da Rosarno?
Sono stato presente a un incontro pubblico la scorsa estate dove c'erano molti immigrati di Rosarno. Avevo pensato che sicuramente sarebbe successo qualche cosa di grave in inverno durante la raccolta degli agrumi quando i migranti arrivano nella piana, perché non avevo visto delle soluzioni dopo lo sgombero della ex cartiera. E ieri speravo tanto che gli immigrati non avrebbero reagito all'ennesima provocazione perché, come hanno confermato i fatti, la reazione avrebbe provocato gravi ritorsioni.
il manifesto 9 gennaio 2010
http://www.ilmanifesto.it
Le Rosarno nascoste nelle vie delle città
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/18-gennaio-2010/rosarno-nascoste-caporalato.shtml
Roderigo
19-01-2010, 23:14
ANALISI
Non è solo questione di 'ndrangheta
http://img135.imageshack.us/img135/3384/rosa15672458resize.jpg (http://www.corriere.it/gallery/cronache/01-2010/rosarno/1/rivolta-immigrati-rosarno_f63a92de-fbd6-11de-a955-00144f02aabe.shtml#15)
di Enrico Pugliese
La maggior parte dei lavoratori immigrati (con o senza di permesso di soggiorno) vengono trasferiti ai Cie (definiti ipocritamente «di prima accoglienza» dai giornalisti tv). All'inferno di questi giorni seguirà così il calvario della vita nei Cie. La questura di Reggio Calabria ha promesso che non ci saranno espulsioni, ma le premesse non lasciano immaginare ipotesi alternative. Di loro come lavoratori non si parla più. I braccianti agricoli di Rosarno perdono la loro identità lavorativa: diventano semplicemente dei clandestini. Avranno disprezzo o compassione ma della loro realtà e dei loro diritti di lavoratori si parla sempre meno. Non tutti sono irregolari, ma il repulisti delle squadre autorganizzate locali non prevede troppe distinzioni.
Su Rosarno il ministro Maroni è riuscito a confondere la causa con l'effetto, le vittime con gli aguzzini, sostenendo che la criminalità organizzata si è diffusa per effetto della presenza degli immigrati clandestini. Corollario di questa tesi - di portata molto più generale (cioè ben oltre le idee di Maroni) - è che gli immigrati arrivati clandestinamente vengono a far parte della mano d'opera della criminalità organizzata. Forse è vero che gli immigrati occupati in quel tipo di agricoltura lavorano per un sistema criminale organizzato. Tuttavia non si tratta di quello classico mafioso. Esso è infatti costituito dai produttori agricoli (grandi e piccoli), dal sistema del caporalato con al vertice i grandi organizzatori della allocazione della mano d'opera e solo alla sua base il piccolo caporale-trasportatore locale (magari «etnico»). Il crimine principale di questo sistema è rappresentato dal supersfruttamento con il mancato rispetto di salario, orario condizioni di lavoro: di tutto ciò che garantisce una condizione umana minimamente accettabile, ma il suo ruolo è soprattutto di garantire le condizioni per lo sfruttamento.
Poco plausibile, dunque, la tesi di una rivolta contro la 'ndrangheta. Che in un paese ad alta densità di infiltrazione criminale la 'ndrangheta sia presente largamente nelle attività economiche è ovvio. E lo è ancora di più in quelle totalmente o parzialmente illegali quali il sistema del caporalato. Inoltre in qualche caso gli stessi imprenditori sono implicati in rapporti con le cosche. Ma questo non significa che la controparte principale dei lavoratori immigrati sia la 'ndrangheta. Le stesse misere condizioni di salario e alloggiative di Rosarno si registrano anche in situazioni dove la 'ndrangheta non è presente e il caporalato assume altre forme. Penso alla situazione di San Nicola Varco, nella piana del Sele, così ben illustrata da Anselmo Botte nel suo libro Managgia la miserìa. Le condizioni degli immigrati nelle aree di agricoltura ricca del Mezzogiorno sono purtroppo uguali dappertutto e la violenza, che non manca mai, può essere anche esercitata direttamene dai padroni.
Gli immigrati di Rosarno hanno avuto una reazione esasperata per condizioni disumane e inaccettabili: una rivolta contro la miserìa, come direbbero gli immigrati di San Nicola Varco appena sbattuti via dal loro ghetto, senza bisogno di mazzieri e provocatori locali.
Certamente la 'ndrangheta sarà presente e infiltrata tra i cittadini in agitazione: questo tipo di organizzazione non perde mai l'occasione di sottolineare la sua presenza e la sua importanza. D'altro canto nelle loro dichiarazioni gli immigrati non parlano di 'ndrangheta: se la prendono con lo sfruttamento e le condizioni nelle quali sono costretti a vivere. Condizioni di vita e di lavoro di cui si parla raramente e le poche volte che lo si fa si usano toni truculenti. Si parla di schiavi anziché di lavoratori supersfruttati: supersfruttati così come erano in passato in quelle stesse zone i lavoratori italiani.
Il grosso problema per questi nuovi lavoratori agricoli è la difficoltà dell'azione sindacale. La legislazione sul lavoro, a parte la sua modesta applicazione, li protegge ben poco imponendo qualche modesta multa alle aziende che praticano il lavoro nero. Quanto alle aspre norme contro il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina, gli agrari della piana di Rosarno (con o senza 'ndrangheta) se ne fanno beffe, così come per altro gli imprenditori dell'agricoltura ricca del Mezzogiorno (e del Nord). L'azione sindacale è vanificata soprattutto dalla legislazione sulla immigrazione, a partire dalla legge Bossi Fini e dagli inasprimenti recenti. L'immigrato che lotta e denuncia le violazioni dei diritti e le illegalità, se privo di permesso di soggiorno regolare, può al contempo vincere la vertenza ed essere deportato. Non è schiavitù: è una semplice ingiustizia capitalistica.
il manifesto 10 gennaio 2010
http://www.ilmanifesto.it
il ministro alla camera di commercio di napoli.
LA CGIL: «SOLIDARIETA' AI MANIFESTANTI»
La Rete antirazzista contesta Maroni
«A Rosarno vergogna di Stato»
Sull'asfalto un tappeto di arance con vernice rossa
Otto denunciati per «vilipendio alle istituzioni»
NAPOLI - «Maroni razzista! A Rosarno vergogna di Stato». Così recita uno striscione srotolato dai balconi del palazzo del rettorato che affacciano sul corso Umberto. Azione di protesta messa in atto dagli aderenti ai centri sociali della «Rete antirazzista» di Napoli. I giovani hanno effettuato un blocco stradale nei pressi dell’università Federico II poco prima dell’arrivo del ministro degli Interni, Roberto Maroni, che è intervenuto ad un convegno alla Camera di Commercio in piazza Bovio, intorno alle 11 di stamattina.
CORSO UMBERTO - I manifestanti, una trentina, hanno collocato arance piene di vernice rossa sull'asfalto del Rettifilo, che volevano simboleggiare il sangue degli immigrati che, appunto, raccolgono agrumi per vivere nei campi di Calabria, Puglia e Campania. La polizia ha controllato a distanza la manifestazione, senza intervenire. Il ministro Maroni ha poi raggiunto la Camera di Commercio, in piazza Bovio, ma senza incontrare i manifestanti, attraverso un altro percorso.
«DENUNCE? CONTINUEREMO A MOBILITARCI» - Dopo il sit-in sono scattate le denunce. In tutto sono otto i «no global» denunciati dalla polizia per la protesta al corso Umberto. I giovani sono stati identificati dalla Digos. In una nota, la Rete antirazzista commenta così: «Possiamo solo rispondere che il vero vilipendio alla dignità del nostro paese c'è stato a Rosarno e c'è quotidianamente quando si mettono in atto politiche discriminatorie e razziste come quelle contenute nel pacchetto sicurezza e nella Bossi-Fini». «Ma su quelle arance che arrivano sulle nostre tavole il sangue c'è davvero e il nostro governo non ha fatto niente per impedirlo, anzi, con la criminalizzazione degli immigrati ha posto le premesse a queste situazioni». e annunciano nuove mobilitazioni.
AMATO (PD): DENUNCIATE ANCHE ME - Il consigliere regionale Pd, Antonio Amato, in merito afferma: «Condivido il senso di quello striscione, denunciate anche me».«L’accusa di vilipendio - aggiunge - mi sembra assurda, qui è in gioco il diritto ad esprimere il proprio dissenso. D’altro canto le dichiarazioni di ieri del ministro, con l’annuncio di azioni repressive e di sgombero nel casertano, hanno surriscaldato ulteriormente gli animi».
CGIL: SOLIDARIETA' AI MANIFESTANTI - La Cgil ha espresso solidarietà ai manifestanti. «La solerzia nel denunciare gli otto giovani manifestanti - riferisce in una nota il sindacato - ritenuti colpevoli di frasi offensive nei confronti di una carica istituzionale quale l'onorevole Maroni, è a nostro avviso, un atto deplorevole che mira a tacere il giusto diritto di replica e di critica della società civile di fronte ai continui attacchi xenofobi e ingiuriosi ad opera di una parte della maggioranza nei confronti degli extracomunitari. La Cgil Campania esprime solidarietà nei confronti dei giovani della rete antirazzista e difende il loro diritto al dissenso».
