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Visualizza Versione Completa : Hopper a Milano



Samarilla
27-09-2009, 09:29
Ho saputo che fanno una sua mostra.
Qualcuno mi sa dire se vale la pena o è la solita mostra
raccogliticcia che punta sul nome?

sarahkerrigan
28-09-2009, 16:44
Proverò ad informarmi...


Per Aqua ero consapevole di andare a vedere una mostra organizzata con qualche oggetto di spicco ed il resto solo opere di contorno e circa Monet, l'ultima mostra che ho visto e in due fasi, una primaverile e l'altra estiva per via del cambio di opere, ci siamo andati molto vicino alla tua aggettivazione "raccogliticcia".

Cercando in rete, Teknemedia (http://www.teknemedia.net/magazine_detail.html?mId=7053) dice che:

È stata presentata a Milano l’esposizione che dal prossimo 15 ottobre si potrà visitare tra le sale di Palazzo Reale: si tratta di una mostra antologica dedicata a Edward Hopper, a cura di Carter Foster, la più grande mai realizzata in Italia. Questa straordinaria esposizione dedicata al maestro del realismo americano è stata promossa dal Comune di Milano in collaborazione con la Fondazione Roma (dove sarà allestita tra febbraio e giugno 2010), la Fondation Hermitage di Losanna (dove verrà trasferita per l’ultima volta), il Whitney Museum of American Art e Artemisia.

[...]

Bondourant
28-09-2009, 18:45
Hopper vale sempre.
infatti aspetto solo che apra


http://3.bp.blogspot.com/_8qlIxfwsuGY/SMw_ymKC34I/AAAAAAAABGs/6kVOFQMG9jU/s400/edward%2Bhopper%2Bhouse%2Bby%2Bthe%2Brailroad.jpg

foglie di acqua
23-02-2010, 09:47
Scene di inerzia osservate dal buco della serratura

Variazioni su Hopper

http://www.museodelcorso.it/backgrounds/27714442-13605210-37241150-98349184.jpg

Arianna Di Genova


Al pittore statunitense, ridotto da una facile lettura della sua opera a icona della banalità moderna, è dedicata una mostra al Museo Fondazione Roma. Una serie di inquadrature che stringono sul dettaglio negli interni domestici e si allargano quando il paesaggio si fa «umano», accogliendo figure perdute nel nulla del presente
All'inizio, poco più che bambinetto, copiava dai libri illustrati di fiabe e si esercitava, concentrato e taciturno, sui manuali di disegno riproducendo uccelli, laghi, alberi e caricature di uomini intenti nei più svariati mestieri. Poi, cominciò a passeggiare per le strade di Nyack, piccolo borgo sulle rive del fiume Hudson, appuntandosi le cose che vedeva, soprattutto barche e ponticelli. Continuò a essere un flâneur anche a Parigi e il suo compagno inseparabile divenne un taccuino, non particolarmente costoso, corredato da una matita dalla punta morbida con la quale insistere sulle ombre e sui chiaroscuri degli scorci paesaggistici. Gli stessi che, come per magia, spariranno del tutto nei più tardi dipinti a olio, consegnando ai personaggi ritratti - nel vuoto pneumatico delle emozioni - quell'aria assorta e esangue che conosciamo a memoria, con il retrogusto di icona banale che ancora oggi sortiscono.