20 gennaio 2010
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2010/20-gennaio-2010/rete-antirazzista-contesta-maroni-1602317081363.shtml
Roderigo
03-02-2010, 01:29
Lavoro SCHIAVO
http://img710.imageshack.us/img710/6528/rosarno19.png
di Antonio Onorati
Non è vero che nelle campagne del sud dove le mafie prendono a fucilate gli immigrati lo stato è assente. Al contrario, è l'imposizione delle politiche agricole che determina la crisi attuale
La rivolta dei braccianti di questi giorni, continua ad essere inquadrata come un problema d'ordine pubblico dovuto all'assenza dello Stato. Ma questo non corrisponde assolutamente a quello che succede. Lo Stato, anzi gli Stati, ci sono e portano tutta intera la responsabilità. Quella - semplice da comprendere - come la costruzione di un quadro giuridico che finisce per facilitare la totale disarticolazione del mercato del lavoro e la sua facile gestione da parte di gruppi criminali. Ma una responsabilità ben più grave è quella che deriva all'Italia ed all'Unione Europea, dall'aver costruito e rafforzato con denari pubblici un modello agricolo ed agro-alimentare che, pretesamene vocato ad affermarsi sul mercato mondiale e lanciato nella competizione globale con l'illusione della sua concorrenzialità, si ritrova ad un passo dalla sua implosione sotto le mazzate delle diverse crisi che si sono accumulate nel tempo recente e, ancora più gravemente, demolito proprio dal suo interno dalle logiche che lo hanno guidato e lo guidano ancora: l'idea, sbagliata, che aranci, clementine, pomodori, zucchine, latte, pesche o mele potessero essere prodotte «con profitto» in modo industriale da un numero sempre più ristretto di aziende agricole, comunque sempre più dipendenti da fattori esterni, siano essi l'energia, i pesticidi o i concimi a monte o l'industria agroalimentare e la GDO a valle. I prezzi a ritroso, imposti prima di tutto agli impoveriti consumatori dalle grandi catene commerciali e via via fino alle aziende agricole (non necessariamente la catena è lunga, non c'è molta differenza dal prezzo pagato dalla GDO e dall'intermediario grossista del paese), che, producendo con un prezzo imposto, possono tagliare l'unico costo che controllano, quello della forza lavoro. E questo vale se nei campi c'è solo il contadino, suo figlio o sua moglie o il bracciante irregolare.
Ecco l'agricoltura italiana: da 1,6 milioni di occupati nel 1992 a 850.000 nel 2009. Tra il 2000 ed il 2007 abbiamo perso il 22% delle aziende agricole, ma solo poco più de 2% della superficie agricola, infatti è aumentato il numero di tutte le aziende con una superficie maggiore di 30 ettari, cioè chi è restato si è ingrandito «per vincere la concorrenza». Sempre nello stesso periodo il reddito lordo standard (una misura estimativa) delle aziende con una superficie superiore a100 ettari è aumentato del 60%. E questo da anche l'idea perché le varie mafie investono soldi in agricoltura, non solo per riciclare o approfittare dei premi comunitari ma anche perché oltre una certa dimensione comunque - se puoi tagliare i costi di produzione, cioè i costi del lavoro - ci si guadagna bene.
La situazione in Calabria, Puglia ma anche nelle piane del Lazio o nelle stalle della Lombardia o del Veneto si ripropone, con livelli d'abuso diversi ma attraverso gli stessi meccanismi, in Andalusia per le fragole (con il «contratación en origen») o in Francia, nelle Bouche du Rhone ( i contratti «OMI»). Meccanismi simili perché simile è il modello agricolo: un'agricoltura industriale risultato di mezzo secolo di politiche pubbliche. Politiche imposte oggi alla Romania, paese membro dell'Unione Europea dove un'agricoltura familiare di piccolissima scala, che è riuscita ad attraversare l'era Ceausescu viene quasi annientata dall'applicazione della PAC provocando l'esodo dalle campagne verso le serre spagnole o di Latina (Mircea Vasilescu, 2006). Politiche imposte ai paesi africani dove l'Unione Europea stessa dice: «Occorre liberalizzare i mercati agricoli sulla base di una liberalizzazione reciproca» (UE, 2007) ma poi mette tutti sull'avviso che ad esempio «L'avvenire delle esportazioni nordafricane di prodotti agricoli è compromesso...». Infatti aumentano le importazioni alimentari dei paesi africani. Quelle dell'Africa francofona in 10 anni sono aumentate di oltre l' 80% ma la quota dell'Africa negli scambi mondiali in venti anni è scesa dal 2% al 1,6% del totale. E giusto per avere un'idea di come funziona: il latte importato costa intorno ai 200 FCFA in Senegal, ma il costo di produzione locale di un litro di latte non scende mai sotto i 400 FCFA. Certo che anche in questi paesi le elite dominanti approfittano della liberalizzazione, ad esempio in Tunisia il 2% delle aziende agricole controlla più del 60% delle terre coltivate e fertili. In Marocco in 20 anni il numero totale delle aziende agricole è diminuito del 22% ma nello stesso periodo il numero delle grandi aziende è aumentato del 10% circa. E la Banca Mondiale stessa, all'origine dei duri processi di liberalizzazione e industrializzazione delle agricolture , deve riconoscere «L'agricoltura contadina, di autoconsumo ed approvvigionamento del commercio di prossimità saranno toccati duramente della rottura del tessuto sociale e delle attività economiche degli spazi rurali dove loro completano sia il reddito necessario alla famiglia che i ciclo produttivo...» (Banque Mondiale, 2002). Saranno questi deportati economici a finire nei campi di pomodori e clementine, nelle serre dove si coltivano fragole ed insalata senza terra, con le flebo di chimica.
In questi paesi le politiche pubbliche imposte nell'ultimo quarto di secolo hanno prodotto il crescente processo di privatizzazione della terra e la difficoltà di mantenerne il controllo da parte dei piccoli contadini, la predazione delle risorse naturali fondamentali per l'agricoltura (acqua, foreste, fertilità, biodiversità,), taglio egli investimenti pubblici per l'agricoltura familiare e smantellamento delle protezioni del mercato interno agroalimentare, riduzione delle rese e della produzione agricole, distruzione dell'economia rurale con esodo e rottura del tessuto sociale del paese stesso, conquista del mercato interno alimentare da parte della GDO multinazionale ed il conseguente crollo dei redditi familiari rurali. Quindi siamo di fronte ad un problema globale e nazionale di politica agricola ed alimentare di cui gli Stati portano tutta intera la responsabilità. Da parte loro le organizzazioni agricole, come il Cordinamento Europeo della Via Campesina (CEVC), chiedono che la «Unione europea garantisca il rispetto da parte degli Stati delle condizioni di lavoro della manodopera agricola, in particolare stagionale, anche negando agli Stati che non rispettano gli obblighi minimi in materia di lavoro salariato stagionale agricolo i fondi di supporto all'agricoltura».
La mobilitazione e la solidarietà continua. Prossimo appuntamento del Coordinamento Europeo della Via Campesina a Torino dal 29 al 31 gennaio, un incontro di lavoro, facilitato da Associazione Rurale Italiana, per licenziare la piattaforma europea sul lavoro schiavo in agricoltura.
il manifesto 24 gennaio 2010
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Roderigo
06-02-2010, 23:39
Le colpe rovesciate
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di Enrico Pugliese
Mi capita di ascoltare le dichiarazioni del presidente del consiglio «meno immigrati meno criminalità» mentre sono in viaggio per un convegno dal titolo «Quando toccava a noi: a proposito dei fatti di Rosarno». Occasione: la presentazione di un libro, «Morte agli italiani!», sul massacro di Aigues-Mortes. Nel corso del dibattito mi risultano sempre più chiare ed evidenti le analogie tra quello che è successo a Rosarno e quello che è successo a Aigues-Mortes, in Provenza, un centinaio di anni addietro quando dieci italiani (settanta o ottanta nella vulgata storica) vennero uccisi in un pogrom.
Ci sono anche differenze. Ad Aigues-Mortes c'è stato un vero e proprio massacro che per fortuna a Rosarno non è accaduto. Ma se guardiamo le parti in causa e il ruolo giocato da gruppi sociali e istituzioni, le analogie sono incredibili. A Aigues-Mortes come a Rosarno le condizioni in cui vivono gli immigrati sono di assoluta miseria e invivibilità. In ambedue i casi il livello di sfruttamento dei migranti è enorme e, non a caso, in ambedue i casi ci sono i caporali. Un'altra cosa che colpisce sono i commenti delle rappresentanze istituzionali, anche qui con analogie e differenze.
Di queste la più rilevante è che noi abbiamo un governo di destra mentre il governo repubblicano francese del 1893 è progressista. Ma a fare la parte di Berlusconi ci pensa l'equivalente della nostra Lega, che non a caso si chiama Ligue des Patriotes. Inoltre gli italiani vengono rappresentati dalla stampa e dall'opinione pubblica come sono rappresentati ora gli immigrati di Rosarno. Vengono considerati degli attaccabrighe, persone che tolgono il pane di bocca ai lavoratori francesi. Così come Berlusconi oggi invita a considerare gli immigrati dei criminali potenziali o effettivi seguendo la strategia di Maroni: rovesciare causa ed effetto e imputare agli immigrati la responsabilità della condizioni in cui si trovano e di cui sono vittime.
Un altro aspetto che colpisce nella storia di Aigues Mortes è l'andamento del processo: gli italiani massacrati diventano gli imputati, tant'è che i giornali parleranno del processo come dell' "affaire Giordano", dal nome di un italiano che partecipò ai primi scontri. Non solo la stampa ma anche l'autorità giudiziaria dimenticano completamente il ruolo dei sobillatori che determinarono il massacro. Ma le analogie sono anche nei piccoli particolari. A Rosarno, dove ha brillato per la sua assenza anche la sinistra, abbiamo ora una presenza coraggiosa rappresentata dal parroco, che riesce a mettersi contro i manifestanti anti-immigrati.
Ad Aigues-Mortes un secolo prima si era verificata la stessa cosa.
Morale della favola: capita ai nostri immigrati quello che è capitato a noi cento anni prima. La lezione che si può ricavare è che l'aver sofferto ieri come emigranti non ci aiuta ad avere solidarietà per gli immigrati di oggi. Questo è possibile solo nella misura in cui i fenomeni vengono riletti, elaborati e riproposti in una interpretazione progressista dalle istituzioni. I governanti dovrebbero lanciare messaggi sdrammatizzanti e di solidarietà. L'opposto di quello che ha fatto Berlusconi ieri.
il manifesto 29 gennaio 2010
http://www.ilmanifesto.it
Roderigo
07-02-2010, 18:41
A Rosarno, la storia di Valarioti ucciso trent'anni fa
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di Danilo Chirico, Alessio Magro
Il Pci vinse le elezioni e le 'ndrine sconfitte si vendicarono uccidendo il segretario della locale sezione, appena due giorni dopo il voto. Con lui, due passi indietro, c'era Peppino Lavorato, ancora oggi memoria storica della sinistra nella Piana di Gioia Tauro
Aveva trent'anni e trent'anni fa è stato ammazzato. Due colpi di lupara per soffocare la speranza. È stata la 'ndrangheta a uccidere Giuseppe Valarioti, l'11 giugno del 1980. La vittoria del Pci alle elezioni era la sconfitta delle 'ndrine. Ecco che i capobastone della Piana hanno alzato il tiro sul segretario della sezione comunista di Rosarno.
Se non siamo noi, chi lo fa?
Di famiglia contadina, Peppe Valarioti è cresciuto tra i libri e il lavoro in campagna. Gli piaceva studiare, coltivare i suoi interessi culturali. Laureato in Lettere classiche a Messina, è rimasto presto folgorato dal fascino di Medma, l'antica Rosarno magnogreca. Gli scavi, gli scritti, le ricerche, il confronto intellettuale. Una grande passione, che presto passa in secondo piano. La Piana è terra di disoccupazione giovanile, di grandi speculazioni, di emigrazione, di 'ndrangheta e affari sporchi. «Questo schifo è anche colpa nostra. E se non siamo noi a batterci chi lo fa?» diceva sempre agli amici. Ecco che Valarioti decide di scendere in campo, con il Pci. Peppe riesce a parlare ai giovani, in un paio di anni prenderà in mano il partito e lo rinnoverà con grande energia.
La rivincita
La tornata elettorale dell'8 e 9 giugno 1980 è decisiva. Nel 79 il Pci ha perso alle amministrative, a vantaggio del Psi, che governerà con la Dc. «Estorsione mafiosa del voto» la chiama Peppino Lavorato, padre politico di Valarioti e icona dell'antimafia sulla Piana. Le cosche hanno imposto i loro candidati. La strategia del Pci muta: attaccare i capi e parlare alle famiglie dei giovani. Perché per loro una speranza c'è ancora. Sfondano i comunisti a quelle elezioni del 1980 per il rinnovo dei consigli regionale e provinciale. Sfondano nonostante la 'ndrangheta metta in campo tutto quello che ha. Addirittura, fuori dai seggi si vede don Peppe Pesce in persona, in permesso dal soggiorno obbligato - prolungato ad arte per settimane - per la morte della madre.
L'ultimo giorno
Nel primo pomeriggio del 10 giugno, Lavorato è ancora in pigiama quando accoglie Valarioti. Un caffè, poi subito a lavoro. I primi risultati si conoscono verso le 4. È un successo: Lavorato è riconfermato consigliere provinciale, Fausto Bubba andrà in consiglio regionale. In sezione l'euforia è alle stelle. Di fronte c'è la sede del Psi, i volti sono scuri. Sembra restare fuori (ce la farà con i resti) il candidato del Psi Mario Battaglini. Una soddisfazione in più. Spontaneamente un gruppone di 40 comunisti parte per un corteo spontaneo verso il quartiere Corea - un nomignolo dispregiativo - che è riserva di voti del Pci ma anche il feudo della famiglia Pesce. Urla, canti, pugni chiusi, poi a pochi passi dalla casa del don 'ndranghetista, Lavorato e Bubba intimano l'alt, per evitare le provocazioni. Qualche frizione è inevitabile, esplode un battibecco con una donna del casato rosarnese: «Arrivano i porci». Nessuno ci fa caso, in quel momento. La festa continua. E arriva l'idea della cena: «Compagni ce la meritiamo» dice Valarioti. Qualcuno ascolta attento i discorsi dei comunisti, appoggiato alle pareti del bar di fronte.
La cena
Al ristorante La Pergola, sulla strada per Nicotera, è tutto pronto per accogliere i vincitori. Si mangia tanto e si innaffia tutto col vino buono. Si sprecano gli evviva e le storie divertenti. «Compagni abbiamo vinto», enfatizza Peppino Lavorato alzando il suo bicchiere. Poco dopo la mezzanotte pagano il conto. Valarioti esce dal ristorante per primo, due passi indietro c'è Lavorato. Peppe non fa in tempo ad aprire lo sportello, due fucilate cariche di vendetta lo investono in pieno. Sanguina e si lamenta la speranza della Piana. «Aiuto cumpagni, mi spararu». Quel sangue caldo Lavorato ce l'ha ancora sulle mani, sulla faccia, sui vestiti. Lo ha tenuto stretto durante il viaggio disperato verso l'ospedale di Rosarno. Ma non c'era più nulla da fare. Resta quell'ultimo sguardo che è una promessa, «non ci fermeremo».
La campagna elettorale del 1980
In quel 1980 i manifesti del Pci non li strappavano né li coprivano. Li capovolgevano. Non è la stessa cosa, affatto. Vuol dire: ti colpisco quando voglio. Ma i comunisti quella campagna la vivono da protagonisti. Due, tre, quattro, cinque comizi volanti ogni sera. Fa nomi e cognomi Peppino Lavorato. La tensione sale, la situazione precipita. I mafiosi non stanno a guardare. E in una notte di fuoco mandano in fumo l'auto di Lavorato e provano a incendiare la sezione comunista. «Se qualcuno pensa di intimidirci si sbaglia di grosso, i comunisti non si piegheranno mai». Peppe Valarioti lo dice con aria seria, aprendo quel 25 maggio il comizio in piazza dopo quell'affronto. Quello stesso giorno arriva in paese tutta la 'ndrangheta della Piana: è morta la madre di don Peppe Pesce.
Il Pci sotto tiro
La forza morale del Pci è immensa. E risiede in un semplice principio: mai cedere alla 'ndrangheta, mai tollerare la corruzione. Un principio praticato con determinazione, in quegli anni. Come tutte le grandi organizzazioni, spesso qualcosa sfugge. Ma l'intransigenza si manifesta nel colpire le mele marce: chi sbaglia non ha una seconda possibilità. Un'intransigenza che costa cara: come in Sicilia, anche in Calabria è il Pci a pagare un tributo di sangue nella lotta alla mafia. A Cittanova i giovani del Pci s'erano fatti carico del rinnovamento dopo l'omicidio del loro compagno Ciccio Vinci nel '76, a Gioiosa il sindaco Ciccio Modafferi insieme a tanti altri aveva difeso il paese e la memoria di Rocco Gatto, mugnaio assassinato per le sue denunce nel '77. Poi una nuova offensiva: l'omicidio di Valarioti e quello dell'assessore di Cetraro, in provincia di Cosenza, Giannino Losardo appena 10 giorni dopo. C'è un vero e proprio accerchiamento, partono anche le campagne di denigrazione («La morte di Valarioti? Questione di donne»). I funerali di Valarioti e Losardo sono grandi momenti di democrazia. A Cetraro arriva anche Enrico Berlinguer e annuncia che il partito non si sottrae alla battaglia.
Il comizio di Ingrao
È passato un mese dalla morte di Peppe. A Rosarno gli hanno già dedicato una piazza. È la sua piazza ed è già stracolma di gente quando arriva Pietro Ingrao. Sul palco un vecchio stanco aspetta il partigiano dei comunisti. È Pasquale Gatto, il padre di Rocco, giunto da Gioiosa per onorare la memoria di quell'altra vittima dell'anti-'ndrangheta. Tra la folla ci sono anche gli amici di Ciccio Vinci. L'emozione è alle stelle. Le storie della meglio gioventù calabrese si incrociano. E incrociano le delegazioni del Pci giunte da tutt'Italia. Sullo sfondo del palco giganteggia una litografia che raffigura Valarioti e riporta la sua frase epitaffio: «I comunisti non si piegheranno mai».
Il concetto di Ingrao è semplice: se hanno colpito noi possono colpire chiunque. La campana suona per tutti. Ma con una certezza: «Ci hanno ammazzato anche Antonio Gramsci! Ma noi siamo rispuntati più forti». Un lungo, commosso applauso. Il cammino dei rosarnesi riprende lungo le strade d'Italia, attraverso le feste dell'Unità che accolgono le parole commosse di Peppino Lavorato e sostengono una campagna di raccolta fondi. Rosarno deve avere una nuova Casa del popolo, e l'avrà. Intitolata a Valarioti.
Il presidio della libertà
Quando cala la tensione, i comunisti restano pochi, ma tengono aperta la sezione. Ogni giorno, per anni. Per dire che il Pci non è morto. Peppino, Rafele Cunsolo che è il nuovo segretario, Ninì, Peppe, gli altri sono lì a fare quadrato mentre in paese la gente ha paura e li evita come appestati. Da Roma arriva la chiamata: Peppino Lavorato diventa deputato. Gli anni volano e, dopo un mandato passato a battagliare a Montecitorio per la sua terra, torna a Rosarno. La nuova legge per l'elezione diretta dei sindaci è l'occasione giusta. Si candida, i rosarnesi lo premiamo per due volte consecutive. È una stagione di cambiamenti, in un contesto maledettamente difficile. E' tempo di beni confiscati e manifestazioni, di minacce e proiettili contro il Comune, della costituzione di parte civile di un comune contro le cosche in un processo civile (primo caso in Italia). È la stagione dell'accoglienza dei migranti, che ormai arrivano a centinaia sulla Piana. Una stagione troppo breve. Ma un seme, quello della "Calabria contro", che viene da lontano e che bisogna coltivare con passione e grande attenzione.