Edward Hopper, dopo la lunga «sosta» milanese presso il Palazzo Reale, giunge al Museo Fondazione Roma, nella capitale, con una mostra che arricchisce il suo percorso attraverso la presenza di alcuni capolavori, come quel South Carolina Morning (1955) dove una donna nera, fasciata in un abito vistosamente rosso, si affaccia su una veranda, tenendo le braccia conserte e sfidando lo spettatore-viaggiatore a volgere uno sguardo più profondo sulla realtà americana. Purtroppo, a causa della riduzione a immagine-gadget, con i dipinti reiterati nei poster grazie a una presunta facile lettura delle sue opere, Hopper ha pagato spesso un effetto «saturazione» e non è semplice riproporlo oggi, evitando di cadere nelle maglie di una Storia pietrificata. Perché è evidente a tutti che, nonostante l'etichetta di «pittore realista» che si trascina dietro, Hopper è un osso duro da definire. E benissimo ha fatto lo scrittore Aldo Nove, nel suo libro Si parla troppo di silenzio (edizioni Skira), a immaginare un incontro fra l'artista e Raymond Carver, entrambi in affinità elettiva grazie al loro essere anti-narrativi per eccellenza. L'uno, il romanziere, per la capacità di «rimanere a bocca aperta» anche di fronte alle piccole cose che accadono nell'every day della vita; l'altro per la visione - quasi da buco della serratura - di quotidiane e imbarazzanti «scene dell'inerzia»: la pompa di benzina, il caffè notturno, la stanza d'albergo, la sciatta nudità femminile, le verande vuote, i fari solitari che dominano il mare.

L'allestimento della retrospettiva (promossa dalla Fondazione Roma, in collaborazione con il Whitney Museum di New York e la Fondation Hermitage di Losanna) tenta di ovviare all'assenza di opere celeberrime come Automat o Gas (di cui, però, ci sono in mostra i disegni preparatori) con l'eccessivo set che accoglie il visitatore, ricostruendo - in stile museo delle cere e in mancanza dell'originale - quel Nighthawks del 1942 cui Tom Waits dedicò il suo terzo album. Ma sarà meglio seguire il racconto cinematografico attraverso le vere opere dell'autore, che non hanno certo bisogno di doppioni teatrali, data la loro potenza evocativa e atemporale: non è un caso che la sua House by the Railroad divenne un archetipo del terrore infantile e della solitudine deviata in Psycho di Alfred Hitchcock. Oltretutto, il tetto a mansarda di quell'edificio Secondo Impero era un tributo alla Parigi della giovinezza, un'America retrodatata e reinventata a misura di fantasia, «dipinta di testa sua», come diceva la moglie Jo, anch'essa artista e modella per le tele del marito. Il pittore di Nyack amava viaggiare nei decenni e ignorava volutamente il progresso urbanistico e la crescita esponenziale delle città statunitensi. Nonostante il suo disprezzo per grattacieli e superstrade, venne stigmatizzato ugualmente come il prototipo della «modernità», intendendo con questo termine il paradosso della strategia dell'individuo self-made, il rovescio della medaglia dell'American dream.



http://wotan.liu.edu/home/alisonperry/edward-hopper-self-portrait1.jpg
Self-Portrait (Autoritratto), New York, Whitney Museum of American Art


Una delle prime sale dell'esposizione, superato lo scoglio «scenografico», propone una selezione di ritratti di Hopper, fra cui l'inedito (per la tappa di Milano) Selfportrait del 1925-30. Uno sguardo spavaldo testimonia la nuova esistenza dell'artista. Siamo negli anni dell'affermazione sociale, anche se - in corrispondenza segreta con i suoi dipinti - Hopper non si concederà mai grandi lussi, ma continuerà a vivere nella modestia, vagabondando alla ricerca del posto perfetto dove stabilirsi, un luogo in cui la luce fosse tersa e senza incertezze. La trovò dopo molti tentativi, nel 1933, un anno felice e fortunato (le quotazioni ormai salivano, complici il Moma e il Whitney, in barba alla Grande Depressione che attanagliava il paese). I coniugi Hopper approdarono nei pressi della loro residenza dei sogni, a Cape Cod. «Ci piace molto South Truro e abbiamo preso un cottage per l'estate», scriveva l'artista all'amico Chat, aggiungendo alla fine della lettera uno schizzo della casa. «Belle colline di sabbia, un deserto in miniatura con le dune, una campagna molto aperta quasi senza alberi, penso che ti piacerebbe. Ho una tela pronta, ne sto per iniziare un'altra e ho fatto qualche acquerello scadente».