Il processo
Due sono le piste battute al processo Valarioti, in parte sovrapposte: quella della Cooperativa Rinascita (il consorzio di agrumicoltori guidato dal Pci) e quella della campagna elettorale dell'80. Nel mirino la cosca Pesce, a partire dal patriarca don Peppino. Valarioti, già nel gennaio dell'80, aveva contestato la gestione della coop (guidata dal cugino Antonio), imponendo una verifica sul meccanismo dei contributi pubblici. Secondo l'accusa (il pm Giuseppe Tuccio), la cosca Pesce imponeva bollette di pesatura gonfiate ed era riuscita a infiltrare la Rinascita. Ma è la tesissima campagna elettorale dell'80 a creare le premesse del primo omicidio politico-mafioso in Calabria. Valarioti continuava a sfidare le cosche. E la sua linea aveva vinto, e convinto. Serviva un segnale forte. Eclatante. Lo aspettano all'uscita dal ristorante quella notte dell'11 giugno, dopo la cena di festeggiamento per la vittoria alle elezioni, quando era insieme agli altri dirigenti del Pci. Colpirne uno per educarli tutti.
Pesce è stato assolto per insufficienza di prove dalla Corte d'assise di Palmi il 17 luglio 1982. Poi il silenzio. Fino al colpo di scena del dicembre del 1983, quando a parlare è Pino Scriva. Il "re delle evasioni", famigerato 'ndranghetista di San Ferdinando, è il primo grande (e non unico) pentito della 'ndrangheta. Secondo Scriva, dietro l'omicidio Valarioti ci sarebbe la decisione della cupola della Piana. Le rivelazioni di Scriva hanno portato ad ergastoli e centinaia di anni di carcere. Eppure l'inchiesta-bis sull'omicidio Valarioti nel 1987 si è conclusa con un buco nell'acqua. Nel 1990, la Corte d'assise d'appello lascia il delitto avvolto nel mistero.
Un paese imploso
Come nella Tebe di Laio, Giocasta ed Edipo, il sangue versato è una maledizione che si abbatte sull'intera comunità. L'unica soluzione è esiliare i colpevoli. Ma ciò a Rosarno non è avvenuto, non ancora. È una metafora che spiega l'origine di quella Rosarno che tutti abbiamo visto nelle immagini della "caccia al negro". Il paese del grande movimento contadino del dopoguerra ridotto al silenzio, nelle mani della 'ndrangheta. Che il delitto del dirigente comunista, ancora impunito, sia all'origine di questa implosione? Quel che è certo è che questo Paese non ha saputo garantire giustizia neppure a un giovane e trasparente eroe dell'anti-ndrangheta come Peppe Valarioti. È da qui che bisogna ripartire. Con la memoria e l'impegno.
il manifesto 7 febbraio 2010
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kalandar
11-02-2010, 00:34
«Così diventiamo come l'Alabama degli anni '20»
Jean Léonard Touadi intervistato da Alen Custovic
«In Italia stiamo assistendo, sin dagli anni Novanta, ad una vera e propria costruzione sociale del nemico. Il risultato è che nel tempo si sedimentano negli immaginari e nelle mappe simboliche quotidiane alcuni riflessi, alcune parole d’ordine che contribuiscono, oltre all’instabilità sociale, all’imprenditoria della paura». Jean Léonard Touadi, congolese di nascita e italiano d’adozione, docente universitario e deputato nelle fila del Partito Democratico, commenta per Resetdoc la “caccia al nero” verificatasi a Rosarno, in Calabria, a inizio gennaio.
Cosa rivelano i fatti di Rosarno?
Non appena ho visto le tragiche immagini di Rosarno, ho preso il primo aereo e mi sono recato nella cittadina. Quello che ho trovato sono gli stessi ingredienti che ho visto a Castel Volturno, lo stesso mix pericoloso fatto di criminalità organizzata, lavoro nero ed estremo disagio. Personalmente sono un conoscitore della storia dei neri degli Stati Uniti e quello che ho visto accadere nella cittadina calabrese assomiglia a quanto succedeva oltreoceano nell’Alabama degli anni Venti del secolo scorso, ma mai mi sarei aspettato che accadesse nell’Italia del 2010.
I fatti raccontano anche di come gli immigrati, soprattutto africani, armati di spranghe e bastoni, abbiano attraversato la cittadina facendo distruzione e creando caos. Perché tanta rabbia?
Sono stato il primo a diffondere un appello contro la violenza, cercando di far capire che sebbene possano avere mille ragioni dalla loro parte, la violenza fa sì che esse, abilmente manovrate dalle varie strumentazioni, possano diventare torti. Ai ragazzi ho cercato di far capire che la storia del popolo nero, dagli Stati Uniti al Sud Africa, insegna che i migliori risultati sono stati ottenuti dalla non violenza.
A cosa contribuiscono parole come “troppa tolleranza” o “bombe innescate” pronunciate da esponenti di spicco della politica?
Quel giorno mi sono sentito di rispondere da cittadino, prima ancora che da politico. Ecco perché sono rimasto esterrefatto dalla strategia elettorale usata anche su un episodio complesso e delicato come questo. Una cattiva politica spesso si avvale di meccanismi aggressivi in cui si calcano le differenze. In effetti in Italia stiamo assistendo, sin dagli anni Novanta, ad una vera e propria costruzione sociale del nemico, e i mass media ovviamente hanno fomentato il tutto. Il risultato è che nel tempo si sedimentano negli immaginari e nelle mappe simboliche quotidiane alcuni riflessi, alcune parole d’ordine che contribuiscono, oltre all’instabilità sociale, all’imprenditoria della paura.
E’ davvero accaduto tutto così inaspettatamente a Rosarno?
Di tutta questa vicenda bisogna ricordarsi anche che Rosarno era già un comune commissariato, evidentemente perché preesistevano problemi seri. La legge prevede che il commissario prefettizio invii una relazione trimestrale al Viminale. Mi chiedo, dov’è questa relazione? Cosa conteneva? Possibile che certi problemi non fossero mai emersi?
Che idea si è fatto del ruolo della 'ndrangheta nelle proteste?
Per esperienza e da quanto ho avuto modo di capire andando a Rosarno, anche da interlocutori autorevoli quali l’associazione Libera, in quelle zone non capita mai nulla di importante se a permetterlo non sono i capi clan. Ancora mi chiedo infatti chi sono i misteriosi due individui che hanno dato inizio alla degenerazione. Una pista che, se perseguita, potrebbe portare a sviluppi molto interessanti. Davanti a minacce e pericoli concreti, molti immigrati se ne sono andati via perché non si sentivano più sicuri.
Quindi la ‘ndrangheta c’entra?
Un dato interessante che ho sperimentato di persona è stato vedere individui impugnare bastoni, spranghe e persino asce e agitarle contro gli immigrati, dai quali per fortuna li separava il cordone di polizia, e quelle stesse persone partecipare alla successiva manifestazione antirazzista. Un’altra considerazione interessante alla quale sono giunti due giornali per molti aspetti divergenti come Libero e l’Unità, è che sembra una strana coincidenza che una degenerazione del genere coincida con l’entrata in vigore dei nuovi rimborsi europei che non si concedono più in base ai frutti effettivamente raccolti ma in base agli ettari di terreno formalmente coltivati. In altre parole, pare che a un certo punto la manodopera fino a ieri fondamentale non serviva più. Sembra anche una strana coincidenza la bomba al palazzo di giustizia di Reggio Calabria.
Cosa c’entra in tutto questo il modo di gestire l’immigrazione?
Molti degli immigrati che ho incontrato a Rosarno sono stati a lavorare in Puglia, in Campania ma anche a Brescia. Questo significa che c’è un vero e proprio “esercito” di lavoro nero che si sposta in lungo e in largo per l’Italia. Un altro dei problemi seri è la mancanza di strumenti flessibili di gestione del lavoro stagionale. In questo ovviamente c’entra la cosiddetta legge Bossi-Fini che, sebbene diceva di voler combattere l’illegalità, di fatto l’ha fomentata.
Cosa c’entra in tutto questo il razzismo?
Certamente in quello che è successo a Rosarno c’è una forte componente razzista. Nel circuito delle televisioni internazionali è passato chiaramente il messaggio della “caccia al nero” che si è consumata in Italia. Quello che spesso si dimentica è che eventi del genere non vanno sottovalutati. La verità è che ci piace raccontarci quello che vogliamo sentire, come ad esempio che il nostro colonialismo era buono mentre poi abbiamo scoperto che usavamo i gas sull’Etiopia; abbiamo la memoria corta e dimentichiamo che siamo stati noi ad approvare le leggi razziali nel 1938. Stiamo diventando sempre più una società impaurita ma anche incattivita.
“Gli immigrati vanno rispettati in quanto esseri umani”, ha detto papa Benedetto XVI. Che significato ha il rispetto riferito agli immigrati?
Molto importante è l’indirizzo che la politica imprime nella società. In Parlamento si parla tanto di difesa della vita, embrionale e morente, ma la vita di mezzo chi la protegge? Coloro che votano a difesa dell’embrione in quanto vita sono gli stessi che creano leggi che poi rovinano le esistenze di persone viventi. La politica stessa manca di coerenza.
E adesso, chi raccoglierà le arance?
Torneranno, gli immigrati torneranno. Non c’è alternativa. Interpellando gli addetti ai lavori si capisce che i rosarnesi, sebbene la disoccupazione si aggiri attorno al 18%, non sono disposti a lavori di quel tipo.
9 Feb 2010
http://www.resetdoc.org/IT/Touadi-intervista-razzismo.php
Roderigo
27-02-2010, 13:45
CALABRIA INFELIX, 20 ANNI DI VIOLENZE E DI ACCOGLIENZA
Morti di ROSARNO
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Le aggressioni dei neri iniziano nel 1990, due anni più tardi due algerini vengono ammazzati a fucilate. Una storia di contraddizioni che nasce da lontano, dimenticata da tutti. Il coraggio della denuncia dei migranti e l'accoglienza vera del sindaco Peppino Lavorato. Fino al black out
di Alessio Magro
Storie di violenze e di accoglienza, storie di razzismo mafioso da ku klux clan e di integrazione lungimirante, storie di contraddizioni dentro il popolo e di coraggiose scelte istituzionali. A Rosarno la caccia ai neri africani è partita che sono venti anni. Un bilancio che è un bollettino di guerra, con diversi morti e decine di feriti. Episodi gravissimi, che ritornano faticosamente alla narcotizzata memoria calabrese, come la strage dell'11 febbraio del '92, con due algerini uccisi a colpi di pistola nelle campagne della Piana. E quella del febbraio del '94, con un ivoriano cadavere e due feriti gravi. Il corpo di un altro africano è stato trovato in decomposizione due anni dopo. E chissà quanti altri morti mai ritrovati, quanti giovani dispersi che nessuno cerca. Una guerra, da sempre legata al racket dello sfruttamento delle braccia, che ha nelle rivolte del 2009 e del 2010 due momenti intensi di una lunga e ventennale spirale di violenza. Morti dimenticati. Colpevolmente.
Il doppio volto di Rosarno
È terra di profondissime contraddizioni quella della Piana di Gioia Tauro. Regno di 'ndrine feroci, ma anche teatro di grandi battaglie civili. Per anni le cosche hanno terrorizzato i braccianti stranieri per schiavizzarli. Lo raccontano le cronache impolverate e rimosse da tutti. Ma Rosarno è anche altro: dai primissimi anni 90 le associazioni del volontariato laico e cattolico si sono impegnate per aiutare gli immigrati sbarcati sulla Piana. Ad ogni episodio di violenza è seguita una reazione della società civile. E Rosarno è anche tra i primissimi paesi calabresi ad avere progettato l'accoglienza con politiche di sostegno ai migranti, già nel '95, grazie al tenace e combattivo sindaco comunista Peppino Lavorato. Per ben nove anni la 'ndrangheta è stata arginata dalle due giunte di sinistra, col contributo del mondo del volontariato. Il riconoscimento politico, la mensa, gli aiuti, l'assistenza, il possibile, le richieste di finanziamenti a Regione e governo, una generale attenzione al mondo dei braccianti immigrati ha contraddistinto il periodo a cavallo tra gli anni '90 e il nuovo millennio. Un'attenzione che è mancata negli anni successivi, quando la questione migranti è diventata sempre più un'emergenza ciclica. Fino alle ultime due rivolte, forse non casualmente scoppiate con l'amministrazione in mano a un commissario prefettizio.
Nel 1990 inizia il tiro a bersaglio
Che ci sia la 'ndrangheta dietro la schiavitù degli africani nelle campagne calabresi è cosa risaputa da decenni. Una strategia terroristica, per piegare i lavoratori stranieri alle condizioni disumane di sfruttamento nei campi, con minacce, botte, azioni squadristiche, e fucilate. Come e peggio che nel gennaio del 2010. Nessuno ricorda i primi attentati ai danni dei migranti nel rosarnese, a partire dal 1990. Nella zona arrivano le prime comunità di braccianti stagionali, in prevalenza magrebini. La gente li accoglie, riescono a trovare delle sistemazioni dignitose, ma c'è chi preferisce il piombo. La sera del 10 settembre '90 a subire una gambizzazione a colpi di pistola è il giovane 28enne Mohamed El Sadki. Stessa sorte tocca un anno dopo, il 23 dicembre del '91, all'algerino 24enne Mohammed Zerivi. Il 27 gennaio del '92 i due giovani algerini Malit Abykzinh, di 24 anni, e Boumtl Rabah, di 27 anni, trovano sulla porta di casa un gruppo di ladri intenti a forzare la porta dell'appartamento con una sbarra di ferro. Sorpresi dagli africani, i malviventi reagiscono sparando: il più giovane finisce in ospedale con ferite gravissime all'addome, l'altro con una mano trapassata dai proiettili. È solo uno dei tanti episodi che si verificano in quel periodo, di cui è rimasta traccia per gli sviluppi imprevisti dell'azione. Decine e decine di atti di violenza sono però passati sotto silenzio. Ma perché quei furti in case poverissime? Perché quelle sparatorie? A volte si tratta di rapine, a volte di intimidazioni, a volte di puro razzismo. Colpire i neri diventa quasi un rito di iniziazione per i giovani aspiranti 'ndranghetisti della Piana. C'è solo una regola: i neri devono subire in silenzio.
A fine gennaio l'arresto di un giovane del paese per le rapine agli africani fa salire la tensione. Sono di nuovo gli algerini il bersaglio del piombo. Tre di loro vengono avvicinati nella notte dell'11 febbraio nelle strade di Rosarno. Un uomo propone loro un lavoro in campagna e li fa salire in auto. È una trappola. Giunti in una zona isolata lungo la strada per Laureana di Borrello, scatta l'agguato a pistolettate. Due restano cadaveri - si tratta dei ventenni Abdelgani Abid e Sari Mabini - il terzo, il giovane 19enne Murad Misichesh, riesce a fuggire nonostante le ferite al collo. Qualcosa scatta in città, si commemorano i morti, la gente è sgomenta e lo fa sentire. Ma il ricordo di quei giorni non lascia traccia. È lunga la scia di sangue migrante sulla Piana. Il 18 febbraio del '94 tocca al 41enne ivoriano Mourou Kouakau Sinan, vittima di una sparatoria insieme a Bama Moussa, di 29 anni, ed Homade Sare, di 31, entrambi con passaporto del Burkina Faso. Il primo resta cadavere, colpito da una fucilata in pieno petto, gli altri due feriti lievemente. L'agguato è portato a termine di fronte a un casolare diroccato nelle campagne di Rosarno.
La primavera in Comune
È nel 94 che Lavorato prende in mano Rosarno. Il popolo lo elegge, ed è una scelta contro le cosche. Perché Lavorato viene dal Pci, è da sempre in prima linea contro la 'ndrangheta. Negli anni 70, con le grandi battaglie del movimento antimafia calabrese. Nell'infuocata campagna elettorale del giugno 1980, che si è conclusa con l'uccisione del segretario comunista di Rosarno Giuseppe Valarioti dopo una netta affermazione alle elezioni. Lavorato ha sempre continuato a contrastare le 'ndrine, anche quando in paese nessuno gli rivolgeva apertamente la parola. Ha continuato a farlo dai banchi del Parlamento, con grande forza. È il novembre del '94. Ad avere paura sono le cosche, che approfittando della notte di Capodanno lanciano una clamorosa offensiva in stile colombiano: colpi di fucile mitragliatore contro i palazzi delle istituzioni, dal Comune alle scuole pubbliche. Una legislatura che inizia col botto. Non è la prima minaccia, e non sarà l'ultima.
La Festa dei popoli
La realtà è delle più difficili, inutile negarlo. Eppure quella presenza istituzionale ha rappresentato un sicuro riferimento. Lo è stato di certo per i primi migranti, arrivati sulla Piana di Gioia Tauro per sostituirsi alle braccia calabresi negli aranceti, una presenza via via sempre più sistematica e numerosa. Ci sono le violenze dei gruppi di giovani criminali, ma non mancano i segnali di apertura e di accoglienza. Come la Festa dell'amicizia e della solidarietà tra i popoli che per nove anni ha visto rosarnesi e africani insieme in piazza nel giorno dell'Epifania. È nata per caso. Quel 6 gennaio del '95 la voglia di reagire all'aggressione mafiosa è forte. Il Comune ha allestito in piazza Valarioti una distribuzione di pasti caldi per gli immigrati, insieme ad alcune associazioni. L'allegria si diffonde contagiosa, i braccianti bianchi e neri iniziano a danzare, e ballano pure suore e assessori. Di anno in anno, l'Epifania è stata a Rosarno la festa dei popoli, con canti e balli, vino e le tradizionali zeppole preparate dalle casalinghe del paese. Una bella festa. Un segnale di accoglienza che ha riempito i cuori degli immigrati.
Eppure le violenze sistematiche proseguono. E si conta un altro morto: nell'ottobre del '96 un africano di età compresa tra i 25 e i 30 anni viene ritrovato nelle campagne di Laureana di Borrello, in avanzato stato di decomposizione. Impossibile scoprirne l'identità: nessuno lo cerca, nessuno si fa vivo. Era un fantasma, lo è anche da morto. Un'altra probabile vittima dello sfruttamento mafioso nelle campagne della Piana. I migranti sono sempre di più, la loro condizione peggiora. Rosarno continua a mostrare agli africani il suo doppio volto, quello dell'accoglienza e quello della brutalità. In una spedizione punitiva, tre marocchini vengono feriti a sprangate nel gennaio del '97.