http://www.romeguide.it/mostre/hopper/romehop06.jpg
Pennsylvania Coal Town (Cittadina mineraria in Pennsylvania), Ohio, Museum purchase, Collezione del Butler Institute of American Art Youngstown



http://www.romeguide.it/mostre/hopper/romehop08.jpg
Soir Bleu, New York, Whitney Museum of American Art


Ciò che più colpisce di fronte a una moltitudine di quadri hopperiani non sono tanto i soggetti (non per la sensibilità dei contemporanei, almeno) quanto le inquadrature scelte, quei «tagli» particolarissimi che stringono sul dettaglio quando si tratta di un interno domestico o che si allargano in campo totale quando il paesaggio si fa «umano», accogliendo - apparizione di fantasma fra le architetture di fantasmi - qualcuno (uomo o donna) straniato e perduto nel nulla del presente. Nella monografia uscita in occasione della mostra (edita da Skira), Goffredo Fofi ha scritto nel suo saggio che nell'opera di Hopper «c'è l'occhio che guarda dall'esterno verso le stanze, i bar, gli uffici, come da cinematografiche gru o da carrelli immobilizzati al punto giusto, il punto che solo il regista sa fissare ed è qui che l'occhio della macchina diventa quello dello spettatore». Istantanee in posa, pitture «scolpite», corpi torniti dalla luce: è così che Hopper si allontanò dalla scuola newyorkese di Robert Henri (immortalare la «spontanea America») e anche dai bistrot parigini alla Degas che aveva studiato con passione e reverenza. Nessuna tensione più, solo il sonno dell'anima e il torpore teatrale della profonda provincia degli States. Quella che diventerà chiassosa e (laicamente) riproducibile nella Pop Art che esploderà negli anni Sessanta o, ancora, anonima e disorientante in una fotografa come quelle di Cindy Sherman e delle sue donnine «seriali» ritratte nei Seventies.

A chi per anni ha torturato Hopper chiedendogli se ciò che rappresentava era per lui «l'America tout court», il pittore ha sempre risposto di aver soltanto dipinto se stesso. Quello che sentiva, l'intimità di ciò che vedeva. Quando il direttore del Worcester Art Museum lo invitò a partecipare a una mostra - siamo nel 1954 - ecco cosa rispose, come riportato dalla biografia di Gail Levin pubblicata da Johan & Levi: «Spero vivamente che, nella pubblicità che accompagna la mostra, non si faccia alcun riferimento alla 'scena americana'... Se qualcuno guarda fuori dalla finestra in Ohio, in Massachusetts o in California e riporta onestamente ciò che vede e sente, guidato dalla propria personale visione del mondo, quella sarà una interpretazione della scena americana. Essa fa parte della nostra vita quotidiana, neppure un mistico può ignorarla...La mia è una semplificazione, ma per il momento credo sia sufficiente».
Al termine della sua lunga esistenza (morì ottantaquattrenne), Edward Hopper si ritrasse in Two Comedians come in una caricatura di Daumier, vicino alla moglie Jo. I due, mascherati da clown (Pierrot e Pierrette) fanno l'inchino al loro pubblico: una coppia di attori che stoicamente sono stati sul palcoscenico per sessant'anni, accettando la luce meridiana e tagliente dei riflettori.



16.02.2010


http://www.ilmanifesto.it (http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100216/pagina/11/pezzo/271581/)




EDWARD HOPPER

16 febbraio – 13 giugno 2010

Fondazione Roma Museo
Roma, Via del Corso, 320

L’esposizione è curata da Carter Foster, curatore e conservatore del Whitney Museum.


http://www.edwardhopper.it (http://www.edwardhopper.it/?IDC=30)

http://www.museodelcorso.it (http://www.museodelcorso.it/exhibitions_view.pl?k=45)