La lettera dei migranti
In un clima simile, le dimostrazioni di vicinanza delle istituzioni sono importanti per i braccianti stranieri, come raccontano essi stessi per bocca del rappresentante della comunità musulmana Sidy Diakhate, autore di una lettera di ringraziamento inviata l'11 febbraio del '97 al sindaco. Gli immigrati rendono omaggio per la concessione del campo da tennis durante i festeggiamenti religiosi. «Rosarno è una città di emigranti - diceva Lavorato - e non può non rispondere con l'accoglienza e la solidarietà alla richiesta di aiuto dei tanti stranieri che vengono qui a cercare lavoro». Eppure non tutti la pensano così, anche a sinistra. «Voci contrarie ce n'erano anche dalla nostra parte - racconta Lavorato - perché i braccianti di un tempo, i compagni di mille battaglie per i diritti, rifiutavano il rapporto con gli immigrati. Contraddizioni dentro il popolo, si diceva una volta».
Contraddizioni, ma anche la xenofobia e il razzismo violento dei gruppi criminali. Lo raccontano gli stessi migranti nella lettera del 12 novembre del '99 diretta al sindaco, ormai alla sua seconda legislatura. Gli africani scrivono per dire basta alla «violenza senza precedenti», vere e proprie «congiure razziste» messe in atto «24 ore su 24 anche durante il riposo notturno» da «ragazzini minorenni che ci sputano in faccia, brigate clandestine in moto scooter, aggressioni di violenza inimmaginabile e di ogni tipo». Culminate nell'ennesima sparatoria: il 9 novembre del '99 il bilancio è di tre feriti. Non tutti i rosarnesi sono razzisti e mafiosi, ma tutti i mafiosi rosarnesi sono razzisti. E violenti. Il tiro a segno sul nero è quasi un'esercitazione per la manovalanza criminale. La «caccia al marocchino» (tutti i neri sono marocchini per i calabresi) è uno sport. Li aspettano sulla via Nazionale, un lungo serpentone senza marciapiedi, e li prendono a sportellate o a randellate passando in moto. Li aggrediscono nei ricoveri notturni, le prime bidonville calabresi. Perché il clima di terrore creato attorno ai migranti li emargina, costringendoli a fare una vita da fantasmi. Si rinchiudono nelle fabbriche abbandonate, occupano i casolari di campagna ormai inutilizzati, dormono nei cartoni all'addiaccio.
L'appello e la risposta del Comune
Con quella lettera al sindaco, gli africani lanciano un appello alla mobilitazione in loro aiuto. Non resta inascoltato: il 15 novembre '99 il consiglio comunale adotta un ordine del giorno all'unanimità sul clima di violenza ai danni dei lavoratori africani. Già allora era chiaro il motivo dell'escalation: «La situazione già tanto insostenibile - si legge nel documento - può aggravarsi per la tensione che pervade gli agrumicoltori, che non hanno ancora riscosso i crediti delle annate precedenti». Più si avvicina la crisi, maggiore è la sofferenza di liquidità e sempre più violente sono le violenze razziste. Il consiglio vara poi un pacchetto di iniziative pro-migranti, dalla costituzione di un gruppo di contatto ai corsi di lingue per stranieri e all'avvio di una mensa. Fino a una grande manifestazione sul tema dell'immigrazione. In città arriverà don Luigi Ciotti, l'auditorium si riempirà di migranti e rosarnesi.
Contraddizioni dentro il popolo
È il 13 dicembre del '99. È già legge la Turco-Napolitano, presto arriverà la Bossi-Fini. A Rosarno e un po' ovunque nelle campagne italiane i migranti arrivano da ogni dove, soprattutto dall'Africa nera. Intanto tra i rosarnesi si diffonde una pratica già in auge da decenni, quella del falso bracciantato: ci si pagano i contributi per il minimo di giornate richieste per ottenere il sussidio annuale. Diventeranno oltre 1600 i braccianti in paese, su 15mila residenti ufficiali e 11mila effettivi, ma negli agrumeti si vedranno sono volti neri. Contraddizioni dentro il popolo. L'agrumicoltura all'inizio del terzo millennio è ancora redditizia. I circa duemila piccoli proprietari terrieri godono di una cospicua rendita. Ma c'è chi guadagna miliardi con le sistematiche truffe all'Ue: le famigerate arance di carta che generano miliardi su miliardi a finanziare l'economia e l'assistenzialismo mafiosi. Tutti guadagnano, gli africani vivono nelle baracche, nel silenzio generale. E di sindacalisti e ispettori del lavoro non se ne vede mai uno. Potenza della 'ndrangheta. Solo qualche volontario, la chiesa e pochi altri si occupano di loro.
Nel 2003 finisce l'era del sindaco antimafia. Il centrosinistra perde il potere a Rosarno. Si susseguono liste civiche al governo cittadino, scandali, arresti, dimissioni, scioglimenti per infiltrazioni mafiose. Mentre la questione migranti s'ingigantisce sempre più. Dormono ormai in duemila nella cartiera costruita coi soldi della 488 e poi abbandonata, simbolo dello spreco e dello sfruttamento. Di politiche dell'accoglienza non se ne sente più parlare e dagli africani ci vanno solo Medici senza frontiere e i volontari cattolici e laici. I rosarnesi, popolo di emigranti, si voltano troppo spesso dall'altra parte. Non si è sentito più parlare a Rosarno della Festa della fratellanza, nell'indifferenza colpevole delle istituzioni tutte. Che negli ultimi anni a Rosarno non ci sono state, sciolte per infiltrazioni della mafia. Scrivere a un commissario prefettizio forse non è la stessa cosa che scrivere a un sindaco come Lavorato. Il resto è storia recente, fatta di schiavitù, violenze, deportazioni. E contraddizioni dentro il popolo.
il manifesto 16 febbraio 2010
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Roderigo
15-03-2010, 18:41
Altra italia - DALLA CALABRIA A CAMPANIA E SICILIA
Rosarno D'ITALIA
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La raccola delle clementine nella Piana di Gioia Tauro, i pomodori ciliegino delle serre tra Vittoria e Licata: sono molte in Italia le situazioni in cui gli immigrati vengono sfruttati
di Laura Galesi, Antonello Mangano
«Non possiamo dare di più». Di fronte alle telecamere di tutte le televisioni nazionali, i produttori di Rosarno hanno spiegato che la paga per i raccoglitori stranieri - la nota tariffa di 20-25 euro al giorno - non può aumentare. I loro colleghi pugliesi, campani e siciliani dicono più o meno la stessa cosa. L'agricoltura è in crisi, e di conseguenza i salari sono bassi. Ma le cose stanno veramente così? In realtà, il consumatore e il bracciante sono gli ultimi anelli - quelli più deboli - su cui scaricare le storture del sistema. Per esempio i passaggi inefficienti o estorsivi della filiera lunga: dal trasporto egemonizzato dal gommato fino ai mercati generali, come quelli di Milano e Fondi, «infiltrati» da camorra e 'ndrangheta. Oppure, le forniture (cassette e materiale di confezionamento), anche queste spesso imposte a prezzi maggiorati dalla criminalità. E persino elementi da feudalesimo: le guardianie sui terreni oppure la misurazione «ad occhio» del frutto pendente sull'albero ad opera di inqualificabili «professionisti». O ancora usurai che anticipano il costo delle sementi e dei macchinari. Basterebbe eliminare solo uno di questi elementi distorti per pagare un salario dignitoso, evitare che i lavoratori africani dormano sotto gli alberi, nei casolari diroccati, nelle ex fabbriche col tetto in amianto, persino all'interno di silos di metallo.
Via crucis
Il 7 gennaio del 2010 alcuni sconosciuti sparavano con un fucile ad aria compressa contro due lavoratori africani, tra cui un togolese venuto in Europa per chiedere protezione umanitaria. La rivolta dei migranti di Rosarno causerà la reazione degli abitanti del paese: una feroce caccia all'uomo, decine di feriti, 1.500 uomini di colore sgomberati in poche ore. Un evento che ha scosso l'Italia, ha posto importanti interrogativi sul rapporto del nostro paese con l'immigrazione e la mafia, ha avuto echi in tutto il mondo. Un evento che ha finalmente posto all'attenzione generale il problema dell'agricoltura al Sud: di chi la fa, di nascosto. E di come la fa. San Nicola Varco, Palazzo San Gervasio, Rosarno, San Severo, Vittoria, Castel Volturno, Cassibile sono i paesi del sud dove una nuova schiavitù è stata «scientificamente» prodotta da leggi inumane e razziste e gestita sotto la pressione della criminalità. Abbiamo viaggiato per le campagne di cinque regioni, ricostruendo la storia dei prodotti - come il pomodoro del Ragusano o le arance della Piana di Gioia Tauro - e il contesto in cui nascono. Ecco alcuni esempi.
Filiera mafiosa
A novembre 2009 mancano due mesi ai «fatti di Rosarno». Nessuno ancora comprende la miscela esplosiva che si sta creando. Alla stazione di Villa San Giovanni la polizia controlla i documenti di due magrebini in attesa del treno per la Piana. Gli agenti Polfer si accontentano di un paio di moduli, che sembrano le ricevute di ritorno di una raccomandata. Vanno via. Arriviamo alla stazione di Rosarno: un carabiniere prende il caffè indossando il giubbotto antiproiettile, fondina e pistola bene in vista. Appena fuori, un nero alto cammina sulla nazionale, senza togliersi il cappuccio della felpa. Tra breve sarà buio. A pochi passi dalla stazione, un negozio di ferramenta - con la saracinesca da tempo immemorabile crivellata da grossi pallettoni, di quelli che si usano per la caccia al cinghiale - questa volta appare devastato. «Come mai è chiuso?», chiediamo. «Ogni tanto apre e chiude». Nelle strade di campagna incrociamo una fila di tir targati Polonia. «Prendono le clementine». Si tratta di ibridi tra arance e mandarini, si raccolgono tra novembre e dicembre e sono pagati più delle altre qualità. Finiranno sui banconi dei supermercati dell'Europa orientale. Si esportano i frutti, dunque, e si importano lavoratori. Entriamo all'interno di un'azienda agricola, dove incontriamo un produttore che arriva subito al cuore del problema. «È una specie di "freno a mano" dell'economia», dice. «C'è un monopolio dei materiali (le cassette, il necessario per l'imballaggio) e uno del trasporto. La cassetta, per esempio, invece di 60 centesimi costa 70, e non puoi andarle a prendere fuori. Chi ci ha provato ne ha pagato le conseguenze. Chiamiamolo "monopolio ambientale". Noi ne compriamo poche, ma 10 centesimi a cassetta di margine sono una bella cifra per una grossa azienda. È un pizzo indiretto, così come quello dei trasporti, organizzati da famiglie criminali. Noi siamo insignificanti, ma se fatturassimo 3 milioni di euro saremmo "appetibili". Anche i commercianti soffrono di questa situazione. Non puoi comprare le clementine dove vuoi. Per ogni zona, devi prima rivolgerti a personaggi strani, i cosiddetti guardiani. Per questo noi evitiamo di comprare in zona e commercializziamo solo i nostri prodotti». È più facile vendere in Austria o Germania che al mercato sotto casa. Eppure, specializzandosi, privilegiando la qualità e mettendosi in contatto con l'Europa è possibile sopravvivere alla crisi.
Fascia trasformata
Le prime rudimentali serre le hanno costruite negli anni Cinquanta, coprendo le piantine con le pale dei fichi d'India. Volevano mettere a frutto questa terra rossa, fertilissima, africana: siamo tra le province di Ragusa e Caltanissetta, a sud di Tunisi. Oggi le serre - gioielli tecnologici a temperatura controllata o capanne di legno e plastica - si estendono a perdita d'occhio da Vittoria a Licata. Arrivano fino al mare e servono a consegnare sulle tavole dei consumatori europei ortaggi in ogni periodo dell'anno. «Esportiamo il ciliegino in Europa: il cocktail e il datterino per l'Inghilterra, i verdi e il grappolo da insalata rimangono in Italia», spiega un produttore. La storia inizia in Israele, in Olanda o negli Stati Uniti, dove le multinazionali della genetica hanno brevettato il seme. Si deve comprare da loro, per forza. «Il mercato è stato ingabbiato, non esiste più l'ecotipo locale, è tutto ibrido di prima generazione non riproducibile: la genetica di quel prodotto è sottoposta a un brevetto di una specifica ditta». Ma non si possono ripiantare i semi? «Alla seconda generazione si ha segregazione, cioè perdita dei caratteri originari della varietà». In altre parole, la pianta che crescerà sarà di una specie diversa dal ciliegino.
Da sole a sole
«Mi pagano tre euro per ogni cassa di pomodori che riesco a riempire. Sono in Italia da tre anni. Lavoro saltuariamente e solo nelle campagne. Mi sposto con l'andare della raccolta», dice Rabat, 24 anni, che dorme nella tendopoli abbozzata dagli stessi migranti nelle campagne di San Severo, nei pressi di Foggia. «Lavoro due giorni su dieci e mangio quando posso e quello che riesco a trovare nelle terre dove lavoro. Il mio è un continuo viaggiare. Mi sento come un bisonte che segue la mandria in cerca di lavoro. A maggio vado a Cassibile, vicino Siracusa, dove si raccolgono le patate. Per una intera giornata di lavoro il padrone mi paga 40 euro. In primavera in Sicilia c'era molto lavoro, ma altrettanti controlli. Dopo l'estate, me ne vado a raccogliere l'uva da tavola, durante l'inverno sono invece a Rosarno per le arance. Lì dormo in un'ex fabbrica chiamata Rognetta. Oppure andiamo più a nord, a Schiavonea: 30 euro e 12 ore di lavoro. Dormivo in una stanza che avevo affittato e gran parte dei soldi andavano via per questo».
Nel Foggiano la giornata nei campi inizia alle cinque: si lavora «da sole a sole», cioè dall'alba al tramonto. Vediamo un centinaio di migranti, equamente divisi tra eritrei - che quasi sempre hanno in tasca un permesso di soggiorno per motivi umanitari - e magrebini. Vivono in tende di fortuna dispersi tra le piantagioni dei pomodori, che arriveranno alle industrie di trasformazione e diventeranno i pelati destinati al mercato interno e all'esportazione. Saranno l'emblema della dieta mediterranea, ma sono raccolti in queste condizioni. La manodopera straniera costa 3 euro a cassettone che, per una giornata lavorativa di 8 ore, si traduce in meno di 20 euro netti. Da aprile a ottobre, secondo gli elenchi anagrafici dell'Inps, sono occupati nel territorio circa 45 mila lavoratori. Di questi, 16 mila sono stranieri, un dato che è cresciuto dai 4.500 del 2006 ai 14 mila del 2007, ma l'80% della manodopera straniera è al di sotto delle 51 giornate necessarie per l'assistenza previdenziale.
Secondo i dati resi noti in occasione della campagna «Dal reality alla realtà» della Flai Cgil, in tutta la provincia di Foggia ci sono 560 mila ettari coltivati. Di questi, 530 mila appartengono ad aziende parcellizzate, cioè di due o tre ettari. Quelle con più di 20 ettari sono solo il 15 per cento. Per verificare la presenza della manodopera straniera nelle campagne, la regione Puglia ha varato la legge 28/2006 e applicato gli indici di congruità, il rispetto dei quali «è condizione per l'accesso a qualunque beneficio economico e normativo, per la partecipazione a bandi e gare». Il limite è che la legge si applica solo alle aziende che chiedono finanziamenti pubblici. Tutte le altre sono escluse. C'è, secondo i sindacalisti, un gap tra le aziende che non dichiarano giornate e altre che ne dichiarano 10 mila in esubero. Chiaramente c'è una compravendita. Il sistema di produzione foggiano è complesso: da un lato c'è la produzione, dall'altro la trasformazione. «Chi determina il prezzo è sempre il commerciante, prevalentemente campano». I campi sono in Puglia, le industrie nel salernitano o nel napoletano. E i camionisti sono quelli che ci guadagnano.
Le terre del marchese
«Non parlo la vostra lingua», dice Mohamed, meno di 30 anni, marocchino, «preferisco passare il tempo con gli arabi, non parliamo molto con gli italiani». Sono le cinque del mattino nella piazza centrale di Cassibile, un paesino di 5 mila anime del Siracusano. Da maggio ad agosto si viene qui per la raccolta delle patate. È ancora buio ma gli stranieri sono già disposti nei due lati della piazzetta: da una parte ci sono quelli del Mali, dall'altra i migranti venuti dall'Est e i magrebini che spesso non vengono «ingaggiati». C'è una guerra tra poveri. Africani e neocomunitari sono in competizione in tutte le campagne del Sud. L'ingresso massiccio di bulgari e romeni, che non hanno più problemi ad attraversare le frontiere, ha sconvolto equilibri consolidati e abbassato il prezzo della manodopera. Infatti, la paga richiesta da un magrebino in media si aggira intorno a 35-40 euro, quasi al minimo sindacale, mentre la manodopera dell'Est viene pagata circa 20 euro per una giornata di lavoro.
«Veniamo qui tutte le mattine e aspettiamo che ci vengano a prendere per andare nei campi», continua Mohamed. «Non lavoro tutti i giorni, quando capita per un'intera giornata di lavoro mi danno circa 40 euro, ma di questi me ne restano pochi. La prima parte va ai caporali, circa 4 euro a testa per essere accompagnati nelle terre, penso che sia giusto, mettono la benzina, è una cosa che serve a tutti».
Il caporale è una figura storica della tradizione siciliana. Negli anni Cinquanta accompagnava i braccianti nelle terre dei signori per poi riportarli la sera nella piazza del paese. Quasi nessuno degli stranieri va al Nord, dove la campagna richiede manodopera specializzata. Si arrangiano nei terreni del marchese di Cassibile, ultimo discendente di un'antica famiglia di feudatari: dormono in mezzo alle piante, senza acqua, letti e servizi igienici.
Inadeguati
«I prodotti da banco devono essere sicuri, buoni e belli», ci dice Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale della Flai. Il viaggio nelle campagne del Meridione non mette soltanto in evidenza le spaventose condizioni dei lavoratori, ma anche l'assoluta inadeguatezza del ceto imprenditoriale. Gente di livello culturale spesso molto basso, poco o nulla propensi a rispettare norme anche basilari, poco integrati in un tessuto economico che ormai per tutti è quello della globalizzazione. Quasi sempre rimasti a un'agricoltura primitiva, divisi e diffidenti; accettano imposizioni e angherie da feudalesimo, trascurano ricerca e sviluppo ma sono attentissimi a trovare - insieme al «consulente» - tutte le scappatoie per evadere il fisco o i contributi dei lavoratori. Oggi, invece, l'agricoltura richiede competenze avanzate (dalla genetica alla chimica), una gestione informatizzata della logistica e dell'amministrazione, la meccanizzazione delle attività, la conoscenza delle lingue (per dialogare con i compratori esteri o anche solo per partecipare alla fiera di Berlino, la più importante del settore). Richiede capacità di muoversi in ambito finanziario, calcolare rischi, ammortamenti e trend di mercato. Oppure l'abilità di inserirsi nelle nicchie, dai prodotti di qualità al biologico, mettendosi in contatto diretto coi consumatori. Invece, spiega ancora Lo Balbo, «stiamo assistendo a una "jeeppizzazione delle campagne". Gli agrari pensano allo status symbol, al conto personale e non a quello aziendale». Occorre rimpinguare il primo e tenere in pareggio o in perdita il secondo, per nascondere al fisco il reddito reale.
Aria di neve
«Le norme sull'immigrazione rendono più ricattabile il lavoratore. È come se lo Stato dicesse al produttore: "Non ti posso aiutare, ma ti permetto di rifarti sull'anello più debole". Il pacchetto sicurezza è una dichiarazione di guerra ai lavoratori immigrati tout court: sono norme che colpiscono anche i regolari», afferma Piero Soldini, responsabile immigrazione Cgil. «Il governo italiano preferisce l'immigrazione irregolare», continua, «per avere lavoratori ricattabili e senza diritti che sostengano quell'economia informale che rappresenta un quarto dell'economia nazionale». I migranti, resi ricattabili da una legislazione oppressiva, fuggono ormai dal Nord e finiscono nelle varie «Rosarno» d'Italia. Nelle zone egemonizzate dalla Lega - e dai suoi imitatori - il clima è diventato impossibile. La più famosa è quella di Coccaglio, vicino Brescia: è l'iniziativa anti-immigrati chiamata «White Christmas». Ma non è certo l'unica. A Cantù, c'è un numero verde per segnalare la presenza di irregolari. Ad Adro, nel Bresciano, un premio di 500 euro ai vigili urbani per ogni «clandestino» individuato. Ad Alassio, il divieto di trasporto di mercanzia in borsoni e sacchi di plastica. Stessa cosa a Firenze e Venezia. A Cittadella (Padova), schedatura di tutti gli stranieri.
Un freddo cane al Nord, la violenza senza misericordia della mafia al Sud. I migranti stanno sperimentando il peggio dell'Italia. E la nostra incapacità di guardarci allo specchio e trovare - subito - soluzioni efficaci. Prima che tanta gente ignorata, sfruttata, perseguitata e vilipesa si stanchi. E reagisca, come a Rosarno.
MICROMEGA
Un numero sulla destra, ecco un'anticipazione
http://img40.imageshack.us/img40/7681/mmm3ani.gifL'articolo integrale che leggete sopra sarà oggi in edicola con il nuovo numero di Micromega, che focalizza la sua attenzione sulla destra. In apertura, un dialogo tra il deputato del Pdl Fabio Granata e lo scrittore Andrea Camilleri sul tema "Esiste una destra civile?". Simonetta Fiori ricostruisce i fondamenti politico-culturali della "Destra nuova" di Gianfranco Fini, mentre Gianni Barbacetto racconta i legami pluridecennali tra i servizi segreti italiani e le destre parlamentari e non. C'è poi incontro tra Lidia Ravera e la direttrice del Secolo d'Italia, Flavia Perina. E ancora Marco Travaglio: "La mia destra da Cavour a Montanelli". Uscendo dai confini italiani, Federico Rampini affronta un viaggio all'interno dei movimenti americani - come il Tea Party - che animano l'opposizione a Obama e Roberto Petrini racconta i tre leader della nuova destra europea: Cameron, Merkel e Sarkozy.
il manifesto 5 marzo 2010
http://www.ilmanifesto.it
a me è piaciuto quest'articolo su Rosarno
Le violenze contro i braccianti immigrati di Rosarno, la loro rivolta, la loro deportazione, hanno avuto larga eco. Sono stati - ancora una volta - fotografati i rifugi, i giacigli, l’immondizia, le ferite. Abbiamo ascoltato l’italiano smozzicato, le lamentele, le accuse. Eco minore ha avuto l’uccisione, a Biella, di un lavoratore in nero, senegalese, da parte del padrone che non voleva pagarlo, anche se gli articoli sulle pagine locali di Repubblica e della Stampa sono stati di denuncia e compianto per una rivolta personale pagata con la vita. Sembrano sempre novità, ma in effetti sappiamo tutti che sono solo episodi tra infiniti altri, che la situazione che nelle emergenze si manifesta è largamente presente nelle campagne e nelle città italiane, che la condizione dei migranti è difficile e precaria non solo al sud, da più di un quarto di secolo, che è, qualche volta, simile alla schiavitù, che la xenofobia degli italiani, l’ostilità indiscriminata contro i diversi, è alta. È importante però riflettere su ciò che sta accadendo, sui mutamenti in atto, sugli atteggiamenti dei migranti e degli italiani, su quello che potrebbe succedere, prima che sia troppo tardi, come si usa dire, per nascondere il timore che sia già troppo tardi.
Un po’ più di venti anni fa, in Campania, alcuni balordi fecero irruzione in una baracca dove si rifugiavano per la notte dei braccianti, immigrati, neri - più o meno come quelli di Rosarno - per prendergli i soldi. Uno dei braccianti fece resistenza e fu ammazzato. Si chiamava Masslo. Cosa c’è di diverso tra l’omicidio di allora e quelli di oggi, perpetrati dalla Camorra in Campania o da un padrone a Biella, o sfiorati dalla Ndrangheta a Rosarno? Cosa c’è di diverso nella reazione nostra e dei media?
Venti anni fa la reazione dei media fu di alto profilo. Masslo era un sudafricano dell’African National Congress, ancora molto lontano dalla legittimazione e dal successo elettorale. Parlava un buon italiano, aveva idee molto simili a quelle della sinistra italiana di allora. Era stato intervistato per un programma importante della televisione pubblica, forse Non solo nero, da Antonio Ghirelli, era riuscito a dire in pochi minuti molte cose, perfettamente comprensibili a tutti noi. La televisione ritrasmise l’intervista dell’ucciso, con un effetto sconvolgente. I sindacati e le associazioni organizzarono una manifestazione a Roma, dall’Esedra a Piazza del Popolo, che risultò enorme, la maggiore da un decennio. Bruno Trentin, che aveva un rapporto personale con Nelson Mandela e un rapporto stretto con l’ANC, e che, nato esule, queste cose le capiva, parlò in chiusura, davanti a un popolo multipartitico e multicolore, né di compagni, né di amici, né di signori, meno che mai di cittadini, e cominciò dicendo: “Fratelli!” Nessuno poteva pensare di Masslo che non fosse uno di noi: nero, magari di idee politiche opposte, ma uno di noi; trattato come una bestia e ammazzato per due soldi. Ci voleva un razzista biologico fanatico per non considerarlo uno di noi. In pochi mesi fu discussa e approvata a tamburo battente, con la solita, pessima, tecnica del maxiemendamento, la prima legge sui migranti, imperfetta, mai applicata in tutti gli aspetti propositivi, ma meglio di nulla.
Oggi le idee di Masslo e di Trentin sembrano morte con loro; la rivolta dei dannati della terra si esprime con idee che non ci sono familiari e hanno bisogno di molte traduzioni. Si fanno ancora grandi manifestazioni, come quella del 17 ottobre scorso, a Roma, forse anche più confortante di quella di venti anni fa, perché le aggregazioni sono state per associazioni e non per gruppi etnici; le bandiere di partito sono state poche, quelle per la pace e contro la globalizzazione sono state molte. Ma i nostri pregiudizi sono cresciuti.
Se scrivo che, come è vero, uno dei principali organizzatori torinesi della manifestazione del 17 ottobre, autoconvocata e autofinanziata, è un algerino, molto critico del manifesto sindacale su Rosarno, molti penseranno: arabo, musulmano, estremista. In effetti è un berbero, non credente, che sarebbe favorevole a una legge sul fazzoletto delle donne di tipo turco o francese. E il manifesto sindacale comincia con una deprecazione della violenza della rivolta, senz’altro giusta, ma che forse poteva essere preceduta dalla deprecazione delle condizioni di vita e di lavoro e della propria assenza.
Dei migranti ci viene mostrata la degradazione, l’afasia, la differenza; simile a quella del padre delle bambine morte sotto la casa crollata a Favara, che è italiano ma non si esprime in un italiano comprensibile. Voluto o no; vero o no - e dopo un quarto di secolo di immigrazione e stabilizzazione è vero solo per alcuni dei manovali ultimi arrivati, per la lingua - il messaggio è che non sono come noi. La disumanizzazione del diverso è il primo passo per la sua eliminazione. Visibilmente crudeli ha titolato Giacomo Todeschini un libro sulla esclusione dei diversi - mendicanti, puttane ed ebrei - tanti secoli fa; Negri, froci ed ebrei ha tradotto in linguaggio corrente, parlando dell’oggi, Gian Antonio Stella, che è veneto anche lui, e che certo Todeschini lo ha letto. Lì stiamo tornando. Dovremmo svegliarci; metterci la faccia a sostegno di una politica di inclusione, come per ora qualcuno ha fatto solo a destra. Tutti pensano che con la inclusione si perdano voti. Fosse anche vero non è un buon motivo; ma, se ci si spiega bene, forse non è neppure vero.
http://www.hakeillah.com/1_10_02.htm
Bubamara
21-03-2010, 21:25
Non credere che a sparare agi immigrati siano stati solo dei mafiosi,anche degli onesti cittadini che tirano la giornata,si imbestialiscono se gli fai dei danni,del tutto gratuiti poi,almeno nei loro confronti.
Io ci sono cresciuto in quell'ambiente.
.....
Quoto questo intervento a caso, ma potrebbe essere un altro dello stesso tenore, per chiedere a Taccaromiceto e a chi la pensa come lui, un favore personale.
Quello di guardare un film: "Welcome", regia di Philippe Lioret, Francia 2009.
Naturalmente è un film che tutti dovrebbero vedere.
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